20dicembre 2010 

 

IL CINEMA ITALIANO NEL NUOVO MILLENNIO [1]

di Dario Ghelfi

 

          Recentemente un giornale italiano ha riportato la notizia che il presidente francese Nicolas Sarkosy si è recato presso un liceo di Savigny-sur-Orge, per presentare un progetto governativo di videoteca on line. Nel corso della visita, Sarkosy ha dialogato con un ragazzino, amante del cinema italiano, citando una serie di film e registi del nostro Paese. La cronaca è proseguita, entrando, dapprima nel merito delle citazioni del presidente, poi in quello di questioni italiane, con la conclusione che il cinema sembra essere diventato, specie per i politici, un

“prodotto di consumo immediato, usa e getta … Basta estrarre dal

cilindro qualche reminiscenza, qualche amarcord personale, qualche

parola scorta qua e là e il gioco è fatto. Il cinema abbellisce l’immagine …

E che dire del cinema contemporaneo? Nessun politico oggi, in Italia,

va più al cinema. Poi quando deve “abbellire” la propria immagine,

cita sempre titoli tradizionali, lontani nel tempo … Possibile che

questa gente non sappia quale evoluzioni abbia avuto lo strumento

e l’arte del cinema che so, nell’ultimo decennio?[2]

          Ovviamente noi non sappiamo se i politici italiani vadano o meno al cinema, oggi; facciamo, piuttosto, riferimento alla nostra esperienza personale, alle nostre conoscenze: il fatto che quando si citano film, si ricorra quasi sempre ai “classici”, ci sembra veritiero (anche perché i “classici” non hanno tempo e danno garanzia). Non temiamo di confessare che avendo diradato, nell’ultimo decennio, per pigrizia, le nostre visite alle sale cinematografiche, per una certa ed errata prevenzione intellettualistica, abbiamo quasi “abbandonato” proprio il cinema italiano. Non c’erano più i grandi registi, non c’erano più Sordi, Tognazzi, Manfredi, Gassman, Mastroianni e Gian Maria Volontà, per cui … Poi, casualmente, ci siamo trovati di fronte ad “El Alamein”, di Enzo Monteleone, ed abbiamo rivisto Silvio Orlando, Roberto Citran, Giuseppe Cederna, facendo, contemporaneamente conoscenza con Emilio Solfrizzi, Paolo Briguglia e Pierfrancesco Favino. Film, “El Alemain”, a nostro avviso, bellissimo, con interpreti eccezionali. Ci hanno colpito, tra gli attori “nuovi”, in particolare, gli ultimi due, tanto che pensiamo, ora, che il talento di Pierfrancesco Favino sia ancora in attesa di chi possa metterlo veramente in luce, dato che ci troviamo di fronte ad un attore formidabile, capace di percorrere tutti i ruoli, contrariamente ad altri, pur validissimi attori, che appaiono irrigiditi nelle stesse “parti”[3]. Che la prevenzione fosse intellettualistica ed errata è stata confermata, poi, da una serie di “contatti” riferentisi all’attore Fabio Volo. Eravamo, per conto del Ministero dell’Istruzione, in visita ad una scuola, qualche tempo fa, un liceo, di Modica, la città siciliana della cioccolata. Il preside, in quella determinata mattina, si sentì in obbligo di scusarsi (ma non ce n’era assolutamente il motivo) per una certa effervescenza che serpeggiava tra gli studenti, per la presenza nell’istituto di Fabio Volo, che nell’aula magna avrebbe presentato un suo libro. Ricordiamo che, fortunatamente inespressa, la domanda che ci ponemmo fu: “Fabio Volo? Ma perché?”. Poi abbiamo avuto occasione di visionare “Manuale d’amore 2” di Giovanni Veronesi, e in quella pellicola, c’è un episodio che lo vede come protagonista, poi il bellissimo “La febbre” di Alessandro D’Alatri, sempre con lui protagonista. Mi sono piaciuti non tanto e non solo i personaggi, ma come li “rendeva” l’attore, che si cala nelle parti con quella sua aria semplice ed intelligente, che abbiamo visto riconfermata, poi, nel ruolo dell’operaio di “I figli delle stelle”, di Lucio Pellegrini. Cordialità e simpatia riproposta in una recente intervista con Fabio Fazio, a “Che tempo fa”. Dunque anche il conoscere (mediaticamente) un “nuovo” attore del “nuovo” cinema italiano, mi ha avvicinato alla realtà della nostra cinematografia.

A parte una considerazione; il riandare esclusivamente ai classici potrebbe anche voler dire che, passando gli anni, si considera solo il passato (che ci ha visti giovani) e che si diventa incapaci di tenere i contatti con il nuovo, con le nuove generazioni. Errore fatale, tra l’altro, per chi si occupa di educazione e di scuola!

          E’ così scattata una vera e propria ricerca, tesa ad individuare, a partire dal 2000 (più o meno) i migliori film italiani, quelli che valeva la pena visionare. Abbiamo proceduto ad incrociare i premi  (dei Festival di Venezia, di Roma, di Torino, il David Donatello, il Nastro d’Argento, ecc …[4]) assegnati al miglior film, al miglior regista, al miglior attore protagonista, alla miglior attrice protagonista, al miglior attore non protagonista, alla migliore attrice non protagonista; ci siamo così resi conto che c’erano dei film che “entravano” costantemente nelle liste dei premiati: qui il miglior attore, là la miglior regia, qui il fotografo (basti pensare a Luca Bigazzi), cogliendo, complessivamente nelle varie categorie, molti successi. Ci siamo, in definitiva, trovati di fronte ad un quadro esaustivo del cinema italiano dell’ultimo decennio; un decennio che appare in linea di continuità con gli anni precedenti, nel senso che registi, attori ed attrici, sceneggiatori e direttori della fotografia, si “muovono” a partire dalla cinematografia degli anni precedenti; ci sono protagonisti del cinema italiano già affermati antecedentemente al 2000, che continuano a mietere successi, mentre altri, più o meno a partire da quella data, si impongono. Tra coloro che hanno accompagnato il cinema italiano nel passaggio dal novecento al XXI secolo, citiamo, per fare qualche nome: tra i registi, Moretti,  Salvatores,  Tornatore, i Fratelli Taviani,  Bellocchio, Luchetti,  Scola, Verdone, Pieraccioni; tra gli attori  Orlando,  Fantastichini,  Castellitto,  Abatantuono e la “squadra” di “Mediterraneo”; tra le attrici la Buy, la Golino, la Ferrari, la Morante, la Neri, la Pandolfi. Così possiamo tranquillamente affermare che, nonostante il recente insuccesso di Venezia 2010, il cinema italiano è ben vivo e l’Italia è un Paese nel quale e la critica cinematografica è altrettanto viva e di cinema si parla e, questo è importante, lo si visiona[5].

          Il problema è anche quello relativo alla cosiddetta censura di mercato, al fatto cioè che molti film, che magari risultano vincitori ai Festival, restano nelle sale cinematografiche (magari in quelle di nicchia, nei piccoli locali gestiti da associazioni) per pochissimo tempo, poi, letteralmente scompaiono. Così è successo e succede, ad esempio, per quasi tutti i film italiani vincitori del Festival di Annency; il “fenomeno” tocca anche certi film stranieri che, chissà perché, vengono giudicati di difficile comprensione“ e conseguentemente presumibilmente rifiutati dal grande pubblico e non redditizi; pensiamo agli “oscar”, “The hurt cocker”, “Il segreto dei suoi occhi”, o a  “Lebanon”, Leone d’Oro a Venezia. E “difficili” potrebbero anche essere, nel senso che richiedono la partecipazione dello spettatore, perché gli chiedono di pensare, di interpretare, di analizzare, di dedurre, invece di proporgli un’opera compiutamente “finita”. E non stiamo parlando di intellettualismi, di sceneggiature in cui non si comprende nulla, con salti logici a non finire (che a volte c’è anche questo; sembra che gli autori ce la mettano tutta per non farsi capire), ma di opere che richiedono per la loro lettura una conoscenza minima della grammatica e della sintassi del linguaggio cinematografico. Dal punto di vista politico possiamo presumere che “interessi” una suddivisione dei cittadini tra una serie “A”, alfabetizzata nei vari linguaggi della comunicazione e conseguentemente in grado di godere esteticamente del bello nelle sue diverse esplicitazioni, e una serie “B” di cittadini semi-alfabeti, fruitori esclusivi ed appagati di prodotti di consumo. E’ una politica “culturale” (che, in fondo è “politica tout court”) che va avanti da più di venti anni.

          Comunque, solamente chi ha frequentazioni saltuarie con le sale cinematografiche, può pensare che il cinema italiano sia circoscritto alle pellicole natalizie o vacanziere (il cosiddetto “cinema panettone”[6], a cui sembra si sia aggiunto il “cinema cocomero”, due filoni che hanno pure hanno visto la partecipazione di attori riconosciuti per il loro talento[7]) o quello adolescenziale-liceale (dai libri di Federico Moccia, della serie, “prima degli esami” e via dicendo). C’é, invece, un cinema capace di immedesimarsi nella realtà quotidiana e nei suoi problemi, di impegnarsi in battaglie di libertà e contemporaneamente di volare con la fantasia e l’immaginazione[8].

          E qui vogliamo citare un film, abbastanza singolare, di Giorgio Diritti, del 2005, “Il vento fa il suo giro”, con attori quasi tutti non professionisti, che racconta di

un ex professore, che si dedica alla pastorizia e va ad abitare, con moglie e figli, nella Valle Maira, in un paesino ormai spopolato ed abitato praticamente solo da anziani. Dopo una prima favorevole accoglienza, si creano contrasti tra i nuovi arrivati e gli abitanti del luogo, anche perché i primi non sempre riescono a rispettare le vecchie costumanze locali. Il film è parlato in italiano, occitano e francese ed affronta da una parte il problema delle minoranze linguistiche, la questione sociale dei piccoli centri montani, ormai isolati dal mondo e chiusi in loro stessi e dall’altra la difficoltà di comunicare tra “culture diverse”, con le conseguenti incomprensioni e conflitti.

Un primo esempio di come il nostro cinema riesca a calarsi nella molteplicità dei problemi del Paese.

          E’ certamente un cinema che si rivolge più agli interni che non all’esterno (in tutti i sensi), che scruta maggiormente i sentimenti e le relazioni, piuttosto che impegnarsi nelle “storie d’azione” (probabilmente qui interviene anche una certa limitatezza dei mezzi materiali, che è ostativa a certi soggetti), “categoria” che, a parte qualche eccezione, appare riservata alle cosiddette “fiction” della televisione, che spesso risultano essere una sorta di palestra per attori ed attrici, che poi vedremo nel grande schermo.

          Consideriamo, a questo punto, il cinema italiano del duemila, individuando una serie di filoni, nella consapevolezza di utilizzare categorie di comodo, solo per l’economicità del discorso, anche perché è impossibile, e non corretto, “chiudere” in schemi delle opere di ingegno e perché le connotazioni che ci permettono di individuare quegli stessi filoni, sono pervasive, passando i film da una categoria all’altra. Vedremo tanti film in rapida carrellata, scusandoci in anticipo per le inevitabili omissioni, di cui ci assumiamo piena responsabilità. Avvertiamo, poi, come lo snodarsi dei titoli di questa cinematografia, dovrebbe accompagnarsi all’analisi dei loro soggetti e stilistica, per avere piena cognizione di questo complesso fenomeno culturale.

 

 

          La storia.

 

Le rotte della rivisitazione storica toccano diversi approdi.

E’ evidente che ogni storia (ed ogni pellicola) è quasi sempre ambientata in uno spazio e in un tempo determinato, non mancando di riflettere le caratteristiche dell’epoca in cui si trova ad essere ambientata. Ci sono, però, storie che, più di altre, sembrano essere inserite in un vero e proprio affresco storico: si tratta, in genere, di storie di famiglie, di vere e proprie saghe che si snodano nel tempo.

E’ il caso, ad esempio, di “Baaria” di Giuseppe Tornatore (con Francesco Scianna, Margareth Madè, due comici quali continua»

Salvatore Ficarra e Valentino Picone e con un cast “infinito”, con molti cammei[9]). Ma possiamo, in un certo senso, non citare anche “Viola di mare” (di Donatella Maiorca, con le stupende Valeria Solarino e Isabella Ragonese ed il bravissimo Ennio Franceschini, film di cui riparleremo); “Il cosmonauta”  di Susanna Nicchiarelli, con Sergio Rubini e Claudia Pandolfi (una lunga storia di ragazzi comunisti);  “La prima cosa bella” di Paolo Virzì (con Valerio Mastrandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi e Marco Messeri), una saga familiare, centrata sulla splendida figura della madre Ramazzotti/Sandrelli; “Il papà di Giovanna”, di Pupi Avati, con Silvio Orlando, Francesca Neri, Alba Rohrwacher e Ezio Greggio, nella Bologna degli anni ’30, un assassinio di una ragazza ed un padre che non abbandona la figlia colpevole (in un certo senso, molti dei film di Pupi Avati, sono compiutamente storici, “immersi” come sono  nel loro tempo: vedi “La seconda notte di nozze”, “Gli amici del Bar Margherita” e “Il figlio più piccolo”[10])”.

Di grande impatto, la storia dell’Italia, attraverso quella di una famiglia, dal 1966 al 2003, de “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, con Luigi Lo Cascio, Adriana Asti, Fabrizio Giufuni, Maya Sansa, Valentina Carnelutti, Jasmine Trinca e Riccardo Scamarcio.

Poi lo sguardo si rivolge a particolari momenti della nostra storia.

Del Risorgimento abbiamo il recentissimo “Noi credevamo” di Mario Martone, con il “grande” Toni Servillo e con Luigi Lo Cascio, Francesca Inaudi, Renato Carpentieri, Felice Riondino, Anna Buonaiuto, Luca Zingaretti. Si tratta di un’opera che vuole dare una visione corretta della nostra storia, “fuori” dall’iconografia dei “padri della patria” (molti hanno dimenticato o non sanno che uno di loro, Giuseppe Mazzini, morì sotto falso nome perché ricercato dalla polizia, a Pisa, nell’Italia monarchica di uno degli altri “padri”), ponendo l’accento sulle speranze di un gruppo di giovani rivoluzionari mazziniani e, pertanto, repubblicani[11].

Delle “cadute” del Risorgimento, dei compromessi, del tutto che cambia, perché nulla cambi (di gattopardesca memoria), ci parla Roberto Faenza, con il suo

“I Vicerè”, con un grande Lando Buzzanca, Alessandro Preziosi, Cristiana Capotondi (film tratto dall’omonimo romanzo di Federico De Roberto).

Poi la storia del fascismo,  con “Vincere” di Bellocchio  (la “prima” moglie di Mussolini), con Filippo Timi e Giovanna Mezzogiorno;  “Sangue pazzo” di Marco Tullio Giordana, con Luca Lazzaretti e Monica Bellucci: la storia di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida. Ambientato nel periodo fascista delle leggi razziali è “Concorrenza sleale” di Ettore Scola, con  Diego Abatantuono, Sergio Castellitto, Gerard Depardieu, Elio Germano e Sabrina Impacciatore.

Per la seconda guerra mondiale, abbiamo il già citato “El Alamein” (la vita in un fortino nel deserto e la battaglia decisiva in terra africana); “L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti”, con Alba Rohrwacher e Maya Sansa, sulla strage di Marzabotto; “Hotel Meina” di Carlo Lizzani e “Cielo e terra” di Luca Mazzieri, con Anita Caprioli, una delle più brave tra le “nuove” attrici,  sulla persecuzione degli ebrei; “A luci spente” di Maurizio Ponzi, con Giuliana De Sio, Filippo Nigro e Giulio Scarpati, il cinema al tempo del fascismo.

Ambientato nel periodo fascista, nell’ultimo periodo della seconda guerra mondiale, è “Il sangue dei vinti”, di Michele Soavi (con Michele Placido, Barbora Bobulova, Alessandro Preziosi e Philippe Leroy), dall’omonimo romanzo di Giampaolo Pansa, che tante polemiche ha sollevato. E’ una sorta di poliziesco con un commissario che indaga sull’assassinio di una donna e contemporaneamente sui misteri della di lei gemella, estraniandosi dalle vicende del tempo, mentre suoi due fratelli si schierano, l’uno con i partigiani, l’altro con la R.S.I.[12]

Il dopoguerra, con “Don Zeno. L’uomo di Nomadelfia” di Gianluigi Calderone, la storia di Nomadelfia, con Giulio Scarpati; “Vallanzasca” di Michele Placido, la vita dell’omonimo fuorilegge (Kim Rossi Stuart, Filippo Timi, Valeria Solarino, Paz Vega. Il ”68”, con “Il grande sogno”, ancora, di Placido (riflettori sul ’68, attraverso gli anni di gioventù dello stesso regista), con Luca Argentero, Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Michele Placido, Laura Morante.

Poi il terrorismo, con “Buongiorno notte” (il caso Moro), di Bellocchio, con Roberto Herlitzka, Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Paolo Briguglia e Giulio Bosetti; “La prima linea” di Renato De Maria, con Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno, sulle azioni del gruppo armato di “Prima Linea”; “Mio fratello è figlio unico” di Daniele Luchetti, in cui abbiamo il piacere di vedere un’Angela Finocchiaro, in un ruolo drammatico (altri attori: Riccardo Scamarcio, Elio Germano, Alba Rohrwacher e Luca Zingaretti).

Richiamiamo, anche se documentario, “Ragazze – La vita trema”, di Paola Sangiovanni, che attraverso la vita di quattro ragazze, racconta il movimento femminista in Italia negli anni ’70.

Una rivisitazione della più recente storia del nostro Paese può essere considerato “Niente paura” di Piergiorgio Gay, che iscrive nel suo “cast” (tra virgolette) uomini della scienza, dello spettacolo e della politica, raccontando, attraverso la loro storia personale, l’evoluzione del nostro Paese, lungo il percorso disegnato dalle canzoni di Luciano Ligabue.  

Così come una satira onnicomprensiva della storia d’Italia, dal fascismo all’era Berlusconi, è “Fascisti su Marte”, di Corrado Guzzanti, con lo stesso Guzzanti attore, con Caterina Guzzanti e Marco Marzocco.

In piena attualità, “Draquila”, sul terremoto[13] dell’Aquila, un documentario di Sabina Guzzanti[14],

Una veloce “uscita” dall’Italia, in piena guerra d’Irak, con “La tigre e la neve”, di Benigni, che in questo decennio, però, non ha visto i successi della precedente stagione (l”Oscar” con “Una vita bella”)[15].

Anche se non si tratta di un film, ma di un documentario, non possiamo tralasciare “Piombo fuso” di Stefano Savona, sul conflitto arabo-israeliano, girato all'interno della Striscia di Gaza.

Presumiamo che l’attuale situazione di crisi generalizzata del Paese, non potrà che essere uno degli “oggetti” del prossimo (e preannunciato) film di Nanni Moretti, “Habemus Papam”, con lo stesso Moretti, Michel Piccoli e Margherita Buy.

Altri film hanno ambientazioni storiche particolari.

Giuliano Montaldo, con “I demoni di Sanpietroburgo”, si muove nella Russia ottocentesca, tra zaristi e cospirazioni rivoluzionarie (Roberto Herlitzka, Anita Caprioli, Carolina Crescentini, Filippo Timi e Sandra Ceccharelli).

Paolo Virzì, con l’esilarante “N. Io e Napoleone”, racconta del “soggiorno” di Napoleone nell’isola d’Elba e degli incongrui tentativi di un maldestro rivoluzionario di ucciderlo[16], con Elio Giordano, uno dei più promettenti “nuovi” attori italiani, Sabrina Impacciatore, Valerio Mastandrea, Francesca Inaudi, Monica Bellucci, Massimo Ceccherini, Omero Antonutti.

Stefania Sandrelli, al suo esordio come regista, ci narra, con “Christine”,  la vita di Christine de Pizan, una poetessa francese di origini italiane, vissuta tra il quattordicesimo ed il quindicesimo secolo, considerata una delle prime scrittrici di professione ed una sorta di “prima” femminista, per le difficoltà che incontrò a muoversi in quella società maschilista. Con la figlia Amanda, Alessio boni, Alessandro Haber, come interpreti.

Ermanno Olmi, ne “Il mestiere delle armi” (con Sandra Ceccherelli), ci narra degli ultimi giorni di vita di Giovanni delle Bande Nere.

Presentato all’ultimo Festival di Torino, “Io sono con te”, di Guido Chiesa, la storia di Maria di Nazareth, metafora del ruolo della donna nella società, l’amore in prospettiva femminile (con, tra i tanti stranieri, Giorgio Colangeli e Fabrizio Gifuni).

  

 

La politica.

 

Strettamente legata alla storia, la politica, con pellicole che affrontano, in modo più meno romanzato ed allegorico, anche vicende legate a “suoi” personaggi. Ovviamente i primi nomi che balzano agli occhi sono “Il caimano” di Moretti[17], dedicato a Silvio Berlusconi e  “Il divo” di Paolo Sorrentino, la vita di Giulio Andreotti, con la stupenda interpretazione di Toni Servillo e con Fanny Ardant, Anna Buonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Piera Degli Esposti.

L’affresco delle lotte alla Fiat è di Wilma Labate, con il suo “Signorinaeffe” (con Filippo Timi, Valeria Solarino, Sabrina Impacciatore), mentre Francesco “Citto” Maselli ritorna sulla crisi della sinistra, con “Le ombre rosse”, con Ennio Fantastichini, Arnoldo Foa', Roberto Herlitzka  e Valentina Carnelutti.

L’imperante videocrazia è rappresentata da “Videocrazy”  di Erik Gandini, un documentario che possiamo idealmente collegare con “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo. 

Per finire con il dissacrante (di prossima programmazione) “Qualunquemente” di Giulio Manfredonia[18], nel quale Antonio Albanese (nel cast anche Sergio Rubini), riprende il personaggio TV di “Cetto Laqualunque”, la quintessenza di come non dovrebbe essere un politico, parodia ed iperbole, di una certa figura di politico, arrogante, cialtrone, maschilista, antiambientalista  e compromesso con la delinquenza organizzata.

Questo discorso ci porta direttamente a quello di una cinematografia che esplicitamente riflette sui grandi problemi che agitano la società italiana, in questo particolare momento storico, problemi che hanno una ricaduta sulla vita quotidiana dei cittadini, cosicché il tema del sociale, si salda con quello dell’individuo, delle vicende dei singoli, delle relazioni, della vita di coppia e via dicendo. Con un’osservazione, riguardo a quella patina di melanconia, a quel sottile pessimismo che (a parte il film adolescenziali e vacanzieri) sembra pervadere quasi tutte le pellicole, quasi il cinema riflettesse la stato di ansia, di disillusione, di caduta della speranza, che sembra connotare la nostra epoca, al di là degli illusori messaggi che giungono dal piccolo schermo televisivo. Il fatto è che gli pseudovalori che hanno soppiantato i “vecchi” valori, non danno sicurezza. Il successo ad ogni costo, il danaro, la fretta, l’uso del corpo per affermarsi, l’apparire, l’approssimazione[19], il disinteresse per l’altro, in fondo, non danno garanzie: pochi perverranno a raggiungere gli obiettivi, pochissimi manterranno le posizioni acquisite, al prezzo di una totale perdita di indipendenza.

 

 

Mafia e dintorni

 

          E’ un filone che si connota per il suo impegno sociale, che punta i riflettori su quanti, per la difesa della legalità e per la dignità delle popolazioni del sud, hanno pagato con la propria vita. In questo quadro si inseriscono i film dedicati a quei magistrati ed a quei giornalisti che sono caduti nella lotta. “Il giudice ragazzino”, di Alessandro Di Robilant, dedicato a Rosario Livatino (Giulio Scarpati, Sabrina Ferilli, Leopoldo Trieste, Renato Carpinteri),  “I cento passi”, di Giordana, che ricorda la figura di Peppino Impastato, con Lo Cascio, Paolo Briguglia e Tony Sperandeo.

Il giornalista de “Il mattino” Giancarlo Sani è ricordato da due film, “Fortapasc”, di Marco Risi, con Libero De Rienzo, Ennio Fantastichini, Michele Riondino e Valentina Lodovini e “e io ti seguo” di Maurizio Fiume.

La realtà della provincia campana è la protagonista di “Gomorra” (dal libro cult di Roberto Saviano) di Matteo Garrone, con Toni Servillo. Con “Luna rossa” di Antonio Capuano (Toni Servillo, Licia Maglietta) è la volta della camorra, mentre la Sacra Corona Riunita compare in “Galantuomini”, di Edoardo Winspeare, con Donatella Finocchiaro, Beppe Fiorello, nella sofferta storia di due “vecchi amici”, ora l’uno un giudice e l’altra braccio destro di un “boss”. “La siciliana ribelle”, di Marco Amenta (con Veronica D’Agostino) è dedicato alla figura di Rita Atria, la figlia di un “boss” mafioso, che collaborava con la giustizia e che si suicidò dopo la strage di Via Amelio (Borsellino). Intimista e fortemente connotato dall’interpretazione di Toni Servillo è “Le conseguenze dell’amore” di Paolo Sorrentino (con anche Olivia Magnani e Raffaele Pisu), il riscatto dalla mafia di un grigio esecutore.

          “L’uomo di vetro” di Stefano Incerti, racconta la storia del primo pentito di mafia, Leonardo Vitale, restando tutto sommato molto aderente alla realtà; con Tony Sperandeo e Anna Buonaiuto.

          In “Miracolo a Palermo” di Beppe Cino, con Tony Sperandeo e Maria Grazia Cucinotta, un ragazzino palermitano pensa continuamente alla vendetta che intende compiere (il padre è stato ucciso in un regolamento di conti mafioso ed egli afferma di poter riconoscere gli assassini del padre) e porta sempre con sé una pistola. L’abbandona dopo essere stato scampato ad una sparatoria tra mafiosi.

Ai confini con la criminalità (nel senso che alla fine i protagonisti ne vengono inevitabilmente a contatto) i film che si occupano del vizio del gioco, con “Il passato è una terra straniera” di Daniele Vicari (Elio Germano, Michele Riondino, Chiara Caselli, Valentina Lodovini), anche questo tratto da un romanzo (omonimo, di Gianrico Carofiglio), “Tris di donne & abiti nuziali” di Vincenzo Terracciano, con Sergio Castelletto e Paolo Briguglia). Immune da questi contatti, invece, “La rivincita di Natale” di Pupi Avati, con gli stessi attori del “primo” “Il regalo di Natale” (con Diego Abatantuono, Gianni Cavina, Alessandro Haber e Carlo Delle Piane).

La storia della criminalità romana della “Banda della Magliana” è oggetto del “Romanzo criminale” (ancora una volta, tratto da un’opera letteraria, l’omonimo libro di De Cataldo) di Michele Placido, con un cast che vede riuniti moltissimi tra i più famosi attori della nuova leva: Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Stefano Accorsi, Nicola Scamarcio, Elio Germano; tra le attrici Jasmine Trinca, che lo stesso regista aveva inserito ne “Il grande sogno”. Lo stesso Placido ha ripreso il discorso della criminalità con già citato “Vallanzasca”.

Una storia di corruzione, con risvolti amorosi melodrammatici, è quella raccontata da Alfonso Marra, ne “L’ora di punta”, con Fanny Ardant e Michele Lastella.

 

            Appaiono molto spesso affidati al piccolo schermo (laddove molti degli attori del “nuovo” cinema italiano hanno lavorato e lavorano, acquisendo, tra l’altro, grande notorietà) il poliziesco, il noir, il thriller, un “genere” al quale, comunque, sono ascrivibili parecchi film.

          Gli indesiderabili, espulsi dagli Stati Uniti, perché considerati esponenti della malavita, sono i protagonisti de “Gli indesiderabili”, di Pasquale Scimeca, una pellicola che cerca di ricostruire un epoca (gli anni ’50).

Raffinato racconto, giocato sui sentimenti , più che sulle indagini, è “La ragazza del lago” di Andrea Molaioli, con Toni Servillo, Valeria Golino (la “scoperta” di “Rain man”, ora grande ed affermata attrice drammatica), Sara D’Amario, Fabrizio Gifuni, Anna Bonaiuti, Omero Antonutti).

“La doppia ora” di Giuseppe Capotondi, con l’ormai “italianizzata” Ksenia Rappoport, Filippo Timi ed Antonia Truppo: un complicatissimo “puzzle” che mette in difficoltà lo spettatore.

Ricordiamo anche il thriller-noir, con venature comiche, de “Notturno bus” di Davide Marengo, con Valerio Mastandrea, Giovanna Mezzogiorno, Francesco Pannofino (che é passato dal ruolo di doppiatore a quello di attore e che é stato uno dei protagonisti della serie televisiva di “Boris” che diventerà un film), Roberto Citran ed Ennio Fantastichini.

Il film di Lisa Romano, “Se chiudi gli occhi”, con una sorta di due amiche, che sembrano, un po’ Thelma e Louise italiane (Giovanna Di Rauso, Anna Foglietta) è un giallo che si muove nell’ambito della malavita internazionale, che si occupa di trapianti clandestini.

Ancora due ragazze, questa volta amanti, in una sorta di noir grottesco, “Benzina”, di Monica Stambrini, che cercano di sbarazzarsi del cadavere della madre di una delle due. In viaggio da a una pompa di benzina, con Maya Sansa, Regina Orioli e Libero De Rienzo.

Cristina Comencini ci presenta “Arrivederci amore ciao”, con Isabella Ferrari, Alessio Boni, Michele Placido, Antonello Massari, dall’omonimo romanzo di Massimo Carlotto (ormai riconosciuto il maggior esponente del genere noir italiano), la storia di ex terrorista, che tradisce i suoi compagni ed i suoi ideali e che usa i sentimenti per ingannare, ritratto perfetto di un perfetto mascalzone.

Aggiungiamo, anche, “Un giorno perfetto” di Ferzan Ozpetek (con Isabella Ferrari, Valerio Mastrandrea, Stefania Sandrelli, Monica Guerritore , Angela Finocchiaro),  tratto dall'omonimo romanzo di Melania Gaia Mazzucco, un film che narra di un'ossessione amorosa che diventa dramma.

Ascrivibili a questa categoria, in un certo senso, sono anche  “La giusta distanza” di Carlo Mazzacurati, con Valentina Lodovini, Fabrizio Bentivoglio, Giuseppe Battiston, Ivano Marescotti, con una trama gialla ambientata nel Polesine e “Colpo d’occhio” di Sergio Rubini (Sergio Rubini, Vittoria Puccini, Riccardo Scamarcio), un complesso triangolo d’amore che finisce in un assassinio.

Ricordiamo, infine, “Almost blue” di Alex Infascelli, con Lorenza Indovina e Claudio Santamaria  (dall’omonimo romanzo di Carlo Lucarelli) e l’incursione nel giallo, in un giallo particolare senza omicidi, ma che scava nel passato di un suicidio, di Gabriele Salvatores, in “Quo vadis, Baby?”, con Angela Baraldi, Gigio Alberti e Elio Germano, altro grande protagonista del nuovo cinema italiano. Sempre di Infascelli c’è “H2Odio”[20], con Chiara Conte, Carolina Crescentini, Mandala Tayde, dove l’esperimento di una dieta a base di acqua conduce ad un quadruplice omicidio.

Legato alla vita dello spaccio di droga, nel contesto di una periferia urbana (Milano) degradata, sullo sfondo di rapporti conflittuali tra la gente del quartiere e gli immigrati, è “Fame chimica”, di Antonio Bocala e Paolo Varin (l’unica interprete a noi nota è Valeria Solarino).

A mezza strada tra la commedia ed il noir è “Aspettando il sole”, di Ago Panini, con Raoul Bova, Vanessa Incontrada e Claudia Gerini, un film ambientato in un “hotel” che sembra fuori dal mondo, dove si intrecciano diverse storie d’amore e di disperazione.

Un giallo singolare, preso dall’omonimo romanzo di Nicolò Ammaniti, è “Il siero della vanità”, di Alex Infascelli, con Francesca Neri, Margherita Buy, Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Barbora Bobulova, in cui un’indagine sulla scomparsa di noti personaggi televisivi si conclude con un surreale, ma purtroppo verosimile, epilogo.

Alla fine del 2010 escono nelle sale cinematografiche due film, interpretati da Toni Servillo. Il primo è  “Una vita tranquilla”, di Claudio Capellini, che racconta di un apparentemente tranquillo ristoratore italiano in Germania, originario del Sud d’Italia, che vede ripiombarsi addosso il passato (di camorrista), nelle sembianze  di un figlio (dimenticato), in fuga (?), con un contratto (?). Una storia che sembra rimandare alla strage di Duisburg. Il secondo è “Gorgaciof”, la storia di uno strano personaggio, contabile del carcere di Poggioreale, con il vizio del gioco e la passione per una ragazza, che per risolvere i problemi del di lei padre, si mette nei guai, dapprima sottraendo denaro alla cassa del carcere, poi gettandosi in attività illegali e pericolose, in una Napoli noir, nei suoi quartieri più malfamati ed abitati da immigrati.

 

 

Le relazioni ed i sentimenti

 

E’ il “contenitore” per eccellenza, in cui, ovviamente, vanno inseriti film diversi gli uni dagli altri, ma uniti dal loro trattare, più specificatamente delle pellicole degli altri filoni, i problemi delle relazioni tra gli individui ed i sentimenti. E’ evidente che relazioni e sentimenti ci sono in tutte le pellicole, ma, ad esempio, “La prima linea”, che vede l’intensa relazione amorosa tra i due protagonisti, ha una connotazione forte, di storia ambientata nell’età del terrorismo, ed è per questo che l’abbiamo inserito in una categoria diversa da quella dei film sentimentali.

Per questo tipo di film pensiamo alle pellicole (spesso di grande successo), dei fratelli Muccino (il regista, Gabriele, e l’attore, sostanzialmente, Silvio) e alle tante altre che trattano di storie d’amore. Spesso sono storie complicatissime, come accade nei film di Luca Lucini,  “L’uomo perfetto” (con Riccardo Scamarcio, Francesca Inaudi, Gabriella Pession e Giancarlo Morelli), con estrosi piani architettati per conquistare l’amato e che alla fine vedono “rovesciate” le posizioni di partenza. Di Muccino non possiamo non ricordare il grandissimo successo de “L’ultimo bacio” e “Baciami ancora”, probabilmente dovuto anche alla presenza di uno stuolo di attori molto amati dal pubblico: Stefano Accorsi, Giovanna Mezzogiorno,  Vittoria Puccini (la famosissima “Elisa di Vallombrosa” dello sceneggiato TV, che “sostituisce” la Mezzogiorno nel secondo film), Stefania Sandrelli, Marina Stella, Pierfrancesco Favino, Sergio Castelletto, Giorgio Casotti, Claudio Santamaria, Sabrina Impacciatore, Silvio Muccino, Valeria Bruni Tedeschi).Tutti questi film hanno, in genere, un elemento che li accomuna: il lieto fine.

Ci sono, poi, i film che seguono la “tradizione” della “commedia italiana”, una cinematografia che fotografava e fotografa i difetti dell’italiano medio (muovendosi sulla scia tracciata, in particolare, dal grande Alberto Sordi). Tutti, o quasi, i film di questo genere, sono divertenti e con spunti di esilarante comicità (tra l’altro “utilizzando” cast ricchissimi, con i migliori attori del momento), suscitando, però, quasi sempre risate “amare”; alla fine si resta quasi sempre (utilizziamo ancora questo termine), con “l’amaro” in bocca”. Anche in un film “leggero” come “Matrimoni e altri disastri”, di Nina Di Maio, con Fabio Volo, Margherita Buy (vera “signora” del cinema italiano), Luciana Littizzetto e Francesca Inaudi, proviamo questa sensazione. C’è un protagonista, poi, ne “La febbre” di Alessandro D’Alatri (con Fabio Volo, un attore versatilissimo e la stupenda e solare Valeria Solarino) che rivolgendosi al giovane “idealista” (lo stesso Volo) gli dice che “ … siamo tutti figli della stessa immondizia”. Un cinema, che passando per il sorriso, esprime il profondo disagio, la disillusione, la caduta della speranza, tipiche di questo inizio del nuovo millennio. Il taglio di questi film è, dunque, all’opposto di quelli sentimentali. Questo lo si nota anche nell’ampia filmografia di Carlo Verdone (C'era un cinese in coma, Ma che colpa abbiamo noi, L'amore è eterno finché dura, Il mio miglior nemico, Grande, grosso e Verdone, Io, loro e Lara), anche se il “nostro” regista tende a chiudere al positivo.

Un posto a sé spetta a Giovanni Veronesi, di cui ricordiamo “Manuale d’amore”, “Manuale d’amore2”, “Italians”, film ad episodi, ritratti divertenti dell’Italia di oggi, attraverso storie d’amore e non, interpretate dai migliori attori del nostro cinema: Carlo Verdone, Luciana Littizzetto, Sergio Rubini, Margherita Buy, Jasmine Trinca, Dino Abbrescia, Anita Caprioli, Sabrina Impacciatore, Dario Bandiera, Monica Bellucci, Riccardo Scamarcio, Fabio Volo, Antonuio Albanese, Barbora Bobulova, Elsa Pataki, Claudio Bisio, Sergio Castellitto, Ksenia Rappoport, Valeria Solarino, Remo Girone, Claudia Zanella. Ci sembra, a questo punto doveroso ricordare che ci sarà anche un “Manuale d’amore 3”, nel quale oltre a Monica Bellucci, Riccardo Scamarcio e Carlo Verdone, avremo nuove “entry”: Valeria Solarino, Michele Placido, Donatella Finocchiaro, Laura Chiatti e, addirittura, Robert De Niro!

Un discorso particolare va fatto per Leonardo Pieraccioni, i cui film (“Il principe e il pirata”, 2001, “Il paradiso all'improvviso”, 2003, “Ti amo in tutte le lingue del mondo”, 2005, “Una moglie bellissima”, 2007, “Io & Marilyn”, 2009), sono quasi sempre segnati da una comicità, anche qui, “amara”, con un lieto fine che arriva dopo tante traversie e vicissitudini. Da notare come il regista, non abbia più colto il grandissimo successo del 1996, “Il ciclone”.

Citiamo anche la filmografia di Vincenzo Salemme, che ci sembra non aver più raggiunto il successo dei primi film, a partire da “L’amico del cuore”: A ruota libera (2000), Volesse il cielo! (2002), Ho visto le stelle! (2003), Cose da pazzi (2005), SMS - Sotto mentite spoglie (2007), No problem (2008).

A metà strada tra la satira e quella che è chiamata la commedia all’italiana, l’impietoso ritratto che  Alessandro D’Alatri fa della politica, in “Commediasexi”, che vede la presenza tra gli attori, di Paolo Bonolis, accanto a Sergio Rubini, Margherita Buy, Stefania Rocca, Elena Santarelli, Rocco Papaleo e Michele Placido.

Ci sono poi i cosiddetti film “comici”, una dizione ambigua, pellicole che non sempre è possibile distinguere dalla commedia.

Certamente ci sono i comici “tout court” ed in questa sezione possiamo certamente racchiudere i film di Aldo, Giovanni e Giacomo, a cui si sono aggiunti, quelli del duo Ficarra e Picone (tra l’altro inseriti come attori, insieme a Salemme nel “Baaria” di Tornatore), tutte pellicole di grande successo “al botteghino”. Ci sono i film ad episodi, tra cui citiamo un titolo per tutti, perché richiama grandi successi del passato: “I mostri oggi”, di Enrico Oldoini, con Diego Abatantuono, Sabrina Ferilli, Claudio Bisio, Carlo Buccirosso, Angela Finocchiaro,continua»

Giorgio Panariello, Ottavia Piccolo.

E, avanti, con “Tutti al mare” di Matteo Cerami, microepisodi di una giornata mare, che, come quasi tutti i film di questo genere, gioca sulla presenza nel cast di una miriade di attori noti ed amati dal pubblico (Luigi Proietti, Marco Giallini, Anna Bonaiuto, Ilaria Occhini, Libero de Rienzo, Ambra Angiolini, Ennio Fantastichini, Ninetto Davoli, Piera Degli Esposti, Rodolfo Laganà, Vincenzo Cerami, Sergio Fiorentini, Matteo Cerami, Francesco Montanari, Elio Germano, Raffaele Vannoli, Claudia Zanella). In questo filone possiamo inserire certi film dei Vanzina, al di fuori delle note pellicole vacanziere e/o natalizie; il pensiero va a “Febbre da cavallo”, un film di grande successo del 2002, con Gigi Proietti, Enrico Montesano, Carlo Buccirosso e Nancy Brilli, laddove il vizio delle scommesse sulle corse dei cavalli, induce i protagonisti (ancora una volta una sorta di “armata Brancaleone”) ad ordire una truffa che, ovviamente, si ritorce contro di loro.continua»

 

A volte c’è una collocazione della storia in ambiti assurdi, che scateneranno l’ilarità, come quando un gruppo di amici, dopo anni (tutti ormai quarantenni), deve ripetere gli esami di maturità: “Immaturi”, di Paolo Genovese, con il solito “ampio” cast: Raoul Bova, Ricky Memphis, Luca Bizzarri, Barbora Bobulova, Paolo Kessisoglu, «continua

Ambra Angiolini, Filippo Timi, Giulia Michelini, Anita Caprioli, Luisa Ranieri.

A volte,  le problematiche esistenziali, private, si avvitano sul sociale (la crisi, il disagio), con il risultato di avere delle commedie un po’ anomale, spesso divertenti, ma che si reggono, spesso, quasi esclusivamente sulla bravura degli interpreti, laddove la ribellione sfocia in azioni condotte, ancora una volta, da vere e proprie “armate Brancaleone”.  Con risultati non sempre soddisfacenti.

“E se domani”, di  Giovanni La Parola, con Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu e Sabrina Impacciatore, con tanto di rapina e di sequestro di persona.

“Un Aldo qualunque”, di Dario Migliardi, con Fabio De Luigi, Giuseppe Battiston, Neri Marcoré e Manuela Ungano, con un ragioniere, un nullafacente, ex politicizzato e un amico chiamato “Caimano” , che progettano di rubare ad un boss delle scommesse clandestine.

In questo contesto si pone un film che recentemente ha avuto grande successo e che si riferisce esplicitamente alla situazione politica del giorni nostri: “I figli delle stelle”, di Lucio Pellegrini, con un cast di prim’ordine (Pierfrancesco Favino, Luigi Battiston, Fabio Volo, Claudia Pandolfi, Paolo Sassanelli, Giorgio Tirabassi), che descrive con amara comicità (a tratti surreale) lo stato di disagio che molti vivono in questo particolare momento storico e che spinge un gruppo di “disgraziati” a compiere o meglio a lasciarsi trascinare dagli eventi, in un’impresa assolutamente al di sopra delle loro possibilità e capacità.

Carlo Mazzacurati ci ha regalato un vero e proprio capolavoro con “La passione”  con Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Marco Messeri, Corrado Guzzanti. Kasia Smutniak, Cristiana Capotondi e Stefania Sandrelli; una commedia  divertente, con attori bravissimi; una mini-armata Brancaleone, che fotografa il disagio del Paese, impegnandosi in un evento che è al di sopra delle proprie capacità (la qual cosa, con contesti diversissimi, richiama il già citato, “Figli delle stelle”). 

Un panorama, dunque, estremamente composito, ma quello che possiamo dire è che in quasi tutte le pellicole giocano un ruolo importante le relazioni familiari, il rapporto di coppia, quello tra genitori e figli, le tematiche dell’omosessualità, del “male di vivere”, il rapporto uomo-donna. La vita e la società nel loro complesso.

          E’ da ricordare come in molte storie “familiari” compaia il “topos” del “pranzo”, la sala da pranzo, come luogo di incontro rituale ed obbligato (in genere dalla madre sola e vedova, con figli/figlie, generi/nuore), laddove emergono, “esplodono” i problemi ed i contrasti.

          E’ così ne “Il più bel giorno della mia vita” di Cristina Comencini (con Margherita Buy, Virna Lisi, Luigi Lo Cascio, Ricky Tognazzi, Sandra Seccherelli)    ed anche ne “Il pranzo della domenica”, di Carlo Vanzina, con  Massimo Ghini Barbara De Rossi, Elena Sofia Ricci, Giovanna Ralli, Rocco Papaleo, Marco Messeri[21].

E non si può non segnalare il grande successo di “Pranzo di ferragosto” di Gianni Di Gregorio, con il regista attore e le “attrici” (le signore anziane “collocate” dai rispettivi figli nell’appartamento del protagonista, per il pranzo di Ferragosto, appunto) tutte non professioniste.

Ancora un luogo è il “protagonista” di un film, questa volta un albergo, frequentato da divi del calcio e della televisione (ma è anche una storia sull’amicizia). Il piano inferiore è quello dei “poveri”, alla ricerca disperata di quel denaro che non basta mai,; quello superiore è il piano dove i signori del calcio organizzano vendite di partite: “Valzer” di Salvatore Maira, con Valeria Solarino e Maurizio Micheli, la storia di una ragazza, senza illusioni, che vede arrivare nell’albergo dove lavora, il padre di una sua vecchia amica: un incontro che rilancia la speranza.

Il muoversi, invece, verso un luogo, quale esso sia, il viaggio, insomma, come occasione per conoscersi, come innesco che fa esplodere situazioni e crisi e svolte nella vita, è lo sfondo di altre pellicole.

“Che ne sarà di noi”, di Giovanni Veronesi, con Silvio Cuccino, Violante Placido, Elio Germano, Valeria Solarino: qui abbiamo dei giovani in viaggio verso la Grecia. In un altro film, il luogo è rappresentato dal campo di calcio[22]: “Amore bugie e calcetto” (con Claudio Bisio, Filippo Nigro, Claudia Pandolfi e l’ormai onnipresente, e bravissimo, Giuseppe Battiston); è lì che i protagonisti si “riconoscono”. In “Mio cognato”, di Alessandro Piva, con Sergio Rubini e Luigi Lo Cascio, c’è una sorta di viaggio, con due cognati, in auto, nelle zone malavitose della città di Bari, che diventa l’occasione di incontro e di conoscenza reciproca tra i due.

In “18 anni dopo” di Edoardo Leo, con Sabrina Impacciatore e Gabriele Ferzetti, due fratelli,separati dal dolore della morte della madre che era deceduta quando erano piccoli, si incontrano, a causa della morte del padre e per dargli sepoltura laddove l’uomo aveva richiesto, intraprendono un lungo viaggio, nel corso del quale rielaboreranno il vecchio ed il nuovo lutto, ritrovandosi.

Maurizio Scarparro, ne “L’ultimo Pulcinella”, con Massimo Ranieri ed Adriana Asti, racconta di un altro viaggio, di un vecchio attore napoletano che va a cercare il figlio a Parigi, dove si era rifugiato, in fuga dalla camorra. Là, l’attore riproporrà, per l’ultima volta, il celebre personaggio.

Francesca Archibugi, in “Lezioni di volo”, racconta la storia di due giovani che disinteressati allo studi, intraprendono un lungo viaggio verso l’India; l’uno troverà l’amore, in un medico che lavora in una Onlus internazionale, l’altro, un ragazzo indiano adottato, si metterà alla ricerca della propria madre e delle proprie origini. Ritorneranno “adulti” dal loro viaggio. Con Giovanna Mezzogiorno, Flavio Bucci, Angela Finocchiaro, Anna Galiena, Roberto Citran.

E’ un viaggio “iniziatico” quello raccontato in “Baciami piccina” di Roberto Campanelli, con Vincenzo Salemme, Neri Marcoré, Marco Messeri. Un carabiniere, nel caos susseguentesi all’ 8 settembre, scorta a Milano, perché sia consegnato alla giustizia, un truffatore. Al viaggio si aggrega la fidanzata del militare. Il film è delizioso, egregiamente interpretato da Marcoré e Salemme, simboli dei personaggi “anti-eroi” di tanta cinematografia italiana. Ciò che conta, nello sbando generale, è, ormai, la propria coscienza; cadono una vecchia idea di giustizia, una certa idea di patria; avanzano le idee della democrazia.

Nell’imminente “Notizie dagli scavi”, un film di Emilio Greco (da un racconto di  Franco Lucentini), con Giuseppe Battiston, Ambra Angiolini, la vita insignificante e scialba del protagonista, riceve una scossa da una visita agli scavi archeologici della Villa di Adriano a Pompei.

 

Un macro-filone come questo, comprende, evidentemente, la più svariata gamma di contenuti.

          C’è la malattia; i letti vicini in ospedale, dopo un intervento al cuore, fanno riscoprire il vero senso della vita, in “Questioni di cuore” di Francesca Archibugi, con AntonioAlbanese, Rossi Kim Stuart, Michaela Ramazzotti e Francesca Inaudi. Ancora la malattia, questa volta l’Alzhaimer, che distrugge le persone e le loro famiglie, con Pupi Avati, che racconta la scelta di una moglie di accompagnare nella regressione il proprio marito malato: “Una sconfinata giovinezza”, con Francesca Neri, Fabrizio Bentivoglio, Gianni Cavina e Lino Capolicchio.

          “Un silenzio particolare” di Stefano Rulli, parla di un ragazzo affetto da problemi psichici e della decisione dei suoi genitori di creare, per rispondere a questo tipo di problemi, un agriturismo. Il racconto dell’esperienza con i suoi sucessi e difficoltà.

          Ne “La solitudine dei numeri primi”, di Saverio Costanzo, dall’omonimo romanzo di Paolo Giordano, che firma il soggetto e la sceneggiatura del film (Alba Rohrwacher, Luca Marinelli, Isabella Rossellini, Filippo Timi) entrambi i protagonisti sono colpiti dalla malattia (il ragazzo rifugge dal rapporto con gli altri, è incline all’autolesionismo; la ragazza, zoppa per un incidente avuto da bambina, è anoressica). Le loro vite sono seguite per lunghissimi anni; consapevoli della diversità che li caratterizza, non riusciranno a cogliere l’occasione, che l’amore che sentono l’una per l’altra, offre loro e chiuderanno il loro rapporto.

“Si può fare” di Giulio Manfredonia, con Claudio Bisio, Anita Caprioli e Giusepe Battiston, affronta il problema del recupero dei malati di mente (le vicende di una cooperativa di ex pazienti di ospedali psichiatrici).

Stesso tema del malato di mente ne “La pecora nera” di Ascanio Celestini, con lo stesso Celestini (che è anche autore del romanzo da cui il film è tratto), Giorgio Tirabassi e Maya Sansa. Racconta la storia pluridecennale di un malato mentale, nel quadro generale della vita di coloro che sono affetti da questa malattia; la storia di un uomo e contemporaneamente la storia di un malattia e di uno spaccato della sanità italiana.

In un’altra pellicola è un incidente a rovesciare il senso della vita, di un uomo che pensava di dominarla: “La felicità non costa niente”, di Mimmo Colapestri, con lo stesso regista, Francesca Neri, Laura Betti, Valeria Bruni Tedeschi e l’esordiente Valeria Solarino.

          In un’altra occasione, è l’intervento di un giovane psichiatra, su un’ammalata di anoressia, a rompere gli equilibri della famiglia, a vantaggio dell’ammalata, in “In carne e ossa” di Christian Angeli, con Alba Rohrwacher e Luigi Diberti.

 

          L’ospedale, questa volta non per una malattia, ma per una maternità, è il luogo in cui si svolge sostanzialmente tutta la vicenda narrata ne “Lo spazio bianco” di Cristina Comencini, con la stupenda interpretazione di Margherita Buy e con Salvatore Cantalupo ed Antonia Truppo (dall’omonimo romanzo di Valeria Parrella). L’attesa sfibrante di una donna, ormai sola, che ha partorito una bambina e che attende se la neonata vivrà o meno.

 

Con “L’ora di religione”, Marco Bellocchio investe la sfera della religione e fotografa le ipocrisie di un personaggio che mira a recuperare prestigio per la sua famiglia, valendosi del processo di canonizzazione della madre defunta. Parte sempre da una tematica afferente alla religione (un padre, regista in crisi, che mal sopporta che la figlia sposi un cattolico fervente), “Il regista di matrimoni”, ancora di Marco Bellocchio (con Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro, Gianni Gravina, Claudia Zanella), per sfociare in una storia intricata di un matrimonio da “cinematografare” e con apertura a diversi possibili finali.

 

Ne “L’’uomo in più”,  Paolo Sorrentino (con Toni Servillo) racconta la caduta ed il fallimento esistenziale di due vite, di due giovani cui arrideva il successo.

 

Non potevano mancare la famiglia ed i figli, gli adolescenti, i giovani.

In questo contesto vanno inseriti i film “degli esami”, dei primi amori (alla “Moccia”), delle prime esperienze; oltre alle opere di questo specifico filone, ricordiamo, ad esempio, “Ma che ci faccio qui?” di Francesco Amato, con Paolo Sassanelli, Daniele De Angelis e Manuela Ungaro nel quale la fuga da casa di un diciottenne che vuole visitare l’Europa, finisce nel litorale romano, dove vivrà una serie di avventure e disavventure (divertente, leggera e simpatica la sequenza del sesso praticato dal giovanissimo protagonista ed un’avvenente ed intraprendente signora).

Giovani compagni di classe, insieme in vacanza dopo gli esami di maturità, che in una baita in montagna hanno finalmente l’opportunità di conoscersi, di socializzare i loro problemi, in “Non più come prima” di Giacomo Campiotti, con Laura Chiatti.

 

Una donna impegnata nel sociale, che   ha “accolto” in casa una giovanissima prostituta e che viene in crisi dal precipitare dei rapporti interpersonali con l’arrivo del figlio e della di lui fidanzata: “La bella gente” di Ivano De Matteo, con Monica Guerritore, Elio Germano e Antonio Catania.

 

Padre e figli. Uno dei più significativi di questa “sezione”, film, duro e straziante, è “La stanza del figlio”, di Nanni Moretti, con Moretti interprete accanto a Laura Morante (l’altra “signora” del cinema italiano) e Jasmine Trinca (con cammei di Stefano Accorsi,  Silvio Orlando e Claudio Santamaria); la morte del figlio adolescente fa esplodere la coppia che, alla fine si ricompone, dopo un viaggio, in compagnia dell’altra figlia, anch’essa adolescente e di un suo amico.

I figli ritornano, con  il “leggero” “Genitori e figli agitare bene prima dell’uso”, di Giovanni Veronesi (con Silvio Orlando, Michele Placido, Elena Sofia Ricci, Margherita Buy, Piera Degli Esposti), una commedia brillante, nel quale i rapporti tra genitori e figli si mescolano con le problematiche amorose dei primi.

Drammatici sono invece, “Come Dio comanda”, di Gabriele Salvatores (con Filippo Timi, Elio Giordano e Fabio De Luigi) sull’amore tra padre e figlio (dall’omonimo romanzo di Niccolòp Ammaniti) e “Incompreso”, di Enrico Oldoini (con Luca Zingaretti e Margherita Buy), sull’incomprensione tra i due.

E poi “Alza la testa” di Alessandro Angelini, con Sergio Castelletto, ambientato in una borgata romana, con un padre, semianalfabeta, ex pugile, vedovo, è ossessionato dall’allenare il figlio, che ha talento per la boxe. Per il padre il figlio è tutto, mentre il figlio comincia a intravedere che esiste altro che il proprio padre ed il pugilato. La critica ha diviso il film in due parti, con un bravissimo Castellitto, la prima parte eccellente e la seconda in caduta.

“Le chiavi di casa”, di Gianni Amelio (dal libro “Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia e con Kim Rossi Stuart, Charlotte Rampling e Pierfrancesco Favino) racconta la toccante storia di un padre che si avvicina al proprio figlio handicappato (che aveva abbandonato subito dopo la nascita) e che comprende l’importanza dell’impegno che lo attende, dopo aver incontrato a Berlino (dove si era recato per far seguire particolari terapie al bambino) una donna, madre, anche lei di una ragazza handicappata.

Anche in “Il padre e lo straniero” (dal romanzo di Giancarlo De Cataldo), di Ricky Tognazzi, con Alessandro Gassman e Ksenia Rappoport, presentato all’ultimo Festival del Cinema di Roma, c’è l’incontro tra due padri, entrambi con un figlio disabile e handicappato; c’è anche un viaggio che lenisce il dolore nella coppia e le fa ritrovare la passione.

Ritratto di una famiglia dell’alta borghesia milanese, genitori e figli, tra cinismo ed sensibilità, in “Io sono l’amore” di Luca Guadagnino, con Alba Rohrwacher.

Una storia di giovani è quella raccontata da Pupi Avati in “Ma quando arrivano le ragazze”, con Claudio Santamaria, Paolo Briguglia, Vittoria Puccini, Johnny Dorelli e Roberta Garzia; entrambi musicisti, solo uno diventerà famoso e l’altro dovrà convivere, con un difficile rapporto, con il proprio padre, deluso nelle sue aspettative.

Il mondo giovanile di Andrea Pazienza, il grande autore di fumetti scomparso giovanissimo, è tratteggiato in “Paz” di Renato De Maria, con Claudio Santamaria, Fabrizia Sacchi, Roberto Citran, Vittoria Puccini e Giampaolo Morelli, il futuro protagonista de “L’ispettore Coliandro” della serie TV.

 

L’amore e la coppia, nello specifico.

La storia dell’amore tra due letterati, la scrittrice Sibilla Aleramo e il poeta Dino Campana, soprattutto attraverso le loro lettere, è l’oggetto de “Un viaggio chiamato amore”, di Michele Placido, con Laura Morante, Stefano Accorsi ed Alessandro Haber.

Con “Ex”, Fausto Brizzi racconta della crisi della coppia, di tante coppie (il film è ad episodi che si intersecano) con un ricchissimo cast[23]; il regista ritorna, poi, sul tema della guerra tra i sessi, con “Maschi contro femmine”, con la “sua” squadra di “Ex” allargata[24], che sarà il vero volano del suo successo.  Le disavventure di coppia sono l’oggetto anche di “Oggi sposi”, di Luca Lucini (su soggetto e sceneggiatura, tra gli altri dello stesso Brizzi), con una schiera foltissima, anche qui, di attori ed attrici[25].

“Caso Mai”, di Alessandro D’Alatri, con Fabio Volo e Stefania Rocca, si occupa della caduta nella banalità della vita di coppia e sulla sua capacità di ripresa.

“La finestra di fronte” di Ferzan Ozpetek (con Giovanna Mezzogiorno, Raoul Bova, Massimo Girotti, Filippo Nigro e Selma Yilmaz) racconta di una giovane donna insoddisfatta della vita e del matrimonio che incontra un vecchio omosessuale, che le darà la speranza ed il coraggio di operare una svolta alla sua vita.

In “Onde” di Francesco Fei, due “diversi” che si impegnano in una storia d’amore difficile, un ragazzo cieco e una ragazza che ha una grande voglia che le deturpa il viso (Anita Caprioli).

 

In “Agata e la tempesta” di Silvio Soldini (con  Claudio Santamaria, Licia Maglietta, Giuseppe Battiston, Emilio Solfrizzi, Marina Massironi), il tutto ruota attorno alla ricerca del proprio padre, da parte di uno dei protagonisti, che vede, così, costruirsi, attorno a sé, una nuova famiglia.

 

Famiglie particolari sono quelle che troviamo in “Liberate i pesci”, di Cristina Comencini (con Marco Morandi, Laura Morante, Michele Placido, Lunetta Savino, Emilio Solfrizzi), ambientato ancora una volta in Puglia (a Lecce), con tanto di “boss” mafioso e di giovani in odor di matrimonio. E la Puglia di ritorna di nuovo (questa volta Bari) nel già citato “Mio cognato”.

 

“Controvento”, di Peter Del Monte, con Margherita Buy, Valeria Golino ed Ennio Fantastichi, racconta, invece, del difficile rapporto tra sorelle, con Valeria Golino nel ruolo della ragazza sconfitta dalla vita, vittima del male di vivere.

Il tema è ripreso ne “L’amore nascosto” di Alessandro Capone, con Greta Scacchi, così come ne “La spettatrice” di Paolo Franchi, con Paola Bobulova (un’attrice slovacco-italiana) e ne “I giorni dell’abbandono”  (dal romanzo di  Elena Ferrante) di Roberto Faenza, con Margherita Buy e Luca Zingaretti.

           Anche in “Giulia non esce la sera”, di Giuseppe Piccioni  con Valerio Mastrandrea e Valeria Golino, assistiamo all’incapacità di sostenere il peso della vita, rifiutando anche l’amore che viene in soccorso, in una storia tormentata (il rapporto con la figlia) di una donna reclusa per omicidio. Bellissima l’interpretazione della Golino.

          Il male di vivere, che diventa anche ricerca del suicidio assistito, in “Exit”, una storia personale” di Massimiliano Amato, con Luca Guastino, un ragazzo, che dopo il suicidio di un suo amico, vuole recarsi in Olanda, laddove crede che l’eutanasia possa essere applicata anche agli stranieri.

                    Anche nell’ “All’amore assente” di Andrea Adriatico, la vita appare pesante ad un ghost writer, che scrive discorsi politici e che improvvisamente abbandona tutto e tutti, scomparendo nel nulla. Il problema è che il personaggio non regge più all’ambiguità del linguaggio che usa, che diventa anche ambiguità del suo essere.

Le vite, i problemi, le speranze, le aspettative di più personaggi, collocati in un determinato contesto (la riviera di Pescara) sono il tema di “Liberi” di Gianluca Maria Lavarelli, con Elio Germano e Nicole Grimaudo.

 

L’amore tormentato è il soggetto de “L’amore ritrovato” di Carlo Mazzacurati (dal romanzo “Una relazione” di Carlo Cassola), una lunga storia d’amore, che corre lungo i sentieri della storia, con Stefano Accorsi nel consueto ruolo di seduttore, Maya Sansa e Marco Messeri.

Ed è anche il soggetto de “Brucio nel vento” di Silvio Soldini, l’ossessione di un uomo per una donna, tensioni continue e fatica di vivere.

 

L’amore perduto e ritrovato (?), in “Amatemi” di Renato De Maria, con un cast di tutto rispetto (Isabella Ferrari, Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Gianpaolo Morelli, Donatella Finocchiaro), la storia di una donna che viene abbandonata e che solo dopo un lungo periodo di crisi e di solitudine, riesce a riprendersi la vita. L’amore disperato in “L’uomo che ama”, di Maria Sole Tognazzi, con Pierfrancesco Favino, Ksenia Rappoport, Monica Bellucci, Piera Degli Esposti, l’amore-ossessione di un uomo, un amore che si autodistrugge, passato al microscopio. L’amore “solo”, alle prese con la solitudine (per la partenza dell’amata), che è assieme psicologica e geografica, essendo la storia ambientata nell’isola di Ventotene, in “Sul mare” di Alessandro D’Alatri, con i “nuovi” attori, Dario Castiglio e Martina Codecasa. L’amore che diventa perversione e la gelosia che chiama il sangue: “L’odore del sangue” di Mario Martone con Fanny Ardant, Michele Placido e Riccardo Scamarcio. L’amore dedizione, quando l’innamorato appare disposto a derogare ai propri comportamenti abituali ed onesti, pur di risolvere i problemi dell’amata: “La luce dei miei occhi”, di Giuseppe Piccioni, con Luigi Lo Cascio, Sandra Seccherelli e Silvio Orlando. L’amore che divide due amici, in un film divertente ma che induce contemporaneamente alla riflessione, sul celebre binomio, “donne e motori”: “A velocità massima” di Daniele Vicari, con Valerio Mastandrea, come sempre bravissimo.

“Il caso dell’infedele Klara” di Roberto Faenza, con Claudio Santamaria, Laura Chiatti è il racconto, con vene da thriller, di un’ossessione amorosa, di una gelosia patologica e dissennata (Claudio Santamaria sembra ormai legato a personaggi “con problemi”).

Amori che si intrecciano e si muovono in parallelo, con le loro ansie ed i loro problemi, sullo sfondo di una grande città (Roma) in “Non prendere impegni questa sera”, di Gianluca Maria Lavarelli con un nutrito gruppo di attori ed attrici: Luca Zingaretti, Giorgio Tirabassi, Andrea Renzi, Alessandro Gassman, Giuseppe Battiston, Micaela Ramazzotti, Donatella Finocchiaro, Valeria Milillo, Francesca Inaudi, Paola Cortellesi, Valerio Binasco, Rocco Papaleo.

 

 

Altri temi ed altri film.

 

Ne “La bestia nel cuore”, di Cristina Comencini (con Giovanna Mezzogiorno, Giuseppe Battiston, Stefania Rocca, Angela Finocchiaro, Luigi Lo Cascio, Francesca Inaudi) c’è, invece, lo scavo nel passato, alla ricerca di una verità che non si vuole far emergere.

In “Due partite” di Enzo Monteleone, donne di età diverse si confrontano:  Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi, Paola Cortellesi, Carolina Crescentini,  Claudia Pandolfi, Alba Rohrwacher.

Ancora donne in “Respiro”; spendida ribelle, Valeria Golino,  insofferente alle angustie dell’ambiente in cui vive, nel film di Emanuele Crialese, ambientato nella stupenda Lampedusa.

Un film a parte è “Denti” di Gabriele Salvatores, racconto stralunato, surreale, centrato sull’ossessione per i denti, del suo protagonista, con Sergio Rubini, Paolo Villaggio (un improbabile ed “incredibile” dentista che “lavora” in una sorta di antro), Anita Caprioli, Fabrizio Bentivoglio.

La crisi ed il caso sono i protagonisti di “Due vite per caso”, che richiama il famosissimo “Sliding Doors”, di Peter Howitt; il film è di Alessandro Aronadio, con Lorenzo Balducci, Isabella Ragonese, Ivan Franek, Sarah Felberbaum, continua»

Rocco Papaleo,

C’è, poi, con non molti titoli, per la verità, anche una filmografia sulle “cattive ragazze”, in opposizione alle fanciulle innamorate dei film sentimentali. Se  “Niki” (Michela Quattrociocche) in un finale “fragoroso”, corona il suo sogno d’amore con “Alessandro” (Raoul Bova), in “Scusa ma ti voglio sposare”[26], in “Un gioco da ragazze” di Matteo Rovere (con Filippo Nigro, Chiara Chiti, Desiree Nofarini), un gruppo di “bad girls”, ed in particolare una di esse, porterà alla perdizione un incauto professore: dall’ambiente “bene” di un liceo, poi, alle ragazze del “proletariato” di “Alba Chiara” di Stefano Salvati, con Laura Gigante, Alessandro Haber ed Ivano Marescotti, laddove un bidello di una scuola fornisce di droga le studentesse, che si consumano in amori folli, in rapporti sessuali plurimi, con tanto di “fellatio” (è, contemporaneamente anche un “noir”, con alcune sequenze che scadono nel grottesco, e con una serie di omicidi di donne).

Ed è, ancora, una adolescente quella che ha tutta una serie di esperienze sessuali, viste come strumento per dominare l’altro sesso, nel film di Luca Guadagnino, “Melissa P”, con Maria Valverde, Claudio Santamaria, Geraldine Chaplin, Elio Germano, Alba Rohrwacher, dal romanzo “100 colpi di spazzola prima di andare a dormire” di Melissa Panarello.

Il tema dell’omosessualità annovera, da parte sua, una serie di film, in particolare con il regista italo-turco Fernan Ozpetek.

“Mine vaganti”, di Ferzan Ozpetek, sceneggiatore Ivan Cotroneo, con Riccardo Scamarcio, Alessandro Preziosi, Ennio Franceschini, Lunetta Savino, Ilaria Occhini, Elena Sofia Ricci, Carolina Crescentini; ambientato in Puglia (una regione amata dal cinema italiano) è il racconto delle vicissitudini di due giovani omosessuali, in una famiglia “dominata” da un padre ossessionatamene maschilista, con esito finale aperto alla speranza.

Rammentiamo la bellissima figura di omosessuale (Massimo Girotti), nel già citato “La finestra di fronte”, dello stesso regista

“Diverso da chi?” di Umberto Carteni con Luca Argentero, Antonio Catania, Filippo Nigro, Claudia Gerini, Francesco Pannofino e Giuseppe Cederna, racconta, in tono brioso e divertente, un rapporto amoroso a tre (due omosessuali ed una ragazza) che si risolve felicemente, con la nascita di un bambino e la costituzione di una famiglia “allargata”

“Le fate ignoranti”, ancora Ferzan Ozpetek, con Margherita Buy, Stefano Accorsi, Serra Yilmaz, Gabriel Garko; una moglie scopre che il proprio marito , prematuramente scomparso, era omosessuale e va alla ricerca di quello che ne era stato il compagno. La moglie (una, come al solito bravissima, Buy) che scopre un nuovo mondo e lo accetta.

“Saturno contro”, sempre di Ferzan Ozpetek, un film bellissimo, con un cast ricco ed eccezionale[27], racconta di una famiglia “allargata”, con la presenza di omosessuali, che si confronta con “esterni”, quando uno dei giovani (omosessuale) muore.

“Viola di mare”, che abbiamo giù citato nel filone dedicato alla “storia” è un’appassionante storia d’amore tra due donne, in Sicilia, ai primi del Novecento. Valeria Solarino, che per vincere sul padre (un eccellente, come sempre, Ennio Fantastichini) e godere della sua compagna, si “trasforma in uomo, è insuperabile. Delicata la figura dell’altra donna, una splendida Ragonese.

Sempre dell’amore tra due donne parla “Riparo”, di Marco Simon Piccioni, con Maria de Medeiros, Antonia Liskova e Mounir Ouadi, un sentimento che si intreccia alla difficile convivenza con un giovane tunisino che le due ragazze hanno “portato a casa” dalla loro vacanza in Tunisia e che si confronta con l’ostilità del sociale e dello stesso giovane “salvato”, figlio di una cultura machista e fortemente omofoba.

“L’imbalsamatore”, di Matteo Garrone, narra lo svolgersi di un amore omosessuale che termina in tragedia, con una morte che non si sa se sia suicidio o assassinio.

 

 

Le tematiche continuano, le più differenziate possibili.

 

Un evento di ordinaria connotazione, scatena nella protagonista un vero e proprio conflitto interiore, che le cambierà la vita: è il soggetto di “Cuore sacro” di Ferzan Ozpetek, con Lisa Gastoni e Barbora Bobulova.

Lo “speed dating” ( 'Incontri veloci') è l’elemento che innesca la storia de “L’amore è eterno finché dura” di Carlo Verdone, con Verdone, Laura Morante, Stefania Rocca, Antonio Catania; lo ritroviamo in “La doppia ora” (citato nella categoria “polizieschi”).

“Non pensarci” di Gianni Zanasi, con Valerio Mastandrea, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston, Caterina Murino, Paolo Briguglia, racconta del ritorno-sconfitta in famiglia di un giovane, che si troverà a lottare per riassettare quello che credeva essere un rifugio sicuro.

Surreale la storia di “Incantesimo napoletano”, di Paolo Genovese e Luca Miniero, nella quale un’intera famiglia è gettata nella disperazione dal fatto che piccola figlia crescendo parla il “milanese” e rifiuta ogni tradizione napoletano, preferendo addirittura i dolci di Milano ea quelli di Napoli.

La scuola rientra in gioco (nel passato ci sono stati parecchi film sulla scuola), nell’ultimo Festival del Cinema di Roma, con “La scuola è finita” di Valerio Jalongo (protagonista la sempre più brava Valerio Golino).

Della giovinezza e della paura di invecchiare e dell’intellettualismo formale di una certa sinistra, parla Sergio Castellitto, con il suo film, in uscita a dicembre, “La bellezza del somaro”, con il regista interprete assieme a Laura Morante.

“Caos Calmo”, di Antonello Grimaldi, dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi, con Nanni Moretti,  con un cast “infinito” (Nanni Moretti, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Silvio Orlando e tantissimi altri, in cammei, dei quali il più celebre è quello di Roman Polanski), aveva affrontato il tema della morte (in questo caso della moglie) come elemento di rivisitazione della vita.

 “Cento chiodi”, di Ermanno Olmi, dipende la scelta di un uomo che, amareggiato e deluso, rifiuta la società.

“Caterina va in città”, di Paolo Virzì,  con l’esordiente  Alice Teghil, Sergio Castellitto, Margherita Buy, Claudio Amendola, narra dell’incontro di un’adolescente con i riti politici della famiglia.

Con “Il figlio più piccolo” (con Christian De Sica, Luca Zingaretti, Laura Morante e Nicola Nocella),  Pupi Avati esce dalla consueta atmosfera di nostalgia (per luoghi e tempi lontani) che pervade tante sue opere, per darci una spietata fotografia dei nostri tempi, in cui l’avidità tutto travolge, anche il proprio figlio. De Sica rende, come non mai, la figura del “cialtrone”, ripetendo il successo del lontano “Compagni di scuola”, di Carlo verdone, del 1988.

 “Benvenuti al Sud”, di Luca Miniero, con Claudio Bisio, Angelo Finocchiaro, Alessandro Siani, Valentina Lodovini, dipinge (a volte con esagerata accentuazione) gli stereotipi che la gente del nord avrebbe nei confronti del sud. E’ la storia felice di un direttore delle poste trasferito, per punizione, in Campania. Quasi un sequel del francese “Giù al Nord”, di Dany Boon.

“Texas” di Fausto Paravidino (con Riccardo Scamarcio e Valeria Golino) racconta dei sogni e delle delusioni che vive la provincia italiana; la vita di un gruppo di amici in un paese del Piemonte, in tre notti particolari dell’anno.

           “Cocapop”, ovvero il problema della droga “dentro” la famiglia, anche questo all’ultimo Festival del Cinema di Roma, in un film di Pasquale Pozzessere, con Anita Caprioli.

             “L’amico di famiglia”, di  Paolo Sorrentino, con Laura Chiatti e Fabrizio Bentivoglio, racconta della vita di un usuraio e dei suoi rapporti con la gente e della sua sconfitta finale.

         

Ci permettiamo ora di accennare anche ad una sorta di sottocategoria di questo macro-filone, per sottolineare quelle pellicole che hanno, più di altre, il sapore di un richiamo alle proprie origini, le origine dei loro autori, dei registi.

La citazione va, prima di tutto, a Pupi Avati che ha posto Bologna ed il suo territorio come scenario di tante sue storie. Livorno, al posto del capoluogo emiliano, è il “luogo” per eccellenza di Paolo Virzì.

E Sergio Rubini (che spesso è anche attore nei suoi film), che ripercorrendo con i protagonisti dei suoi racconti le varie tappe della sua vita, ci immerge nell’humus della sua terra, della sua Puglia (le sue pellicole potrebbero essere inserite anche nel filone della “storia”): Tutto l'amore che c'è, 2000, L'anima gemella, 2002[28], L'amore ritorna, 2004, La terra, 2006, Colpo d'occhio, 2008, L'uomo nero, 2009.

In relazione alla Puglia ci sentiamo in dovere di segnalare il “docu-finction” di Nico Cerasola, “Focaccia Blues” (che vede la partecipazione di Renzo Arbore e di Lino Banfi), dedicato alla sconfitta del “McDonald’s” di Altamura, ad opera di un locale panettiere.

Piace, a questo proposito, ricordare che anche Pupi Avati, manda i personaggi di “La seconda notte di nozze” da Bologna alla Puglia (Neri Marcoré, Katia Ricciarelli, esordiente premiata, Antonio Albanese), in un film ambientato nel secondo dopoguerra,  con la campagna e le masserie del sud, viste come miraggio a fronte delle difficoltà che si incontravano nelle città del nord.

Dedicato alla Sardegna è “La destinazione” di Piero Sanna; un giovane carabiniere che indaga su un omicidio (e che ha anche una difficile storia d’amore con una ragazza locale), si rende conto di vivere in un mondo diverso dal suo (proviene dalla Romagna), nel quale anche la “giustizia” non può non tenere conto della complessa cultura locale.

Per chiudere con il recente “Basilicata Coast to coast “ di Rocco Papaleo (nativo di Lauria, Basilicata), un “road movie” all’italiana (con lo stesso Papaleo, Giovanna Mezzogiorno, Paolo Briguglia, Alessandro Gassman), una traversata, accompagnata dalla musica e dalle canzoni, della Basilicata, dal Mar Tirreno al Mar Ionio.

 

 

Il lavoro, la crisi economica ed il precariato.

 

Troviamo tracce di questa tematica in quasi tutti i film, anche se sono alcune specifiche pellicole a rappresentarla significativamente. Il tema della crisi, ad esempio, entra anche nel contesto di un film come “Cosa voglio di più”, che racconta di una devastante crisi di coppia. Il film è di Silvio Soldini, lo stesso che nel 1999, aveva avuto grande successo, con “Pane e tulipani” (anche per gli attori, da Antonio Catania, a Licia Maglietta, a Bruno Ganz e alla “scoperta” Giuseppe Battiston), laddove, però, aveva affrontato il tema della crisi della coppia con leggerezza e con ironia. Qui invece la leggerezza, cede il posto al disincanto, all’ansia per le bugie del tradimento e per i problemi economici. Abbiamo due personaggi (gli ottimi Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher) che tradiscono il loro compagno/a e che non sanno dove consumare i loro appetiti sessuali; a fatica trovano i 50 euro necessari per pagare un motel a ore (con una squallida procedura: sbarra all’entrata; consegna dei documenti, restando in auto, allo sportello; ritiro della tessera; parcheggio davanti alla camera; “alloggio” e “consumo”; successiva uscita, con ritiro dei documenti). Favino cerca continuamente danaro dal fratello edicolante ed anticipi dalla sua datrice di lavoro; mentre il marito della Rohrwacher (un perfetto Battiston) risparmia nei lavori di casa, con la sua perizia nel “fai da te”.

Il più noto di questo filone, è il celebratissimo “Tutta una vita davanti”, liberamente tratto da un’opera letteraria, “Il mondo deve sapere” di Michela Murgia  (di Paolo Virzì, che ha “consacrato” Isabella Ragonese e che vede un qualificatissimo cast con Sabrina Ferilli, Elio Germano, Massimo Ghini, Valerio Mastrandrea, Micaela Ramazzotti e Valentina Carnelutti), che assume un “call center” a simbolo della precarietà,  della mancanza di tutela dei lavoratori, della mistificazione dei valori del lavoro (formidabili le interpretazioni della Ferilli e di Ghini).

La precarietà, la difficoltà nel trovare un lavoro, con conseguente diffusa insoddisfazione che mina anche i rapporti personali e  sentimentali, sono il leitmotiv di “Santa Maradona”, di Marco Ponti (con Stefano Accorsi, Libero De Rienzo, Anita Caprioli). Altra “saga” della mobilità e della precarietà,, in  “Fuga dal call center”, di Federico Rizzo, con i soliti personaggi che il “call center” dirigono, simboli di sopraffazione e di cialtroneria. Ricordiamo, poi, il divertente ed amaro “Generazione 1000 euro” (nel titolo la fotografia della realtà), di Massimo Venier, con AlessandroTiberi, Anita Caprioli, Carolina Crescentini e Valentina Lodovini: un arrabattarsi continuo, una vita che si consuma, per 1000 euro al mese (c’è anche una “parte”, per il precario nella scuola).

Il precariato intrecciato al tema dell’immigrazione, in “Hai paura del buio” di Massimo Coppola; la storia di due ragazze, una italiana ed una rumena, in un racconto, tutto sommato, poetico.

 

Ma forse uno dei film più incisivi sulla crisi e sulle conseguenze che determina su chi la subisce, é “Giorni e nuvole”, di Silvio Soldini, con Margherita Buy ed un Antonio Albanese da “oscar”; qui la perdita del lavoro dell’uomo, provoca la sua crisi, a fronte della compagna, che invece affronta con tenacia la situazione: un dramma del lavoro, che diventa crisi di coppia.

Non mancano i film che affrontano temi più complessi (e più difficili da trattare) del mondo del lavoro, dal mobbing di “Mi piace lavorare” della Cristina Comencini, con Nicoletta Braschi, alle ristrutturazioni aziendali (cioè i tagli del personale), con “Volevo solo dormirle addosso”, di Eugenio Cappuccio, con Giorgio Pasotti e Cristiana Capotondi (che qui si abbandona il ruolo della studentessa “sotto esami”). Ed infine la difficoltà che il merito incontra nell’affermarsi in una società che premia solo l’approssimazione e limita l’intraprendenza, nel già citato “La febbre”, di Alessandro D’Alatri con Fabio Volo e Valeria Solarino.

 

          L’immigrazione e l’ ”altro”.

 

Altro problema a cui il cinema italiano non è indifferente è quello dell’emigrazione; eravamo partiti con “Vesna va veloce” del 1996, di Carlo Mazzacurati, con un ottimo Antonio Albanese, ed ecco “Cover Boy” di Carmine Amoroso (che vede la presenza di Chiara Caselli e di Luciana Littizzetto); un’amicizia di un immigrato e un italiano ugualmente disperato; lo straniero che diventa “oggetto”, ragazzo “copertina”.  

“Good Morning Aman” di Claudio Noce, con Valerio Mastrandrea (uno dei migliori attori del nostro cinema italiano contemporaneo ed Anita Caprioli; l’amicizia tra un adolescente di origine somala e un ex pugile fallito e depresso.

“Nuovo Mondo” di Emanuele Crialese, con Charlotte Gainsbourg e Isabella Ragonese (in una delle sue prime interpretazioni), che ci rimanda all’Italia emigrante ed agli incredibili ostacoli che gli immigrati trovavano all’entrata degli Stati Uniti, un monito per le nostre attuali difficoltà di accoglienza.

Con “Saimir” di Francesco Munzi, l’emigrazione (il protagonista è un giovane albanese) si coniuga con la problematica adolescenziale e con la difficoltà dei rapporti del giovane con il padre.

In “Sotto la stessa luna”, di Carlo Luglio, sono due giovani “rom” ad affrontare i problemi che la quotidianità della vita presenta in un quartiere come quello di Scampia, tra degrado e camorra.

In “Io, l’altro” di Mohsen Melliti, con Raoul Bova, l’”altro” è l’amico pescatore di Giuseppe (Bova), con il quale condivide i lunghi periodi di solitudine a bordo di un peschereccio. Sarà la radio (che annuncia la caccia all’uomo di un terrorista) a far nascere i sospetti nell’italiano, ad insinuare i dubbi, a far scattare il conflitto.

Cristina Comencini, con “Bianco e nero” (Fabio Volo e Ambra Angiolini) ci immerge nel mondo degli immigrati e dei mediatori culturali, mentre una splendida Ilaria Occhini, in “Mar Nero” di Federico Bondi, ci introduce nel complesso rapporto che si istaura tra anziani e badanti. Piace, qui, ricordare, anche l’”uscita” di un bravissimo attore italiano, Nicola Scamarcio (già protagonista del filone “Moccia”), che interpreta la figura del migrante in un film del grande Costa-Gravas (Verso l’Eden”). Mirabile e terribile affresco dell’immigrazione, sfruttata e violentata (nel senso letterale del termine, per quanto concerne le donne) dalla criminalità, con Giuseppe Tornatore, “La sconosciuta”; il film ha fatto incetta di David di Donatello, con Ksenia Rappoport, Pierfrancesco Favino, Alessandro Haber, Michele Placido, Claudia Gerini e Piera degli Esposti.

 

 

La trasposizione di opere letterarie in pellicola

 

Rimandiamo, intanto, alle opere che abbiamo già citato nel corso di questo nostro intervento. Nel filone, ovviamente vanno inclusi tutti i film tratti dai romanzi rivolti al pubblico adolescenziale e giovanile di Federico Moccia, con lo stesso autore in qualità di regista: Tre metri sopra il cielo”, “Ho voglia di te”, “Scusa ma ti chiamo amore”, “Amore 14”, “Scusa ma ti voglio sposare (film che hanno visto come con protagonisti attori già celebri e/o che lo sono diventati in seguito: Raoul Bova, Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Filippo Nigro, Claudio Bigagli).

Ricordiamo “Non ti muovere” di Sergio Castellitto, con lo stesso Castellitto, Claudia Gerini e Penelope Cruz, dall’omonimo romanzo della Margaret Mazzantini, “Io non ho paura “  e “Come Dio comanda” dai romanzi omonimi di Niccolò Ammaniti.

All’ultimo Festival del Cinema di Roma è arrivato Andrea Camilleri, con “La scomparsa di Patò”, di Rocco Martelliti, con Neri Marcoré, Renato Herlitzka e Nino Frassica; dopo i fasti televisivi de “Il Commissario Montalbano”, con Luca Zingaretti, un’opera “storica” del grande scrittore siciliano.

Silvio Muccino, affronta la regia adattando il romanzo scritto con Carla Vangelista, “Parlami d’amore”, con lo stesso Muccino, Carolina Crescentini e Geraldine Chaplin.

“Piano solo” è un film di Riccardo Milani, tratto dal libro di Walter VeltroniIl disco del mondo - Vita breve di Luca Flores, musicista”, con Kim Rossi Stuart, Jasmine Trinca, Michele Placido, Paola Cortellesi e Sandra Seccherelli.

 

 

Per un’analisi approfondita

 

A conclusione non possiamo non accennare al fatto che il cinema italiano di questo ultimo decennio, non va preso in esame esclusivamente per quanto concerne i contenuti. Appare a tutti evidente come questo intervento sia sbilanciato sul versante delle citazioni, dei titoli, dei registi, degli attori e delle attrici, un “repertorio”, in fondo, più che un saggio, che vuole offrire un quadro generale della nostra attuale cinematografia. E lo abbiamo anche fatto, sapendo bene come tanti vadano al cinema richiamati dalla presenza di un attore, di un’attrice, a volte molto di più che dal regista[29]. In fondo la speranza è che questo intervento funzioni anche da stimolo, perché la gente esca di casa e vada nelle sale a vedere le pellicole italiane. Aggiungiamo che un saggio completo sul cinema italiano del nuovo secolo non potrebbe che avere la dimensione di un libro.

Pertanto, richiamiamo ora l’attenzione sul fatto che un film si giudica non solo dai contenuti, dalle tematiche che affronta, dalla eccellenza o meno degli attori, ma anche, e soprattutto, dalla forma.

Anche in questa direzione la ricerca stilistica del nostro cinema non si è adagiata; il discorso sarebbe lungo: dovremmo parlare specificatamente del linguaggio cinematografico e delle sue tecniche (dalle inquadrature, al montaggio, alla strumentazione utilizzata, …). Dovremmo parlare di fotografia. Dovremmo fermarci (momento essenziale) a considerare la struttura allusiva del linguaggio cinematografico, il suo utilizzo delle metafore (come non ricordare la valenza simbolica dell'acqua, che “in positivo” compare, ad esempio, a significare la “nuova” nascita di Zampanò, ne “La strada”).

Si pensi al rapporto (spesso trascurato nelle recensioni dei film[30]) tra musica e cinema. La storia raccontata sullo schermo non avrebbe senso senza una colonna sonora (rammentiamo come nei film muti le sequenze erano “accompagnate” dal pianoforte). Pensiamo alle atmosfere create dalla musica, in particolare nei film gialli, thriller, noir, d’azione e d’avventura. Senza entrare nel merito della distinzione tra diegesi (la musica che il protagonista del film “sente”) ed extradiegesi (le colonne sonore che sottolineano gli accadimenti del film), vorremmo citare, a significare: “"Por una Cabeza", Carlos Gardel , in  “Scient of a woman”; “La vita è bella”, di Nicola Piovani; “Man with armonica”, di Ennio Morricone, “C’era una volta il West”; “Barcelona”, di Giulia y los Tellerini,  in “Vicky Cristina  Barcelona”; lo stesso Hitchcock , che nella scena dell’uccisione nella doccia inizialmente non voleva la musica, dichiarò che alla composizione di Bernard Herrmann si doveva il 33%  della sua suggestione[31]). Per rimanere in Italia, bastino i due nomi che abbiamo citato: Piovani e Morricone.

Lasciamo a chi ci legge il compito di “leggere, studiare, approfondire”, di esprimere giudizi sui film che abbiamo segnalato, i quali, ovviamente, non sono tutti capolavori e per alcuni dei quali la critica è stata estremamente negativa.

 

 

Presentiamo, intanto, come stimoli:

“Dopo mezzanotte” di Davide Ferrario, con Giorgio Pasotti e Francesca Inaudi, una sorta di cinema nel cinema, in cui il giovane protagonista gioca con i grandi del passato (Buster Keaton). E perché non ricordare il già citato “Basilicata Coast to coast “ di Rocco Papaleo, vero e proprio cinema nel cinema, con la giovane giornalista Giovanna Mezzogiorno che riprende questi  picaro nostrani, nella loro traversata della Basilicata.

Un cinema nel cinema in “Riprendimi” di Anna Negri, con Marco Foschi, Alba Rohrwacher, Valentina Lodovini, girato con una dvcam, che lo fa sembrare un documentario, con tutti quei suoi lunghi piani.

Il gioco (di nuovo cinema nel cinema) dell’“Happy family” di Gabriele Salvatores (con Fabio De Luigi, Diego Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio, Carla Signoris, Margherita Buy, Sandra Milo, Ugo Conti). I protagonisti che intervengono nella costruzione del film, i finali contestati e discussi e via dicendo.

Le inquadrature ed i silenzi de “In memoria di me”, un film di Saverio Costanzo, con Filippo Timi, sui dubbi di una scelta religiosa.

 

Alcuni flash.

 

I luoghi “d’oggi”, come ambientazione dei fatti avvenuti nell’Ottocento, in “Noi credevamo” di Martone, a collegare il passato all’attualità.

L’intersecarsi degli episodi, il gioco degli incastri riusciti di “Ex”, di Fausto Brizzi.

Il montaggio dei finali possibili de “Il regista di matrimoni”, di Marco Bellocchio, che gioca con scene e sequenze non concluse.

Il finale, realtà e sogno, di “Buongiorno notte”, di Marco Bellocchio.

Le panoramiche “aeree” di Giuseppe Tornatore in “Baaria”, con gli incredibili scorci di villa Aragona-Cutò di Bagheria.

I flash-back della sua “La sconosciuta” o quelli de “La solitudine dei numeri primi”, di Saverio Costanza.

L’articolarsi del montaggio in “La doppia ora” di Giuseppe Capotondi, che mette in crisi lo spettatore.

La tecnica di un’unica inquadratura, che inquadra il tempo reale ed il passato (flashback), in Valzer.

Le stupende dissolvenze di Alessandro D’Alatri in “La febbre”.

E via dicendo.

Immaginiamo che altro materiale di discussione ce lo fornirà il film di prossima uscita di Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo, “Boris – Il film” che, con un cast[32] simile a quello del famosissimo “Boris” televisivo, ci presenterà il cinema dal suo interno, come il  precedente aveva fatto per la televisione.

          A chiusura ci scusiamo per le omissioni (che immaginiamo essere numerosissime), dovute a difetto di conoscenza della materia da parte di chi scrive (che è un appassionato di cinema, ma non un critico) e alle sue specifiche predilezioni per certi film piuttosto che per altri, ciò che ha portato a scelte volutamente “di parte”.

 

 

 

 


 

[1]  Dal 2000, al Festival del cinema di Roma del 2010 ed alle anticipazioni del2011. Scritto nel novembre 2010.

[2]  Davide Turrini, Io presidente cinofilo. La gaffe che ti aspetti, Liberazione, 12.10.2010.

[3]  Anche quelli comici; la sua interpretazione del malavitoso “casalese”, con Crozza “padrino”, è un pezzo d’antologia, http://www.youtube.com/results?search_query=crozza+casalesi&aq=f

 

[4]  Si tratta di un’operazione molto semplice; è sufficiente, ad esempio, collegarsi a http://www.mymovies.it/premi  per avere tutti i dati possibili.

[5] A parte la crisi delle sale cinematografiche, resta il fatto che non si contano i Festival dedicati al cinema, decine e decine, in tutta la penisola; si consulti: http://www.aficfestival.it/spip.php?rubrique4

[6]  In un’intervista, Christian De Sica (protagonista di tanti film “vacanzieri”) ironizza su se stesso e sui suoi ruoli: nel film di Pupi Avati, “Il figlio più piccolo”, il personaggio da lui interpretato esce dal carcere e che cosa gli fa tenere in mano il regista? Un panettone!

 

[8]  Vedi le opere presentate, ad esempio a quel Festival particolare che è  Annency http://it.wikipedia.org/wiki/Annecy_cin%C3%A9ma_italien

[10]  Pupi Avati ha una particolare predilezione per la sua Bologna. Nei film sopraccitati recitano Antonio Albanese, Neri Marcoré, Diego Abatantuono, Laura Chiatti, Antonio Lo Cascio, Christian De Sita, Laura Morante; Luca Zingaretti. Accanto a Pupi Avati poniamo Sergio Rubini, che tratteremo più avanti.

[11]  Abbiamo letto, recentemente, sulla stampa, di una distribuzione del film in TRENTA copie: di nuovo la censura di mercato?

[12]  Conosciamo tutti la polemica sull’ “ultimo” Pansa scrittore. Il film in oggetto era stato rifiutato al Festival di Venezia del 2008 e presentato a quello di Roma e proiettato la prima volta nell’ottobre dello stesso anno. Si è scritto che il film è un esempio dell’“italico gioco del cerchio e della botte” (Lorenzo Leone, in http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=31&art=1281 ).

[13]  Il terremoto era stato il soggetto dominante di un film del 2001, “Domani”, di Francesca Archibugi, ambientato in un immaginario paesino umbro, con Valerio Mastandrea,  Ornella Muti ed Ilaria Occhini.

[14] Già autrice di “Viva Zapatero!”, un documentario sulla chiusura del programma televisivo “Raiot”.

[15] Le feroci stroncature, in particolare, della critica statunitense, sono sospette; la forza dell’amore e dell’ottimismo del regista, così apprezzabili ed apprezzate nel contesto antinazista de “La vita è bella”, non sono certamente gradite nell’ambito di una guerra di aggressione, come quella contro l’Irak, contrabbandata come guerra per l’espansione della democrazia.

[16] Un film che entra nella categoria delle riduzioni da opere letterarie, essendo liberamente tratto da “N” di Ernesto Ferrero.

[18]  Giulio Manfredonia aveva già diretto Albanese in una coproduzione italo-inglese-spagnola (con Fabio De Luigi), “E’ già ieri”, che era un remake del film Ricomincio da capo, di Harold Ramis, con Bill Murray e Andie MacDowell, dove i giorni inesorabilmente si ripetono sempre uguali a se stessi. Di Manfredonia ricordiamo anche il film comico, “Se fossi in te”, con Emilio Solfrizzi, Gioele Dix, Paola Cortellesi, Linetta Savino e Fabio Luigi (tre nevrotici falliti si scambiano i ruoli; dall’una all’altra crisi di identità).

[19]  In un’intervista TV, Emanuele Filiberto ha spiegato meglio di quanto si potesse apprendere dalla lettura di un’intera biblioteca di sociologia, il segreto del suo successo, sostenendo di non saper fare nulla, ma contemporaneamente di fare tante cose “APPROSSIMATIVAMENTE”. L’approssimazione sembrerebbe gradita al grande pubblico. Non è che tanti cittadini invece siano impossibilitati a leggere le opere d’ingegno, perché non sono stati loro forniti i codici di lettura necessari e perché la stragrande maggioranza dei media li culla in questa loro non conoscenza?

[20] “H2Odio” è uscito, per volontà del regista, in dvd in edicola.

[21] Per inciso ricordiamo come i Vanzina, dopo i cosiddetti “cinepanettoni natalizi” e le pellicole “vacanziere-estive”, stiano presentando opere, come quella che abbiamo citato, che si differenziano dalla vecchia produzione, anche se riproducendo spesso gli stessi schemi; in questa direzione si muove La vita è una cosa meravigliosa”, con Enrico Brignano, Gigi Proietti, Nancy Brilli e Vincenzo Salemme, una sorta di commedia brillante, dove i personaggi passano attraverso tutti i luoghi comuni di questo genere: equivoci, truffe, rivelazioni, tradimenti amorosi ecc.

 

[22]  Il gioco del calcio è l’elemento unificatore di “4+4+2. Il gioco più bello del mondo”, film ad episodi, di quattro registi (Roan Johnson, Michele Carrillo, Francesco Lagi, Claudio Cupellini), con Valerio Mastandrea, Francesca Inaudi, Nino D'Angelo, Roberto Citran, Antonio Catania. continua»

 

Rolando Ravello, Alba Rohrwacher.

[24] Claudio Bisio, Carla Signoris, Fabio De Luigi, Giorgia Wurth, Luciana Littizzetto, Alessandro Preziosi, Paola Cortellesi, Francesco Pannofino, Nancy Brilli, Emilio Solfrizzi, Giuseppe Cederna, Nicolas Vaporidis che esce dal ruolo liceal-universitario.

[26] Seguito di “Scusa ma ti chiamo amore”, con gli stessi attori, di Federico Moccia (qui regista, oltre che autore dell’omonimo romanzo).

[28]  “L’anima gemella” (con Sergio Rubini, Violante Placido,  Valentina Cervi, Dino Abbrescia) coniuga una Puglia misteriosa, terra di magie; per conquistare un uomo,  si acquisisce il corpo della rivale.

[29]  Non abbiamo dubbi: quando uscirà “Qualunquemente”, sarà Antonio Albanese ad attirare gli spettatori, con tutto il rispetto per il regista. E così anche per i film stranieri: ha attirato di più il nome del regista (Oliver Stone) o dell’attore (Michael Douglas), per “Wall Street. Il denaro non dorme mai”? E’ pur vero che la gente va al cinema quando sente parlare di Pieraccioni o del trio Aldo, Giovanni e Giacomo.

[30]  In verità dobbiamo constatare che nelle recensioni di Wikipedia sono indicati i brani della colonna sonora dei film presentati.

[31]  Per le colonne sonore dei film ricordiamo il sito http://www.soundtrack.net .

 


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