20dicembre 2010   Valentina Bosi

 

 

THE SAFETY OF OBJECTS (La sicurezza degli oggetti)

WELCOME TO THE NEIGHBORHOOD

 

“Cominci a collezionare oggetti, cominci a pensare che ci tieni a quegli oggetti e quando poi spariscono, si rompono o qualcuno li ruba, ti senti come se avessi perso una parte di te, è come se tu scomparissi…”

 

È una ragnatela incredibilmente complessa quella che si crea tracciando idealmente i fili sottili che collegano la vita dei personaggi di La sicurezza degli oggetti (2001) ambientato nel pertugio residenziale soffocante della provincia americana; un intreccio di sentimenti implosi che più spesso sconfinano nel morboso dando vita ad un labirintico intreccio di anime tra loro “linkabili” al cui centro sta l’emblematica figura di Paul (Joshua Jackson), diciannovenne finito in coma a seguito di un incidente stradale che ha irretito i normali svolgimenti emotivi di tutta la tribù. La stanza in cui giace Paul infatti, visibile da tutte le altre tre case del vicinato sembra essere il fulcro a cui si allineano altri comportamenti grotteschi e sentimenti angosciosi mentre la funzione sostitutiva degli oggetti diventa essenziale per celare blocchi psicologici dei protagonisti. Qualsiasi cosa può diventare sostitutiva di qualcun’altra e l’attaccamento a un oggetto finisce per recintare le individualità entro se stesse soffocandole e impedendo loro la comunicabilità. Il senso di intreccio e di inseguimento (Randy che raggiunge in auto la madre di Paul, che a sua volta segue Annette seduta al bar a bere una birra) è molto ben riuscito in particolare in quella sezione del film in cui la regista è in grado di cogliere momenti (più o meno significativi oppure quotidiani) della vita di ciascuno, grazie alla realizzazione di inquadrature che si susseguono prima lentamente poi sempre più velocemente in un vortice di intensità che arriva fino all’estremo (significativa e allegorica è la scena della masturbazione della ragazza in giardino) per poi sfumare in un sospiro (di Giulie) e in un soffio di Sally mentre fuma con l’amichetta Samantha. Il tutto è enfatizzato da una musica fatta di percussioni (spezzate da due accordi di pianoforte ogni tanto) sempre più concitate, rotta soltanto dalla canzone di Paul.

Il tema musicale che ricorre, infatti è “Paul’s song” scritta da Barb Morrison, Charles Nieland e Nance Nieland e cantata in versione live dall’attore stesso durante la scena della sua performance in un locale. La canzone è fresca e piacevole senza mancare di toccare note melanconiche quasi adolescenziali (adolescenti sono in fondo due dei personaggi principali, Paul e Giulie). (È possibile ascoltare il pezzo seguendo il link http://www.hvgrace.com/Paul's_Song_Ed.mp3).

 

 

 

 

 La famiglia dunque è il micromondo in cui si snodano le vicende dei Gold, dei Christianson, dei Train e dei Jennings; la sacra istituzione in cui è facile trovare il materiale da cui la regista Rose Troche possa prendere spunto al fine di smascherarne le beghe; un serbatoio infetto e protetto da un consistente involucro impermeabile che nasconde lamenti e mostri.  Ma presentiamo meglio i personaggi:

Esther Gold (Glenn Close), impegnata nelle cure maniacali per il figlio Paul trascura il rapporto con la figlia adolescente Giulie tentando di ricomporlo con la vincita di un’automobile in un supermercato attraverso una gara a eliminazione non-stop che assicura l’auto a chi tiene più a lungo le mani sull’oggetto desiderato. Esther pare sospesa in un limbo in cui il figlio è (ai suoi occhi) ancora capace di intendere e di volere come si deduce per esempio dalla frase che rivolge al marito :«Non posi mai gli occhi su tuo figlio, come pensi possa farlo sentire questo?» accusandolo di non dargli la dovuta attenzione.

 

 

Il padre di famiglia Jim Train (Dermot Mulroney) è così impegnato nel lavoro di avvocato nel quale ripone grandi aspettative che si accorge di non conoscere più moglie e figli o comunque di non comprenderli. A seguito di una cocente delusione sul lavoro, Jim troverà una momentanea e palliativa ragione di vita nel suo sostegno esagerato ad Esther durante la competizione per la vincita dell’automobile. Sempre nella famiglia Train scopriamo poi il comportamento grottesco di Jack, l’adolescente che comunica con la sua bambola sexy, credendo di sentirla parlare e di soddisfarne gli impulsi sessuali.

 

 

Le relazioni non sembrano facili nemmeno tra i Christianson, specialmente tra la madre Helen, (concentrata soprattutto su se stessa e sui suoi esercizi psico-fisici orientali e la guerra a calorie e additivi chimici) e i figli. Da pochi elementi possiamo capire che si tratta di una famiglia tradizionalista in cui il ruolo della donna è soprattutto quella di servire i familiari. Questo si nota in particolare nella scena della cena a cui sono invitati i figli dei vicini Samantha (Jennings) interpretata da Kristen Steward e Jack (Train) dove la figlia minore Sally (che per altro aiuta la mamma a servire i commensali) fa notare al fratello Bobby che potrebbe alzarsi senza bisogno di far scomodare ogni volta la madre.  Helen si scopre così una moglie insoddisfatta che quasi cede ad un tradimento del marito con un uomo conosciuto una sera.

 

 

Anche il giardiniere Randy (Timothy Olyphant), apparentemente solare cela un’indicibile angoscia per la morte del fratellino Jonny scomparso nell’incidente insieme all’amico Paul. Randy troverà in Samantha, figlia dei Jennings, il suo oggetto di attenzioni come tentativo per sostituire il piccolo Jonny architettando il rapimento della ragazzina ed evitando così l’elaborazione del lutto attraverso l’allestimento patetico di una realtà fittizia fatta di gesti abituali.

 

 

Gli oggetti sono dunque tanti e ognuno riveste un significato particolare: abbiamo l’oggetto che diventa persona come la bambola di Jack o oggetti che diventano semplicemente sacri, come la chitarra di Paul che la madre, gelosa, impedisce alla figlia di usare o come l’automobile segno di riconoscimento di Esther nei confronti della figlia (o come sostituzione macabra di quell’auto sfasciata la notte del tragico incidente); o ancora il guantone da baseball rubato da Jim al supermercato simbolo per lui di una vita concepita come una partita da vincere soprattutto nel lavoro, una vita ideale in cui «la ricompensa è pari allo sforzo» (o almeno così dovrebbe essere). Ma possono essere le stesse persone a diventare oggetti come Paul per la madre o Samantha per Randy. Le “cose” ancora si vedono tutte riunite nella scena finale, nel giardino dei nuovi vicini ai quali gli oggetti vengono regalati come segno di benvenuto lasciando pensare comunque che il fardello delle relazioni che essi portano con sé caratterizzeranno, volenti o nolenti anche la vita della nuova famiglia.

I rapporti tra i personaggi fin qui descritti tuttavia non concludono il reticolo di relazioni: non dobbiamo dimenticare le parole non dette tra Randy e la madre dell’amico Paul che è intenzionata ad evitare con lui ogni riferimento all’incidente; o ancora i silenzi e gli sguardi rumorosi che si scambiano Esther e Annette Jennings (madre di Samantha), la quale, nonostante la differenza d’età aveva da poco iniziato una storia con Paul; oppure la relazione tra Giulie e Bobby, rimasta congelata dalla sera dell’incidente dopo che, distrattamente Bobby aveva perso il controllo dell’auto causando l’uscita di strada di Paul dall’altra parte della carreggiata. Le storie e i drammi personali si rincorrono (l’idea offrendo un affresco disincantato, se non cinico, dei profili psicologici dei personaggi grazie (o a causa?) allo sguardo iperrealista, spesso spietato della regista.  Quale può essere allora la possibilità di Salvezza (peraltro titolo originale della pellicola) se ogni approccio verso l’altro non appare dettato da una sana curiosità o apertura ma va letto come vera e propria sostituzione di qualcosa che viene inconsciamente (o meno) considerato come mancante, inesistente o scomparso? E quali possibilità di uscire dalla gabbia (Tra l’altro mostrata in modo efficacie dall’animazione creata dal titolo a inizio pellicola in cui la scritta fa da recinto alle quattro case)? Per i più ottimisti potrebbe essere data dalla scena finale in cui Giulie canta la canzone di Paul che si libra in aria sollevando un poco gli animi mentre la gabbia sembra sollevarsi insieme all’inquadratura che dal giardino si apre per comprendere il più ampio vicinato circostante.

 

 

Valentina Bosi

 

 


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