21 aprile 2011   Dario Ghelfi

IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI

 

Possiamo dividere i film, al di là del giudizio estetico che poi loro daremo, in due categorie fondamentali. Da una parte le pellicole che raccontano linearmente gli avvenimenti, laddove tutti gli accadimenti sono palesi ed immediatamente comprensibili, pellicole dalle quali lo spettatore si lascia, per così dire, trascinare e, magari, commuovere. Dall’altra pellicole che costringono continuamente lo spettatore a porsi degli interrogativi, a riandare con la memoria a quanto è successo prima, ad annodare gli accadimenti, a collocarli nella posizione che loro spetta nella linea del tempo, in un continuo, faticoso ma gratificante coinvolgimento.

Bene: “Il segreto dei suoi occhi” fa parte della seconda categoria ed è uno stupendo film, premio Oscar per il miglior film straniero 2010 ed ovviamente vittima della censura di mercato in Italia. Film argentino-spagnolo, diretto da Juan José Campanella, è stupendamente interpretato da Ricardo Darin (uno dei più popolari attori argentini). 

 

  e Soledad Villamin, della quale, apprendiamo, essere anche cantante famosa nel suo Paese[1].

 

Ed è un film in cui lo spettatore è continuamente obbligato a riflettere, a porsi delle domande, in particolare nell’inaspettato e sconvolgente finale, laddove le riflessione riguarda il sentimento dell’amore tra un uomo ed una donna, il rapporto tra Benjamin ed Irene; il valore dell’amicizia, tra Benjamin e l’amico perduto; il senso della giustizia e della pena, la “soluzione” del caso Morales (è il caso attorno a cui ruota tutta la storia, quella di una giovane donna, stuprata ed uccisa).

E spiace che oggi in Italia tanto bel cinema faccia fatica a circolare, schiacciate, come sono, tante belle produzioni nazionali da quella statunitense. In pratica il nostro spettatore medio ben poco sa, nulla diremmo, del cinema argentino, quando solo in rare occasioni gli è dato di fare conoscenza con il cinema ispano-sudamericano, in generale, con quello dei paesi arabi ed asiatici (addirittura, ci sono poche pellicole in circolazione anche per quanto concerne la Francia, la Germania e la Gran Bretatagna).

“Il segreto dei suoi occhi” prende le mosse dalla decisione di Benjamin Esposito, assistente, in pensione da pochissimo tempo, di un Pubblico Ministero di Buenos Aires di scrivere un romanzo sul caso della giovane vittima, stuprata ed assassinata venticinque anni prima, un fatto che lo aveva coinvolto, assieme ad Irene, segretaria dello stesso giudice. Qualcuno ha definito il film un legal thriller, ma è ben di più, perché è anche un film sull’amore per una donna, sull’amore per la giustizia, sull’amore per la verità, sull’amicizia.

Dal punto di vista stilistico, il regista gioca sempre con lo spettatore, perché le cose che vediamo sono quelle che escono dalla penna del protagonista, di Benjamin, che a volte ritorna sui suoi passi, interrogandosi se effettivamente le cose fossero andate in quel modo o se la memoria o meglio i sentimenti lo avessero tradito, o indotto a scrivere quello che avrebbe voluto fosse accaduto. Il romanzo che Benjamin scrive coinvolge direttamente Irene, che era il suo capo ufficio, di cui è ed era sempre stato silenziosamente innamorato.

Il fatto che Benjamin presenti a lei, di volta in volta, il suo racconto, la chiama in causa, in merito alle sue reazioni a fronte dei vari accadimenti, per cui di nuovo ci si pone la domanda, se lo scrittore consegni alle pagine scritte la realtà, o se la altera per amore.

  

Ripetiamo che  “Il segreto dei suoi occhi” è un film sui sentimenti, sulle intuizioni (il “caso Morales” ha la sua svolta con l’intuizione di Benjamin sullo sguardo e con quella di Isidoro sulla “passione”), con una duplice storia d’amore, quella di Esposito per Irene e quella disperata del marito della giovane donna stuprata ed uccisa, che si trasforma in profondo e persistente odio per l’assassino.

Ricordiamo agli spettatori il contesto temporale in cui la vicenda si era svolta (venticinque anni prima); era il periodo della presidenza di Isabelita Peron, quando già agivano le squadracce della morte della Triplice A (Alleanza Anticomunista Argentina), create dal Ministro dell’Interno, Lopez  Rega, eminenza grigia del governo; assassini che si dedicavano all’uccisione degli oppositori, dai sindacalisti, agli operai, agli studenti e che confluiranno, all’avvento della dittatura, nei gruppi clandestini gestiti dai generali (gli autori del genocidio dei desaparecidos). E non possiamo che sottolineare come al regista bastino pochi riferimenti e poche scene (fondamentali quella dell’ “incontro” tra Benjamin/Irene e l’ispettore Baez, e tra gli stessi e l’assassino, nell’ascensore), per inquadrare quel determinato periodo storico; il quadro che ne emerge fa rabbrividire, ma Campanella tratta la materia senza eccedere, per mantenere l’attenzione sulla vicenda umana dei vari protagonisti.

Il muoversi in parallelo, con continui ritorni al passato, al già raccontato, non nuoce al ritmo del film, che si giova di un montaggio rapido, che enfatizza un tipo di azione che si gioca più sul linguaggio che sul movimento stesso. Quando il racconto si snoda regolarmente lunga la linea del tempo, le sequenze si susseguono linearmente con stacchi di macchina (mai con dissolvenze), un narrare “tranquillo” che non esclude l’attesa, la tensione, la rottura del ritmo, per l’irrompere di un’azione o per un cambio di prospettiva.

Girato quasi sempre in interni, con una forte prevalenza di campi e di primi piani, a sottolineare i sentimenti dei protagonisti, la pellicola ci offre, anche da questo punto di vista, alcuni momenti veramente eccezionali: quando Isidoro gli mostra, grazie ai suoi amici del bar (un interloquire serrato, avvincente) la forza invincibile della passione; quando, con lo stesso amico, viene strapazzato dal Pubblico Ministero (con esiti addirittura esilaranti); quando Benjamin, assieme ad Irene, interroga l’assassino.

Ben definiti psicologicamente, tutti i personaggi appaiono egregiamente interpretati; ed il discorso vale non solo per Darin e la Villamin, ma anche per i comprimari: per Javier Godino, Isidoro Gómez, l’amico assistente, con il “vizio” del bere; Guillermo Francella, Pablo Sandoval, l’assassino; Pablo Rago, Ricardo Morales, il marito della vittima;  José Luis Gioia, l’ispettore Báez , il poliziotto legato alle squadre della morte.

Ottima la colonna sonora, affidata a due tra i più noti compositori argentini.

Federico Jusid, pianista di formazione classica (“Profesor Superior de Música” Conservatorio de Buenos Aires, “Master of Music” The Manhattan School of Music, New York), autore tanto di musica accademica quanto di colonne sonore (in questo film “Cancha Grandio”).

Emilo Kauderer, anch’egli pianista classico (Tchaikovsky Moscow Conservatory), autore di musica per film (qui "El secreto de sus ojos" – Argentina) e alle composizioni per videogame.

 

 

 

 

 

 


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