21 agosto 2009   Dario Ghelfi, CRONACHE MEDIORIENTALI

 

 

         E’ un volume “possente” quello che ci accingiamo a presentare: Robert Fish, Cronache mediorientali, Milano, Il Saggiatore, 2005: 1096 pagine di racconto, più di 100 tra cronologia e note.

 

 

 

  

         Con un’annotazione: il testo è fondamentale per costruire la storia del medio-oriente; la sua lettura è indispensabile per capire le vicende di questa “regione”, oggi.

Il libro è il risultato di anni e anni di giornalismo militante, di inviato sugli innumerevoli teatri di guerra che hanno insanguinato le terre della “mezzaluna fertile”; ma c’è di più, perché Fisk coniuga la sua presa diretta con la realtà con le vicende storiche che quella stessa realtà hanno determinato.

Così quando dallo Spinghar Hotel di Jalalabad si muove per il suo secondo incontro con Bin Laden (la prima volta era stata in Sudan) il paesaggio afgano gli ricorda la disastrosa spedizione inglese, del 1842, del maggior generale Elphinstone, conclusasi con la terribile sconfitta della prima guerra afghana. Attento ai particolari ci dà una corretta “rappresentazione” del personaggio Bin Laden, mentre ripercorre gli anni del disastro mediorientale del secondo dopoguerra. Poi la cronaca nell’Afghanistan occupato dalle truppe russe ed ecco il racconto della storia del Paese, dalle guerre contro gli inglesi, alla lotta fratricida tra il Parcham ed il Khalq, dopo la cacciata del re.

Dall’Afghanistan all’Iran. Il racconto parte sostanzialmente dal colpo di stato, organizzato dalla C.I.A. per neutralizzare Mossadeq, tanto che l’organizzatore di quella operazione, il funzionario dei servizi britannici C. Montague Woodhouse, si chiederà, poi, se non avesse contribuito a far scoppiare, negli anni a venire, la rivoluzione islamica in Iran. Poi, come sempre, Fisk ci racconta, testimone in prima fila, gli accadimenti che portarono alla fuga dello Scià Pahlavi ed al trionfo di Khomeini, con la conseguente resa dei conti con gli imperiali sconfitti (“A Teheran mi svegliavo ogni mattina per leggere sulle prime pagine dei giornali di uomini condannati a morte”). Poi l’annientamento del Partito Comunista Tudeh. E, un altro “incontro”: questa volta con la massima guida della rivoluzione, Khomeini.

L’Irak, prima della guerra del Golfo. Fisk parte dalle cronache della guerra di Mesopotamia, al tempo del primo conflitto mondiale, dalla successiva occupazione britannica ed insurrezione araba, per chiudere con la storia del Partito Bath e con Saddam Hussein. In una recensione del libro (non ne ricordiamo l’autore ed il giornale in cui era comparsa) si dice che Fisk (di cui, comunque, si riconoscevano le doti di giornalista di razza) avesse avuto un occhio di riguardo nei confronti del dittatore irakeno. Nulla di più assolutamente falso, visto quanto si legge nel volume su Saddam Hussein, che era allora considerato addirittura un interlocutore privilegiato delle potenze occidentali e dagli Stati Uniti, in quanto argine nei confronti della rivoluzione khomeinista (è celebre l’incontro di Saddam Hussein con Rumsfeld). Tre capitoli sono dedicati alla guerra tra Irak ed Iran, combattuta lungo un fronte di 650 chilometri, a partire dal 22 settembre 1980, fino all’accettazione da parte di Khomeini della Risoluzione 598 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che fissava il cessate il fuoco al 22 luglio 1988 (otto anni di feroci massacri). Leggiamo che “Per il vecchio fu una catastrofe personale, oltre che militare. “Sventura su di me di essere ancora vivo” concludeva cupamente “per bere il calice amaro di quella risoluzione”. In questa lunghissima guerra gli irakeni furono fortemente appoggiati dagli Stati Uniti e dai Paesi loro alleati (nel volume si legge di aerei irakeni, che in più di un’occasione, utilizzarono basi aeree in Arabia Saudita).

Poi quello che Fisk chiama “Il primo Olocausto”, il genocidio degli armeni, nel 1915, frutto di un’accurata indagine storica, perché si tratta di eventi lontani nel tempo, per i quali ormai sono scomparsi gli ultimi testimoni diretti; Fisk riesce ad interrogare gli ultimi superstiti, nel 1992, a Beirut, nella casa di ricovero per i ciechi armeni. Una narrazione cruda dei massacri e delle atrocità di cui furono vittima gli armeni, ad opera di turchi e di curdi; si parla tra l’altro di armeni spinti in una caverna, chiusa poi con fascine di legna, cui fu appiccato il fuoco, per provocare quel fumo che li avrebbe asfissiati. Una camera a gas non-tecnologica, di cui, tra l’altro, erano a conoscenza gli ufficiali tedeschi che prestavano servizio in Anatolia, come consulenti ed istruttori dell’esercito ottomano. Informazioni che passarono dunque in Germania; è certo che Hitler era a conoscenza del massacro degli armeni e con ogni probabilità i “nazisti” hanno preso lo spunto dai turchi, “raffinando” la tecnica.

Dalla Turchia alla Palestina, a partire dagli anni immediatamente seguenti la Prima Guerra Mondiale, con uno dei massimi protagonisti della storia di quegli anni, il Gran Mufti Al Haj Amin (di cui erano note le simpatie per la Germania hitleriana). La dichiarazione Balfour e la nascita dello Stato di Israele. La “filosofia” delle cronache di Fisk è sempre la stessa: raccontare gli avvenimenti del presente, di cui è testimone nella sua qualità di reporter di guerra (anche se la definizione non gli piace), dopo averli inquadrati storicamente, la qual cosa significa “scendere” nella linea del tempo, fino ai primi del novecento o addirittura al secolo precedente. Le guerre arabo-israeliane, l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania, l’Intifada.

Dal Medio Oriente all’Algeria: “Tutto pur di spazzar via un demonio …”. Dalla guerra di indipendenza algerina contro la Francia, alla violenza ed ai massacri degli integralisti: i faux barrages, les égoorgés, i villaggi distrutti, ma anche la sale guerre dell’esercito e degli éradicateurs.

Ritorno di nuovo al Medio Oriente: la prima guerra del Golfo. L’attacco degli Stati Uniti all’Irak, dopo l’occupazione irakena del Kuwait, con gli americani che sganciano, ogni giorno, quasi lo stesso numero di tonnellate di bombe, che durante il secondo conflitto mondiale, quotidianamente  lanciavano sulla Germania e sul Giappone. La rivolta fallita degli sciti dopo la conclusione della guerra. Le conseguenze del conflitto ed il blocco del Paese sconfitto: Fisk chiama questo capitolo, “La peste”!

Di nuovo l’Afghanistan; questa è la volta dell’attacco USA, del 2001; sono, contemporaneamente pesanti i giudizi sull’alleata Alleanza del Nord ( “ … dal 1992 al 1996 l’Alleanza del Nord era divenuta sinonimo di massacro, stupro sistematico e saccheggio …”). Fisk, infatti, non è mai restio ad esprimere la sua opinione sui vari protagonisti delle sue “cronache”, cosìcché abbiamo giudizi taglienti su tanti personaggi famosi, a partire da Yasser Arafat. Come sempre imparziale, Fisk racconta anche i massacri di cui furono vittima i talebani, prigionieri a Mazar.

Quindi “un’incursione” sulla Libia dell’attacco aereo statunitense del 1986, sull’Egitto di Nasser e sulla Crisi di Suez del 1956, per chiudere con la seconda guerra del Golfo, di Bush J. Verso il Presidente americano e i suoi complici, Fisk è durissimo:

 

         Rifiutando di fare concessioni a Saddam, Bush pensava di

            essere il Churchill d’America: sembrava che la Seconda

            guerra fosse destinata a servire per sempre come scusa,

            monito, giustificazione, a rappresentare l’esempio

            paradigmatico a cui richiamarsi in maniera del tutto

            disonesta per qualsiasi follia … La Seconda guerra

            mondiale fu un avvenimento osceno. Finito nel 1945.

            Ma all’inizio del 2003 si sarebbe potuto credere che

            Hitler fosse ancora vivo nel bunker di Berlino … Chi

            credevano di essere i nostri laeder lillipuziani per osare

            canalizzare l’immane sacrificio della Seconda guerra

            mondiale ai fini del loro squallido conflitto con l’Irak,

            elevando la dittatura da quattro soldi di Saddam al

            livello epico della tragedia storica della guerra del

            1939-45?

 

         Così come è altrettanto duro nei confronti dell’occupazione americana, a partire dall’indifferenza dei soldati americani verso i saccheggiatori (nei primi giorni di occupazione, gli unici obiettivi che le truppe americane protessero furono i pozzi di petrolio), alle uccisioni indiscriminate di civili:

 

                   E l’esercito di “liberazione” americano cominciava

già a comportarsi come un esercito di occupazione …

Quando una potenza occupante assume il controllo

di un altro paese, diventa automaticamente responsabile

della protezione della popolazione civile, dei suoi beni,

delle sue istituzioni …

 

         Poi Falluja e la resistenza contro gli americani.

Il libro si ferma al 2005, ma la tragedia continua.

 

        

        

 

 

 

 


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