20 maggio 2008
Dario Ghelfi

IL TAILLEUR GRIGIO

 

         E’ evidente e continuamente confermato dall’esperienza che sempre e comunque ci sono diversi piani di lettura di un romanzo.

         Il primo piano è quello intrinseco alla storia in sé che rimanda a, solleva, emozioni nel lettore, in tutti i lettori, quando lo scrittore è capace di toccare l’universalità dei sentimenti, la drammaticità dei problemi  …

         L’altro piano, strettamente, intrinsecamente collegato al primo, si riferisce alle modalità della lettura del singolo soggetto lettore, che da quel racconto si lascia catturare, rapire, coinvolgere, nella propria ed intima sfera personale, in relazione alle proprie esperienze, alle proprie idiosincrasie, alle proprie paure, ecc.

         Ed è così che chi scrive, se è pienamente d´accordo con chi dice [1]che in questo libro Camilleri supera se stesso nel tratteggiare la figura femminile, se riconosce che questa storia richiama (come ci si aspetta da Camilleri), le modalità del giallo o del noir, se si compiace della consueta maestria dell’autore nel descrivere sensazioni e stati d´animo, recepisce come agghiacciante (non trova altro termine per definire le sue sensazioni) l’ultima parte della storia, quando il protagonista inizia la propria discesa negli inferi di una malattia mortale (Andrea Camilleri, Il tailleur grigio, Mondadori, 2008).

 

 

 

 

 

         Già Febo Gerosimo era in crisi per la sua andata in pensione (la prospettiva della depressione, traguardo ultimo di tanti dirigenti, da un giorno all’altro risucchiati dall’anonimato, il telefono muto, la morte civile), dopo una vita passata in banca, dove aveva raggiunto un’altissima posizione dirigenziale; poi la decisione di rivolgersi all’amico urologo, in relazione ad un fastidio che stava diventando intollerabile.

         Il primo impatto con la malattia non viene quasi avvertito, lontano com´è Febo dal considerare sé stesso come malato; solo una leggera inquietudine quando si era accorto che l´amico urologo sembrava preoccupato al sentire i valori delle analisi che gli aveva letto tranquillamente (senza la classica angoscia “da analisi”) al telefono e alla constatazione che era febbricitante (si era provata la febbre, infatti, ma su sollecitazione dell´amico).

Poi il disagio per la visita urologica e l’impatto con l´ospedale.

 

“Come faccio per avere un caffè?”  “Caffè?! Il signore vuole un caffè o la colazione completa a letto?” lo sbeffeggiò l’infermera. “Ma lo sa o non lo sa che deve fare una caterva d’analisi?” E doppo le analisi, vennero le radiografie; e doppo le radiografie, vennero le risonanze magnetiche; e doppo le risonanze magnetiche, vennero le TAC. E continue visite non solo imbarazzanti, ma macari dolorose. Non ebbe la possibilità di pensari a nenti, la sua vita passata era stata come scancellata di colpo, ora era solo come un pupo, ma di carne, che veniva passato da mano a mano …

 

E ricordiamo che Febo è un degente di riguardo, non uno qualsiasi; già dirigente di banca, in una clinica privata gestita da un amico del suo amico urologo. Un “raccomandato”, dunque, ma tant’è la degenza in ospedale, annulla l’individuo, anche se c’è la buona volontà degli operatori (il medico gentile e rispettoso che non ti tratta come un bambino, rarissimo: l’infermiera che ti sorride, …); è ineluttabile, per usare il termine chiave di questa storia di Camilleri. Ci solleva, per un attimo, il pensiero di Veronesi (Umberto Veronesi, Quel bisogno di speranza che ignoriamo, La Repubblica, 17.05.08):  “Pochi spiegano ai futuri dottori, che vengono formati in modo sempre più specialistico, che il loro compito primario sarà di occuparsi dell’uomo, che non si potranno concentrare solo sulle malattie ma dovranno ragionare su come creare e mantenere un rapporto con il paziente”.

 E la fine, per Febo, ha inizio:

 “ … Ha bisogno di andare al gabinetto?”   “Sí”  “Ci vada, ma non si lavi. La laverò io. Non deve stare troppo in piedi.” Oramai la vrigogna era un lontano ricordo. L’unica domanda che arrinisciva ancora a farsi, ma confusamente era:  “Quanto mi resta da campare?” Ma il tempo aveva da un pezzo finito di accelerare o di rallentare. Ora gli veniva difficile assà distinguere la notte dal jorno, la sira dalla matina, pirchì il tempo era ad diventato un liquido lattiginoso che fluiva sempre uguale e senza mai cangiare di colore.

             Ma riprendiamo il discorso sui segni distintivi di questo romanzo, fermando la nostra attenzione su quelle che abbiamo definito modalità del giallo o del noir.

         Qui non ci sono assassinii né si commettono reati; il gioco delle sorprese ruota tutto attorno a quella figura straordinaria che è Adele, la seconda, più giovane e bellissima moglie di Febo. Una donna che in pubblico veste con classe, ma in modo estremamente castigato, che si scandalizza per le scene erotiche dei film, che disprezza gli uomini che sbavano per averla; una femmina che, contemporaneamente non può stare senza un amante, che lo accoglie in casa, che si dedica a giochi erotici, che, da ragazzina si era lasciata sedurre dallo zio, considerando il fatto cosa ineluttabile, che a letto, “un’ora e mezza era bastevole appena per principiare”.

         Il marito accetta come ineluttabile (ancora questo termine) che Adele lo tradisca, ma il un gioco dei rimandi gli impedisce di capire fino alla fine chi sia veramente sua moglie, una donna che, tra l’altro, gli organizza, alle spalle, la vita, così come lo accompagna verso la morte (con un’assistenza apparentemente degna della miglior causa).

E’ una Barbie senza anima o una donna che, malgrado i tradimenti lo ama? E´ un deserto incapace di sentimenti o è solo una donna con un corpo affamato di piacere, che lui non ha saputo capire?

E come in tutti i gialli che si rispettano, bisogna arrivare alle ultime pagine per capire.

 

 


 

[1]  Vedi il risguardo di copertina.

 

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