20 luglio 2011 da Dario Ghelfi

MALASTAGIONE

 

          Ed ecco, dopo la serie del maresciallo Santovito (Macaroni, Un disco dei Platters, Lo spirito e altri briganti, Tango e gli altri, Questo sangue che impasta la terra, con il nostro “eroe” ormai pensionato), che un nuovo personaggio irrompe nella saga di questo Appennino bolognese, così comune, ma altrettanto così insanguinato.

          Il protagonista è ancora una volta un uomo in divisa, un ispettore del Corpo Forestale dello Stato, una figura abbastanza inconsueta a livello di letteratura e specificatamente di letteratura gialla. Marco Ghelardini ama la sua montagna, la difende con passione da chi vuole ferirla e violentarla, vive in mezzo alla gente (spesso lo troviamo al tavolo della trattoria “Da Benito”), che l’apprezza, anche se qualcuno l’apostrofa con un nomignolo, che a prima vista sembrerebbe irriverente: “Poiana”. Certo è che del rapace omonimo il “nostro” ha la vista e l’acume.

         

 

 

 

Francesco Guccini – Loriano Macchiavelli, Malastagione, Milano, Mondatori, 2011.

La prima osservazione che ci sentiamo di fare è quella riferibile al cambiamento della linea temporale del racconto; nel ciclo del maresciallo Santovito i piani erano sempre due, l’uno incardinato nel passato, l’altro nel presente, laddove gli avvenimenti che contrassegnavano questo ultimo, trovavano la loro scaturigine in tempi più o meno lontani.

Qui non c’è nessun aggancio al passato, tutto è perfettamente incardinato nel presente; uguale resta invece l’ambientazione, l’Appennino bolognese. E ci sono i problemi dell’oggi; la voracità che spinge a seppellire boschi e prati sotto una calata di cemento, con gli agenti delle Agenzie immobiliari che battano a tappeto la zona, per comperare ogni vecchia casa, ogni rudere, nel sogno di trasformarlo in un residence, in un palazzo, in una villetta.

Come sempre il linguaggio è piano, semplice, scorrevole, l’unico possibile per descrivere una realtà antropologicamente semplice, seppur capace di chiudere in sé la violenza ed il delitto.

Tutti i personaggi sono egregiamente definiti dal punto di vista psicologico, dal protagonista, “Poiana”, che se pure non ha nulla dell’”eroe”, si muove con perspicacia e determinazione, alla ragazza, una studentessa universitaria ribelle, che si innamora di lui e che offre agli autori lo spunto per accennare a momenti di raffinato e delicato erotismo. E poi tutti i comprimari, tra i quali emerge, come nella precedente saga, la classica figura dell’individuo “border line”, qui un vecchio “bracconiere” dal nome di Adùmas, un tributo del di lui padre all’autore dell’ammiratissimo “I quattro moschettieri” (Adùmas da A. Dumas, sulla falsariga del notissimo Firmato Diaz).

 

 

 

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