20 luglio 2008
Dario Ghelfi

IL CAMPO DEL VASAIO

 

         Il campo del vasaio come “topografia morale. Designa una contrada maligna, putrida e pantanosa … è il quadrante tartareo del tradimento. Venne acquistato con il “prezzo del sangue”: con i trenta danari di Giuda”. Così si legge nelle belle note con le quali Salvatore Silvano Nigro presenta l’ultima avventura di Montalbano (Andrea Camilleri, Il campo del vasaio, Palermo, Sellerio, 2008).

  

 

 

 

         Ed è in un campo di creta, che il proprietario vende ai vasai, che affiora, scompare e ricompare, un cadavere orrendamente mutilato, tanto da risultare in numero di trenta pezzi. Trenta pezzi come trenta erano stati i danari, frutto del tradimento di Giuda: questa è l’intuizione che ha il “nostro” commissario. Il movente dell’omicidio dovrebbe essere dunque individuato nella categoria del tradimento; e se di tradimento si tratta, entra in gioco la mafia, perché le modalità dell’omicidio e meglio dello scempio del cadavere, “la macellazione”, rimandano immediatamente a rituali mafiosi.

Ma Montalbano non è tipo da fermarsi ad una prima intuizione e dà a fondo a tutte le sue risorse, con un’indagine serratissima.

Comunque il tradimento rimane sempre sullo sfondo e, in certo qual modo investe lo stesso commissariato, con lo strano atteggiamento del suo vice, il dottor Augello; Montalbano, però, non si avventura a “chiudere” l’amico in tale categoria, in considerazione del fatto che qualcosa gli dice che in materia di  tradimenti anche lui non è innocente, complice, questa volta, la famosissima Ingrid.

Non mancano, anche in questo romanzo, i momenti esaliranti, come quando Montalbano si finge monarchico (e “costringerà” anche un suo collega a dichiararsi tale) per avere informazioni da un’incredibile portiera:

 

         Era ‘na cinquantina che stazzava un centocinquanta chili,

            con le gambe cchiù corte che Montalbano aviva mai

            veduto in esseri umano. ‘Na palla … trasì e s’attrovò facci

            cu facci con la portinaia che nisciva dall’ascensore mittennosi

            di taglio e tiranno minne e panza cchiù dintra possibile.

            Appena nisciuta fora, la palla si rigonfiò … “Devo ripetere

            ‘sta storia a tutti i commissari del regno?” … “Repubblica, signora”.

            “Mai! Io non la riconosco questa repubblica di merda, io sono

            monarchica e morirò monarchica!”

            Montalbano pigliò un’ariata prima allegra e po’ cospirativa,

            si taliò torno torno, si calò verso la palla e disse a voce vascia:

            “Pure io sono monarchico, signora. Ma non posso dirlo

            apertamente, altrimenti mi fotto la carriera”.

 

E’ un Montalbano, comunque, sempre più stanco, sempre più ossessionato dall’età (per la prima volta Camilleri, avarissimo di informazioni sul “suo” commissario, ci dà un dato speficifico: Montalbano è nato nel 1950), visitato da sogni strani ed inquietanti, e di nuovo impegnato a destreggiarsi sotto gli assalti telefonici di una sempre più sospettosa Livia.

Ovviamente il caso sarà brillantemente risolto, alla maniera di Montalbano, che non si assume, ancora una volta, alcun merito nella risoluzione dell’enigma, teso, come è, ormai, ad indagare per il solo ed esclusivo amore della verità.

Ci sorregge una speranza, in merito al futuro del “nostro” sempre più disincantato ed amareggiato commissario; Camilleri nella trasmissione di Fabio Fazio (“Che tempo fa”), del 17 maggio ultimo scorso, ha dichiarato, contro una certa voce corrente, che non ha alcuna intenzione di fare morire il suo personaggio, né di farlo sposare con Livia.

Dunque: lunga vita al commissario Montalbano e buona fortuna con Livia.

 

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