20 dic 2002

Dario Ghelfi

NO GLOBAL: UNA QUESTIONE NON NOMINALISTICA

Dal loro primo apparire a Seattle, coloro che scendono nelle piazze a manifestare contro i vari G8, il Fondo Monetario Internazionale o l’Organizzazione Mondiale del Commercio, sono chiamati "no global". A volte si tratta di semplicistiche generalizzazioni, utilizzate, a volte, anche dai pochi giornali non ostili; più spesso riflettono, già nella denominazione, una condanna nei loro confronti. Come si può essere NO GLOBAL, cioé contestare ciò che è incontestabile, quella globalizzazione che è nei fatti, nella storia. I "no global" come fuori della storia, come giovani che si scagliano contro quella società del benessere di cui sono figli. In questo caso, anche il termine giovani assume una connotazione negativa, poiché vorrebbe definire individui "senza giudizio", senza esperienza, che successivamente la vita si incaricherà di raddrizzare. E’ è per lo meno strano che ci si fermi ai giovani quando nei movimenti che costituiscono il mondo dei cosiddetti "no global", si attivano persone di tutte le età.

In realtà non c’è nulla di più diverso.

Noi siamo di fronte ad un fenomeno di globalizzazione, che non è nuovo per il pianeta, ma che mai nella storia aveva assunto tali dimensioni, anche a causa della diffusione delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione. Noi tutti, però, sappiamo che la globalizzazione, come oggi si va affermando, è sinonimo di dominazione capitalistica a tutto campo, di liberismo senza regole (che non trova ostacoli, nemmeno a livello dei singoli Stati nazionali), di potere economico-finanziario che fa perno su di un gruppo relativamente ristretto di multinazionali (in gran parte statunitensi, impegnate a predare e a distruggere il pianeta), di massificazione e di omologazione culturale. Globalizzazione come dominio economico e culturale del mondo, dunque, con gli Stati Uniti d’America con la funzione di gendarme planetario: l’impero americano.

Chi si oppone a questo mondo, chi intravede altri mondi possibili, non può che essere "global", non ha altra strada che quella di raccordare tutti i movimenti, tutte le forze, che a livello planetario appaiono determinati a difendere la dignità e l’originalità dell’uomo. Il destino del campesino boliviano si lega a quello dell’operaio delle "zone economiche speciali cinesi", quello del contadino indiano minacciato dalla costruzione delle dighe a quello del lavoratore interinale dei Paesi sviluppati, quello delle cucitrici di jeans indonesiane, alle vittime delle multinazionali. Già la Klein aveva scritto in "No Logo" pagine bellissime ed illuminanti sulla necessità di saldare le lotte dei contestatori delle società avanzate, con quelle dei lavoratori dei Paesi del Sud del mondo ed aveva ricordato a chi se n’era dimenticato, il valore dell’internazionalismo.

I grandi incontri da Seattle a Porto Alegre sono stati possibili solo utilizzando le globali tecnologie dell’informatica e della comunicazione.

Dunque "global" a tutto campo, per una globalizzazione dei diritti, contro le iniquità di questo mondo sempre più impresentabile e lacerato da contrapposti fondamentalismi.

Globalizzazione come unità dei movimenti. Movimenti di tutto il mondo, unitivi nella lotta: non ricorda qualche cosa?

 

 

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