20agosto 2013, Dario Ghelfi

LA BASTARDA DI ISTAMBUL

 

          All’Università, alla Facoltà di Scienze della Formazione, nell’ambito del corso di Geografia, abbiamo sempre insistito sul fatto che per conoscere un Paese, oltre che a studiarne la storia, l’aspetto fisico, l’economia (almeno un po’, perché le cose cambiano rapidamente) occorre leggerne i romanzi. Specie se scritti da donne, perché rappresentano (in tutto il mondo, anche da noi) una delle parti deboli della società e sono, di conseguenza le migliori a descriverne i problemi. In questi ultimi tempi, poi, abbiamo il giallo e/o il noir che sempre più si rivelano come uno specchio della società. Ovviamente occorre visitare quel Paese, metterci i piedi, sentirne gli odori ed i profumi, muoversi con i mezzi pubblici e via dicendo. Ma per quanto facciamo, a meno che vi soggiornassimo anni e non chiusi in un resort per stranieri (ma allora non si tratterebbe di viaggi), non potremmo che seguire le piste delle “autostrade per turisti”; se sei in India, potrai visitare Varanasi o Delhi o Mumbai ma dell’India non incrocerai mai quello che ti racconta Chandra Vikram nel suo “Giochi sacri”.

          Ed ora l’attualità, il sommovimento che sta lacerando le coste del Mediterraneo, dalla Turchia alla Tunisia, ci conferma quanto poco sappiamo di quei Paesi. Abbiamo letto molto poco degli autori egiziani e ci stupiamo che dei giovani ribelli abbiamo raccolto milioni di firme per cacciare Morsi; ci stupiamo che ci siano dei laici, che si organizzano, che formano comitati di quartiere a Il Cairo, che ci sia ormai, lì, uno scontro aperto tra città e campagna.

          Contemporaneamente la gioventù di Istambul e di tante altre città della Turchia scende in piazza contro il governo Erdogan, celebrato da tanti come il campione dell’islamismo moderato e tollerante, una sorta di “democrazia cristiana” islamica (e chi scriveva queste cose intendeva fare un complimento). Giovani, tra l’altro, che brandivano bottiglie di birra a reclamare la libertà di mangiare e bere e che dormivano, ragazze e ragazzi le une accanto agli altri, nei bivacchi di Piazza Taksim, come nelle occupazioni studentesche del nostro ’68, donne non velate e simboli dell’immaginario occidentale (vedi le maschere di “V for Vendetta”, dalla storia di Alan Moore e David Lloyd).

 

 

          Ma la Turchia è da tempo che ci presenta una visione di sé, per il tramite del suoi romanzieri, a partire da Orthan Pamuk ed ecco che  Elif Shafak ci offre “un romanzo di frontiera, corrosivo e straordinario, che ha sconvolto l’anima più profonda della Turchia di oggi”[1].

 

 E’ un romanzo eccezionale che va valutato secondo analisi differenziate.

 Primo. Il tema di fondo, la questione armena, la drammatica sequenza di eventi che portò nel 1915-16 alla deportazione ed eliminazione di più di un milione di armeni[2]. Una questione tuttora aperta, perché la Turchia non riconosce a quelle stragi la connotazione di genocidio e prova ne è che gli scrittori turchi corrono dei rischi quando ne scrivono, a causa dell’art. 31 del loro Codice Penale, che punisce chi denigra “l’identità nazionale turca”. E così la “nostra” autrice subì un processo, rischiando tre anni di carcere, per quanto dicono, nel suo romanzo, dei personaggi armeni; fortunatamente fu assolta. Il movimento del romanzo ha fondamentalmente inizio quando Armanoush Tchakhmakhchian, figlia di un’americana, Rose, e di un armeno, che vive facendo la spola tra l’Arizona (dove vive con la madre, divorziata dal marito e risposata ad un turco) e San Francisco (dove vive la famiglia originaria armena del padre), decide di partire alla ricerca delle proprie origini e, senza dire nulla a nessun membro delle sue due famiglie, vola ad Istambul, presentandosi a casa della famiglia del suo patrigno. E’ questa una singolare famiglia, costituita esclusivamente da donne, con quattro sorelle che ne costituiscono il nucleo ed è con la più giovane di esse, Asya Kazanci, la ragazza “bastarda” (figlia di una delle quattro) che farà amicizia. E’ con le sorelle Kazanci (una accesa femminista, la madre di Asya, una militarista, una religiosa, una dissociata) e con i frequentatori del Café Kundera, che si parlerà del genocidio degli armeni. Nel contempo, per il tramite della vita delle Kazanci e dei frequentatori del Cafè (dove tutti, tra l’altro, bevono alcoolici) che ci rendiamo conto di quella che è la vita di oggi in Istambul, una città vivacissima, efficacemente descritta. I frequentatori del Cafè sono laici, hanno amanti (la stessa Asya, pur giovanissima, ha per amante uno dei frequentatori) e così anche la zia Zelhinda, la madre di Asya, il cui uomo è addirittura un armeno!

 Secondo. La tecnica narrativa. Il racconto procede parallelamente (a San Francisco, in Arizona, ad Istambul) e per salti temporali; le relazione ed i rapporti tra i vari personaggi, addirittura i complessi intrecci parentali si comprendono via via che procede la narrazione, con una serie di flash back che li rendono via via palesi, fino all’inaspettato finale, anticipato, comunque, da una precedente ultima rivelazione. Un finale che ci ricorda, per certi sensi, nella sua tragicità, “La donna che canta – Incendies“, il bel film canadese di Denis Villeneuve, del 2010. Una tragicità che non ci aspettavamo perché il racconto è stato sempre lieve e con una certa carica umoristica.

 Terzo. Il ricorso alla magia. Incredibile miscela di realismo (l’Istambul moderna e dinamica) e di suggestioni magiche, la storia punta dritta sulla figura della sorella veggente, la zia Banu che è sempre in contatto stretto con due Jinn[3], il primo, una femmina, buona e dolce, la Signora Dolce, il secondo un vecchio cinico, il Signor Amaro, le cui rivelazioni, chieste ma temute dalla veggente, daranno un incredibile impulso allo svolgersi degli avvenimenti finali.

 Crediamo, ora, di offrire un servizio costruendo una sorta di presentazione dei vari personaggi. Invitiamo, comunque, i lettori di questa nostra recensione a rimandarne la consultazione a dopo aver letto il romanzo, per non rovinarsi il gusto di costruirsi da soli il quadro generale. Se mai servirà per raccogliere le idee, DOPO; noi personalmente ne abbiamo sentito il bisogno.

 

OVVIAMENTE NON RIVELIAMO NULLA DEL FINALE!

 Armanoush

Armanoush, armeno-americana, che vive con un patrigno turco, fa la spola tra il padre a San Francisco e l’Arizona. Vuole andare alla ricerca delle sue radici. Approfitta del fatto che il patrigno ha una famiglia ad Istambul e là va.

 Asya

E’ la giovane bastarda, figlia di Zeliha, una delle quattro sorelle Kazanci. Non ha mai saputo chi è il padre. E’ laica, aperta e ribelle

 

Le Kazanci

 Petit Ma, la vecchia nonna, ormai preda della demenza senile, ha sposato Riza Selim Kazanci, che era stato abbandonato dalla prima moglie, l’armena Shushan Stamboulian. 

 Madre Gulsum, la figura meno significativa nella famiglia.

 Le sorelle Kazanci:  Zeliha (madre di Asya; ha un laboratorio di tatuaggio ed un amante, Aram, che è armeno ), Banu (che ha praticamente abbandonato il marito ed è una sorta di veggente, religiosissima), Cevriye (vedova inconsolabile, insegnante di storia), Feride (eccentrica e dissociata). L’unico fratello, Mustafa, è emigrato negli Stati Uniti.

Asya figlia bastarda di Zeliha, amante del Fumettaro Dipsomane (frequentatore del Café Kundera).

 

Tchakhmakhchian e Stamboulian,  famiglie armene che vivono a San Francisco

 Stamboulian

Hovhannes Stamboulian, scrittore, padre di Shusan, marito di Armanoush, arrestato dai turchi all’inizio del genocidio armeno, lascia in un cassetto una spilla, la melagrana d’oro, per la moglie Armanoush. Il figlio Yervant va a chiedere aiuto dallo zio Levon (che risulterà anche egli arrestato) e incontra, così, solo Riza Selim Kazanci il suo apprendista turco. Yervant poi si salva, va in America e ritorna dopo anni per recuperare la sorella Shushan. Nel frattempo Riza Selim Kazanci aveva trovato in un orfanotrofio Sushan e l’aveva sposata, anche in relazione al fatto che era la nipote dal suo amato e venerato padrone-maestro Levon. Diventerà ricco fabbricando bandiere. Ha un figlio Levent-Levon (il padre delle sorelle e di Mustafa) uomo chiuso, severo, che mai aveva perdonato l’abbandono da parte della madre.

 

Shushan  Stamboulian, già moglie di Riza Selim Kazanci, era fuggita, lasciandogli un figlio piccolo, con il fratello Yervant in America. Il fratello unico superstite con lei della famiglia, era rientrato, dopo anni, ad Istambul dall’America, portando con sé la spilla con la melograna d’oro, regalo di suo padre a sua madre. L’aveva consegnata alla sorella, quando le aveva chiesto se voleva andare con lui in America. Prima di abbandonare marito e figlio, Shushan la lascia (insieme ad una lettera in cui spiega al marito perché fugge) al marito stesso, perché la consegni al figlio Levant, affinché si ricordi di lei. E così la spilla finisce nelle mani di Banu, una delle quattro sorelle, figlia di Levant, che alla fine la consegnerà alla giovane Armanoush, senza dirle comunque nulla degli avvenimenti che avevano coinvolto gli Stamboulian e i Kazanci.

Shushan  Stamboulian, sposerà poi in America un  Tchakhmakhchian. E’ madre di Barsam, padre della giovane Armanoush (che porta il nome della nonna perita nel genocidio armeno), che aveva sposato l’americana Rose.

 

L’America

Rosa, del Kentucky, divorzia da Barsam Tchakhmakhchian (ossessionata anche dal fatto di vivere con una famiglia allagata di armeni, che non capisce) da cui ha avuto Armanoush; sposa in seconde nozze Mustafa Kazanci, che aveva lasciato anni e anni prima Istambul e che é il fratello maschio delle sorelle Kazanci. Mustafà diventa il patrigno di Armanoush. Vive con la moglie in Arizona.

 

Gli uomini

Non sono rilevanti nella storia anche se determinanti. Quelli della “stirpe” Kazanci muoiono tutti giovani

 

Gatti

Figure di contorno, sempre presenti

 

 


 

[1] Dalla quarta di copertina dell’edizione BUR-Rizzoli, citato dal “Corriere della Sera”.

[2] Su questo argomento abbiamo recensito, su queste stesso sito, due volumi di Antonia Arslan, La Masseria delle allodole e La strada per Smirne

[3] Il jinn o djinn (termine arabo, pl. jānn, in italiano spesso tradotto come "genio") è, nella religione preislamica e in quella musulmana, un'entità soprannaturale, intermedia fra mondo angelico e umanità, che ha per lo più carattere maligno, anche se in certi casi può esprimersi in maniera del tutto benevola e protettiva; da http://it.wikipedia.org/wiki/Jinn

 

 


ritorna all'indice