1 settembre 2008

 

“LA BOTTEGA DEI  REMIGI”

 di Olinto Domenichini

 

Vi sono luoghi cui la Memoria ha assegnato il potere di ridare forma e respiro ad atmosfere, persone e vicende che da un lontano passato accettano di restituire qualche traccia di sé. A Valeggio si trova uno di questi luoghi: saturo di forza evocativa, il laboratorio di falegnameria dei “Remigi” attende pazientemente da anni che qualcuno si accorga di quale patrimonio culturale siano espressione ed emblema le sue antiche e geniali macchine. Ma prima delle macchine ricordiamo gli uomini, anzi l’uomo che le ha immaginate, costruite ed utilizzate: si chiamava Rinaldo Pavan e il “tornio-fresa copiativo” e la “macchina sega tronchi” ci raccontano ancora delle sue qualità di inventore e costruttore

E  "I Remigi” chi erano? Occorre preliminarmente chiarire, per i non valeggiani, che “Remigi” non corrispondeva ad un cognome, ad un casato insomma; “Remigi” era invece il nome proprio di due persone, più precisamente dei due fratelli titolari dell’attività artigianale svolta nella bottega di cui desideriamo parlare. In realtà entrambi beneficiavano, ovviamente, di una propria individualità, di un nome personale: Antonio e Remigio. La coppia non era strutturata gerarchicamente, uno non era più importante dell’altro; per lunghi anni, infatti, delle loro inziative furono protagonisti ad identico titolo, come vedremo. Tuttavia Remigio, il più giovane, era più estroso e vivace, più inserito nella vita sociale e dunque più conosciuto. Pertanto, quando l’estenuante esercizio di una quotidiana, duplice definizione divenne insopportabile per i valeggiani, la sbrigativa saggezza popolare coniò una fulminante sintesi identitaria estendendo al plurale il più noto fra i due nomi: donde “I Remigi”, definizione che consentiva un’identificazione molto più immediata e sicura di un banale e generico "I Pavan”; questo era infatti il loro cognome, né poteva essere altrimenti visto che erano figli del geniale Rinaldo.

 Sciolti questi enigmi anagrafici, conviene ripercorrere velocemente la storia dei due fratelli, che accompagna per buona parte quella del laboratorio nel quale iniziarono a lavorare giovanissimi. Negli anni ’50 essere bambini e figli di un falegname significava disporre del materiale e degli utensili necessari per costruire “le armi” (spade, archi, fucili, pistole, elmi, scudi), senza le quali si era di fatto estromessi da ogni possibilità di partecipare ai giochi “di guerra”, tanto ambiti dai ragazzini dell’epoca. Le alternative erano del resto assai poco gratificanti se, come chi scrive, si era condannati a sistematica sconfitta nell’insulso gioco dello s’cianco o nelle meno insulse, ma non meno frustranti sfide “alle burèle”. Appare superfluo precisare che i giocatttoli “veri”, quelli acquistati nei negozi, erano privilegio di pochissimi fortunati, talmente rari da non meritare neppure di essere ricordati. Sicchè è facile immaginare con quale invidia si guardasse allo sterminato arsenale detenuto dai “Remigi”; una proprietà che dava loro autorevolezza e potere e che portava alla luce negli incolpevoli esponenti della piccolissima borghesia o della classe operaia/contadina insospettate doti di servilismo e piaggeria, finalizzate ad ottenere in comodato gratuito, sia pure temporaneo, una pistola o una spada.

Poi si riuscì a crescere e "I Remigi” decisero di risolvere il problema della navigazione sul Mincio realizzando una canoa in legno e tela i cui disegni erano comparsi sulla rivista di bricolage, elettronica e modellismo “Sistema pratico”. Fu una conquista epocale per i figli del fiume, poiché inaugurò una stagione di piccole avventure fluviali che quasi sempre ruotarono attorno alla simpatica e sfortunata figura di Gianni Marzolino.

Nel frattempo Antonio aveva associato alle attività di coppia l’importante funzione di proiezionista nel locale cinema “Paradiso”. Per Remigio, dopo qualche incosciente esperienza di “recuperante” di ordigni bellici inesplosi, si avvicinava invece la gloriosa esperienza missilistica. “I Remigi” stavano recuperando le loro originarie e distinte individualità.

A qualche entusiasta, fra cui Remigio, l’aeromodellismo appariva ormai superato; si era aperta l’epoca dei missili e dei razzi. Ma se la costruzione della struttura dei missili non presentava particolari difficoltà, la produzione di un idoneo propellente si rivelò ostacolo insormontabile. Tuttavia in una bella giornata di sole un missile di discrete dimensioni, con a bordo una sventurata gattina, lasciò le pendici del Monte Ogheri e si innalzò velocissimo per alcune centinaia di metri. La notizia giunse alla redazione di un settimanale nazionalpopolare che inviò un paio di cronisti. Ne sortì un lungo articolo corredato di foto. A Valeggio le quotazioni di Remigio salirono alle stelle. Fu vera gloria? Non proprio: il razzo non era il prodotto di mani e menti geniali, bensì un normale missile antigrandine sottratto all’azienda agricola di un parente. Ma il protagonista preferì rimuovere questi dettagli per godersi la soddisfazione di condire con particolari sempre più emozionanti e fantasiosi la descrizione dell’impresa. Una delle ultime rievocazioni ufficiali rilasciate dal nostro apparve su “L’Arena” del  7 agosto 1991 a pag. 19. Un bel servizio che svelò un fatto rimasto sino ad allora inedito: raccontò infatti Remigio che la vicenda del missile aveva all’epoca suscitato l’interesse delle stesse forze armate americane, le quali avevano inviato un loro colonnello con l’incarico di convincere l’intraprendente costruttore di provincia ad arruolarsi come militare di carriera, per approdare dapprima alla Ftase e  poi magari ai prestigiosi lidi (rectius: laboratori) della Nasa. Il solleticante invito venne declinato con una motivazione un po’ improvvisata e sicuramente frustrante per l’ufficiale superiore statunitense, il cui orgoglio nazionale aveva da poco dovuto subire anche il pesante vulnus della vittoria sovietica nella prima corsa allo spazio. L’inossidabile Giuliano “Gnoco” Molinari osservò malignamente che se alla telenovela si fosse aggiunta un’ulteriore puntata si sarebbe scoperto che a bordo del missile c’era anche lui, proprio lui, il grande e indimenticabile Remigio. In effetti “L’Arena” dedicò all’astro-valeggiano un’altra, breve intervista; ma, a dispetto delle maliziose insinuazioni di “gnochiana” memoria, Remigio fu molto contenuto nel rievocare i passati fasti, limitandosi a fornire nuovi dati circa le quote raggiunte dal famoso missile, coinvolgendo in queste precisazioni la persona del nostro direttore[1]. Oggi, di quella gloriosa vicenda forse anche a Valeggio persiste solo una labile memoria.

Ormai è passato più di un anno da quando Remigio se ne è andato; noi abbiamo voluto ricordarlo nel segno dell’ironia e dell’affetto dovuti ad un personaggio che alla nostra infanzia ha regalato occasioni di gioco, sport, fantasia e la scoperta di qualche piccola trasgressione.

Vogliano perdonare i nostri cortesi lettori questa premessa un po’ nostalgica e un po’ barocca, ma era difficile parlare della bottega dei “Remigi” trascurando di citare coloro che questo luogo hanno animato e conservato, giungendo a fondersi in esso in una confusione identitaria dalla quale è scaturito anche il titolo del presente omaggio.

Ed eccola finalmente “La bottega dei Remigi”, fotografata nella scorsa primavera, immutata nella sua dotazione fondamentale di macchine e utensili tuttora funzionanti, intatta nel fascino e nelle suggestioni che sempre ha saputo emanare e diffondere. Il merito è di Antonio, l’ultimo dei “Remigi”, che sulla sua bottega continua a vegliare forse con la segreta speranza che qualche intelligente amministratore decida di conservare per sempre questo raro e prezioso esempio di archeologia artigianale, trasformandolo in un piccolo museo cui affidare il compito di stimolare in qualche giovane e sensibile valeggiano del futuro il desiderio di conoscere più da vicino coloro che in generoso silenzio hanno fatto la storia del suo paese.   

 


 

[1]  Chi scrive, dopo aver diligentemente ritagliato l’articolo in questione, non si curò di annotare la data e la pagina del quotidiano (omissione imperdonabile in un cultore di storia). L’articolo, dedicato al giovane autore di un racconto ispirato alla vicenda del missile, è firmato da Alessandro Foroni e, tenuto conto delle date riportate in alcuni annunci pubblicitari, dovrebbe risalire ai mesi di aprile/maggio 2005.

 

 


click per visitare la Bottega dei Remigi
nella sua polverosa e vitalissima anima;
infine alcune immagini, sempre

conservate nella Bottega, della festosità
di quei tempi e di quei luoghi.

 

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