19 novembre 2007
Dario Ghelfi

IL COLLARE SPEZZATO

 

          Invitiamo i nostri lettori, prima di leggere queste note, ad andare (o a riandare, se ci è permessa la presunzione) alla nostra recensione de “Il collare di fuoco”, in questa stessa rubrica. “Il collare spezzato” altro non è, infatti, che la seconda parte di quell’affresco della storia del Messico, di cui “Il collare di fuoco” aveva costituito la prima parte (Valerio Evangelisti, Il collare spezzato, Milano, Mondatori, 2006).

  

  

  

         Una riprova significativa è data dallo stesso autore, che riporta la bibliografia seguita per la scrittura dei due volumi, nel secondo, ne “Il collare spezzato”, appunto.

         E sottolineamo, subito, una cosa: la lettura dei due libri invoglia il lettore a prendere in mano testi di storia del Messico, per rivedere ed approfondire quanto l’autore ha trattato nelle sue opere  in modo “romanzesco” (ma questo, in fondo, è uno dei pregi fondamentali della letteratura, quando si occupa di faccende storiche, quella cioè di fungere da catalizzatore, spingendo chi legge a muoversi poi autonomamente lungo i diversi sentieri del sapere). In prima istanza, siamo, così, ricorsi alla rete, a Wikipedia (specie alle voci in lingua spagnola ed inglese) per accertare la “storicità” dei personaggi minori che, come noto, costituiscono il perno della narrazione di Evangelisti

            Lo schema utilizzato è quello stesso del primo volume: assumere come riferimento figure storiche reali, manipolandone poi la vita (Evangelisti cita, ad esempio, come sua invenzione letteraria, la passione giovanile di Alvaro Obregon per Teresa Urrea).   

La vicenda della rivoluzione messicana che, anche per il suo prolungarsi nel tempo, con i suoi repentini cambi di protagonisti, di vincitori e di perdenti e anche a causa dell’impatto mediatico, dei film, che hanno “inventato” uno sfondo folkloristico di quella sanguinosissima sollevazione,  non è di facile comprensione. Spesso i suoi vari protagonisti sono stati presentati come banditi (sia ribelli, sia i governativi), sullo sfondo unico della sola “campagna” messicana.

Mai ci hanno parlato delle città, se non di sfuggita di Città del Messico quando vi entrarono da vincitori gli eserciti ribelli e mai, cosa gravissima, mai abbiamo visto gli operai, i sindacati, gli anarchici.

Quanti, in Italia, sanno dei fratelli Magòn, quei figli di Margarita Magòn, una meticcia che in punto di morte avrebbe detto ad un emissario del dittatore, che le avrebbe permesso la visita dei figli in cambio della loro rinuncia alla lotta: "Dite al presidente Dìaz che scelgo di morire senza vedere i miei figli. Ditegli che preferisco vederli impiccati ad un albero o in garrote, piuttosto che saperli pentiti o rinnegando quanto hanno fatto o detto). Quanti sanno dell'indio Teodoro Flores, ufficiale che svolse un ruolo decisivo nella vittoria di Porfirio Dìaz (del Diaz rivoluzionario) contro i conservatori[1].

Questo è uno dei meriti principali del romanzo di Evangelisti, che senza remore ci presenta quello che potremmo definire il liberalismo selvaggio della nuova borghesia messicana, laddove il ministro dell’economia di Diaz dice:

 

         “ Abbiamo una minoranza di ricchi e una maggioranza

                     di poveri? Sarebbe irresponsabile occuparsi della

                     maggioranza: richiederebbe tempo e non possiamo

                     permettercelo. Meglio lasciare libera la minoranza di

                     arricchirsi ulteriormente, senza balzelli e regole troppo

                     rigide. Il suo benessere finirà con il ricadere anche

                     sulle classi umili … “

 

         Con lo Stato ovviamente in funzione di gendarme, seguendo l’esempio degli Stati Uniti: “Io dico: magari avessimo uno stato energico come quello americano! Visto che gli scioperanti non volevano sentire ragioni, Washington ha fatto intervenire esercito e milizie …”, con in più l’idea di arruolare a forza socialisti e democratici radicali, per mandarli a combattere contro gli indigeni in rivolta.

         Interessante è poi la storia di “Peppino” Garibaldi, Giuseppe Garibaldi nipote, comandante in capo dell’esercito di Francisco Madero, in quel di Ciudad Juarez, insieme a Pancho Villa. Dopo Madero e Pancho Villa, Zapata, Obregon e Cardenas, tutto il fiume della rivoluzione messicana. Siamo rimasti perplessi sul come sono state presentate queste figure, alcune indubbiamente mitiche; invitiamo i lettori a considerare con attenzione i capitoli loro dedicati.

         In merito a Pancho Villa, siamo ansiosi di leggere quella che si presume sia la parola definitiva, l’ultima fatica di Taibo II, dedicata, appunto, al grande rivoluzionario messicano.

 


 

[1]  Abbiamo saputo che é in via di edizione a cura di 'Zero in Condotta”, V.le Monza 255, 20126 Milano, fax 022551994, e-mail zeroinc@tin.it , il saggio "MAGONISMO E MOVIMENTO INDIGENO NELLA RIVOLUZIONE MESSICANA".

 

ritorna all'indice Ghelfi