19 gennaio 2010   Dario Ghelfi, Solaris

 

SOLARIS: una recensione a tre facce

 

  

 

            Non molto tempo fa è uscito nella sale cinematografiche un film di fantascienza, di cui la critica ha parlato molto bene; si trattava di “Moon”, diretto  da Duncan Jones ed interpretato da Sam Rockwell, una pellicola dove non si erano usati effetti speciali, dove le ambientazioni erano state costruite con modellini, dove non c’erano alieni o mostri (se mostri esistevano erano quelli che non si vedevano, i responsabili dell’azienda che gestiva, dalla Terra, il funzionamento della stazione spaziale). Un vero e proprio capolavoro della cosiddetta “fantascienza filosofica” (e noi aggiungeremo, antropologica e politica), che ha portato i recensori a richiamare i grandi capolavori di quel genere, tra i quali, Solaris, un vecchio film del russo Andrej Tarkowskij, che qualcuno, nei tempi in cui uscì, definì la risposta sovietica ad “Odissea nello spazio”.

         Chi scrive si è lasciato prendere da un coinvolgente gioco di rimandi ed ha scovato nella sua biblioteca il romanzo da cui era stato tratto il film, “Solaris”, di Stanislaw Lem[1], pubblicato nel lontano 1961, assunto alla notorietà mondiale, nel 1971, appunto per effetto del successo che ebbe l’omonimo film del regista russo (vedi).

“Solaris” dunque di Andrej Tarkowskij, ma anche la nuova versione dello statunitense Steven Soderbergh (l’autore dei due recentissimi film su “Che” Guevara), che vede come protagonista George Clooney.

         Di qui l’idea di presentare il romanzo e i due film, senza pretesa alcuna di approfondire la questione dei problemi connessi alla riduzione a film dell’opera narrativa, ma come esercizio letterario ed interpretativo.

         Ci preme prima di tutto, partendo dal romanzo, scandirne la successione dei capitoli, anche perché nei film l’alternanza temporale (il presente, il ritorno al passato) gioca un ruolo primario.

 

 

         Nell’opera letteraria il primo capitolo si apre con l’arrivo del protagonista, Kelvin, nella stazione spaziale, sospesa sopra l’oceano del pianeta Solaris, oceano che appare costituito da una sorta di liquido plasmatico, che sembra essere in grado di pensare. In tutto l’opera di Lem, questo punto appare chiaro, malgrado si dica che gli scienziati, che studiano da decenni e decenni il pianeta, siano in disaccordo su tutto, ma non sul fatto che Solaris sia un enorme essere pensante, qualcosa di vivo. Il problema è che non si riesce a stabilire alcun contatto con l’oceano, le cui manifestazioni rimangono incomprensibili; il liquido plasmatico assume, infatti, via via, forme strabilianti, di cui non si comprende né l’ordine, né lo scopo, né lo svolgersi, né la sussistenza di un qualche progetto sottostante.

Lem impiega pagine e pagine a spiegare come gli studi sul pianeta abbiano dato origine addirittura ad una nuova disciplina, la “solaristica”, “servendosi” di Kelvin, che trova e consulta i volumi della relativa saggistica, che si trovano nella biblioteca della stazione. Ed è proprio in uno di quei volumi che si racconta del cosmonauta Burton, che fu testimone, per primo, di una serie di strani fenomeni che l’oceano di Solaris provocava; era un pilota esperto ed affidabile, ma le sue affermazioni furono semplicemente scambiate per allucinazioni dovute allo stress. Vedremo come questo riferimento giochi, poi, un ruolo importante nel film di Tarkowskij.

         Kevin è stato mandato sulla stazione perché sembra che gli occupanti siano impazziti e nella pazzia entra immediatamente anche lui, non appena arriva nella stazione. Innanzi tutto fatica a mettersi in contatto con gli occupanti, che sono rimasti in due, Sartorius e Snault, dopo il suicidio, di cui presto verrà a conoscenza, del suo maestro, Gibarian. Il lettore è subito coinvolto in un’atmosfera di straniamento, quando legge che gli addetti di una stazione spaziale, infinitamente lontana ed isolata dalla Terra, non si peritano di accogliere un nuovo arrivo (ed è una sensazione che è enfatizzata, in particolare, nel film di Tarkowskij).

Il fatto è che gli uomini della stazione sono state e sono vittime del fenomeno che coinvolgerà, dopo pochissimo tempo, anche Kevin. Succede che nella stazione, compaiono dal nulla degli “ospiti”, copie perfette di persone che i pensieri degli umani  trattengono nei loro ricordi. E’ l’oceano pensante che li crea; Kevin vedrà, subito, di sfuggita una donna di colore, ma mai gli “ospiti” che i suoi due “compagni” della stazione spaziale si preoccupano bene di tenere celati. Al suo primo risveglio, infine, si troverà accanto la copia perfetta di Harey, la sua giovane moglie, che si era suicidata (con un veleno che egli stesso aveva portato a casa), dopo un litigio, in seguito al quale si era allontanato da casa. Dopo un po’, preoccupato, era rientrato ma Harey era già morta. Kevin riesce, però, a reagire a questa prima materializzazione e, con l’inganno, induce la moglie-copia ad entrare in un missile e la lancia nello spazio. Ma al successivo suo risveglio, Harey ricompare e Kevin, tra l’altro oppresso dai sensi di colpa per il suicidio della moglie, non riesce più a reagire. Pur rendendosi conto che si tratta di una copia, non la allontana ed entra in un vortice di disperazione, ben sapendo che la situazione è senza uscita, in quanto Harey non potrà certo ritornare con lui sulla Terra e non è realistico pensare ad una vita da trascorrersi nella stazione. Le cose peggiorano, poi, perché, più trascorre il tempo, più l’”ospite” si rende conto, da esso stesso, di non essere la persona reale di cui ha le sembianze.

         La vicenda si chiude con Sartorius che riesce a costruire un apparato che alla fine smaterializzerà Harey (tra l’altro, consenziente al suo annichilimento) e con Kevin, chiuso nel suo dolore, in attesa di un miracolo che non avverrà mai.

 

Il primo Solaris (del 1972, di Andrej Tarkowskij)

 

Il film, che si aggiudicò, al 25° Festival di Cannes, il Grand Prix Speciale della Giuria, si apre con un lunghissimo prologo (di ben 40 minuti), che vede Kevin, a casa del padre, visionare una registrazione video dell’”audizione scientifica” di quel Burton, che per primo era stato la “vittima” dell’azione dell’oceano pensante. Un prologo che indubbiamente appesantisce il racconto e che originariamente fu tagliato nella versione italiana, contro la volontà del regista che disconobbe il film così mutilato.

 

 

Si tratta di un’opera dalla sceneggiatura complessa, di difficile lettura e non sempre comprensibile, che riprende (dal romanzo) e dilata il tema dell’incapacità dell’uomo di capire e l’universo e se stesso e i suoi simili, con un finale inatteso, di Kevin che rientra sulla Terra e si rincontra con il padre, nella stessa casa, dove l’avevamo visto all’inizio del film.

Comunque, tutto sommato, Tarkowskij resta legato alla versione letteraria;  lo stupore di Kevin all’arrivo nella stazione; il problema della conoscenza ed il dramma della mancata comunicazione tra l’uomo e l’Universo, la “prima” Hari (Hari = Harvey) , espulsa nello spazio per il tramite di un missile e, immediatamente dopo, il coinvolgimento emotivo del “nostro”, quando Hari ritorna, contro

l'aridità ed il cinismo degli altri due colleghi rimasti, i quali progettano con successo un apparecchio per eliminare gli "ospiti" …

Hari sembra la sola a comprendere la gravità di un'esistenza assurda che lede la sanità mentale del suo amato, oramai affetto da febbre alta e delirio. Dopo un vano tentativo di suicidio, seguito da una resurrezione, Hari accetta di sottoporsi all'annichilimento.

Kelvin e gli altri due scienziati sono di nuovo soli mentre sulla superficie del pianeta avvengono nuovi fenomeni, come isole, dopo la radiotrasmissione dell'elettroencefalogramma del protagonista. Successivamente (forse dopo una missione esplorativa in una di esse) egli si ritrova nella scena iniziale del film: la casa di campagna, il laghetto ed il padre ad attenderlo sulla soglia. La macchina da presa si allontana in alto, rivelando che quel luogo di ricordi è "oggettivamente" un'isola sull'oceano del pianeta, il pianeta avendo trovato un luogo appropriato alla coscienza del protagonista, al suo bisogno di rassicurazione[2].

 

Il secondo Solaris (del 2002 di Steven Soderbergh) 

 

 

 

Il regista americano sembra effettuare una scelta precisa in ordine alle tematiche affrontate da Lem nel suo romanzo. Poco o nulla resta della tensione nei confronti dell’incapacità di comprendere, di collegarsi con l’Universo, perché il tutto è assorbito dalla vicenda intima ed umana del “nuovo” Kelvin, che qui assume le sembianze di un grande divo, Gorge Clooney. Non ci sono le continue riflessioni sulla solaristica del libro e di Tarkowskij, tutto apparendo centrato sulla tragedia di Kevin, che dopo essersi sbarazzato della prima materializzazione della moglie (con lo stesso sistema che abbiamo visto nel romanzo e nel film del regista russo), si lascia travolgere dall’amore che ha per la donna perduta, Rehya = Harey. Un vero e proprio romanzo d’amore, con l’oceano pensante, delegato ormai a sfondo. Dal punto di vista della recitazione ci sembra di notare un’intensa partecipazione di Clooney, più coinvolto del primo Kevin, mentre ci sembra statica l’interpretazione di Natasha McElhone, laddove nel primo Solaris il dramma dell’inadeguatezza alla moglie reale della “copia” era resa efficacemente dall’attrice tarkowskijana, Natalia Bondarciuk.

Per concludere un’osservazione sul cinismo e sull’aridità di Snault e di Sartorius. Qui diventano un atteggiamento quasi schizofrenico nel primo e una durezza (che induce il personaggio a segnalare alla “seconda” copia di Reyha, come Kevin si sia sbarazzato della “prima”) nel secondo (che qui assume l’aspetto di una donna di colore) cui si accompagna lucidità e determinazione nell’intento di riportare alla ragione Kevin-Clooney, ormai perso nella rivisitazione della sua storia d’amore con la “ritrovata” moglie, rivisitazione segnata da continui flash-back sulle vicende trascorse prima del suicidio della ragazza.

 

 

 

 

 


[1] Scomparso nel 2006

[2] http://it.wikipedia.org/wiki/Solaris_(film_1972)

 

 


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