18 novembre 2012, Dario Ghelfi

 

LE LACRIME DELLA GIRAFFA

 

       Già uscito per i tipi della Guanda nel 2003, “Le lacrime della giraffa” di Alexander McCall Smith, è stato ripresentato, nella scorsa estate, in edizione speciale, per il Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A, nella serie “Mondo Noir”, allegato alla rivista “L’Espresso” e al giornale “la Repubblica”.

 

 

 

          Ambientato in Botswana, opera di un autore di origini scozzesi, ma nato nel confinante Zimbabwe (dove ha, tra l’altro, esercitato le funzioni di giurista), più che un giallo “Le lacrime della giraffa” è un libro geografico, nel senso che ci fornisce una messe di notizia sul piccolo (in quanto a popolazione, chè il Botswana ha una superficie più ampia di quella italiana) Paese africano. Il Botswana ha una estensione territoriale di 581 730 km², con una popolazione di 1.640.115 abitanti, con una densità di 2,7 ab/km²[1]; è incastonato fra Sud Africa, Namibia e Zimbabwe, senza accesso al mare.

 

 

 

Tutte le informazioni che ci siamo procurate ci dicono, inoltre che c’è un altro Paese con il quale il Botswana confina ed è lo Zambia, ma dalle carte correnti non siamo riusciti a capire come. Siamo allora ricorsi a www.google.maps e procedendo di ingrandimento in ingrandimento, nell’area di Kasanore/Kazungula, là dove si insinua il “Caprivi Strip”, lo Zambia effettivamente “è toccato” dal Botswana, in una misura che ci sembra richiamare i metri piuttosto che i chilometri.

 

 

 

 

 

 

Il libro ha suscitato il nostro interesse piuttosto nei confronti della geografia, della storia, dell’antropologia (se si vuole) di questo Paese, piuttosto che per la storia “gialla”. E’ pur vero che la protagonista, Precious Ramotswe, è una detective privata, titolare dell’unica agenzia investigativa del Botswana, la “Ladie’s  Detective Agency N. 1” di Gaberone, la capitale, ma in questa storia non ci sono delitti e le indagini che la “nostra” (e la sua “aiutante” segretaria) svolgono, riguardano la ricerca di un giovane scomparso e un caso di adulterio. Tutta ruota attorno alla detective e all’onestissimo (e un po’ ingenuo, ma generosissimo) meccanico (sempre chiamato con l’appellativo “il signor”) JLB Matekoni, proprietario dell’avviata e pregiata officina meccanica “Speedy Motors” di Tlokweg Road, ad una cameriera malevola, ad una madre che cerca il figlio scomparso, ad un professore universitario con la mania delle giovani ragazze, alla direttrice di un orfanotrofio, che cerca di affidare i propri orfani a famiglie che li possano accogliere. Ovviamente il Signor JLB Matekoni (meccanico di fiducia dell’Istituto) non saprà dire di no a due fratelli (un bambino ed una ragazzina, in sedia a rotelle), che, tra l’altro, appartengono all’emarginata e mal sopportata (sembra) etnia dei boscimani, i Basarwa. Questo sembra essere l’unico “neo” del Botswana, descritto  come un Paese tranquillo, quasi irreale, agreste, lontano dall’agitarsi della modernità, che crede nei valori della solidarietà (la morale tradizionale del Botswana, a dire la verità, secondo i nostri protagonisti è un po’ messa in crisi, ad esempio, dal mancato rispetto dei ragazzini e dei giovani nei confronti degli adulti) e lontano mille miglia dai problemi che agitano gli altri Paesi africani[2]. Quando si vuole evidenziare la differenza tra il Botswana e gli altri Paesi del continente, si citano la situazione dello Zimbabwe (senza usare i toni, comunque, della nostra stampa), la Nigeria e il Suf Africa. A supporto della tesi si legge che nel Botswana gli orfani (e c’è un indiretto rimando alla causa del fenomeno, all’AIDS) sono ben curati dal Governo e da benefattori privati: “ … ai bambini non mancava niente e nessuno di loro era denutrito … [… mentre …] … Nessuno moriva di fame e nessuno era chiuso in prigione per le sue convinzioni politiche …”. L’atteggiamento, comunque, contro l’etnia dei Boscimani, è addebitata alla malevola cameriera del Signor JLB Matekoni che, maldestramente cercherà di mettere nei guai la futura sposa del suo datore di lavoro:

          Non se l’era aspettata. Dei bambini Basarwa che entrano in casa

            della gente normale e ci restavano a vivere era una cosa che

            nessuna persona normale avrebbe mai permesso. Quella era una

            razza di ladri – lei lo aveva sempre saputo – e non bisognava

            incoraggiarli a introdursi in casa dei rispettabili Botswana.

          A parte dunque le opinioni della cameriera (che speriamo, ma ne dubitiamo, non siano condivise dalla generalità dei cittadini del Botswana) sembra proprio che il Botswana sia un Paese tranquillo. Colonizzato dal Bantù nel XVII secolo (che relegarono i primi abitanti, gli ottentotti ed i boscimani, nelle aride contrade del Kalahari) e successivamente colonia britannica, con la denominazione di Bechuanaland, ebbe accesso all’indipendenza nel 1966, senza lotte e drammi. Il fatto è che i rapporti fra bantu e bianchi furono sempre sostanzialmente pacifici e distesi, in Botswana, a parte l’episodio (ricordato nel libro) del mandare in esilio temporaneo colui che divenne poi il primo capo di Stato del Botswana, Sir Seretse Khama (già re della tribù tswana dei Bangwato e capo del Partito Democratico del Botswana), colpevole di avere sposato una bianca di origine anglosassone[3] ed ora ricordato come padre della patria.

Questo dal punto di vista storico-antropologico. Dal punto di vista strettamente geografico, siamo aiutati, nel conoscere il territorio del Botswana, dal fatto che, nelle sue ricerche la Signora Ramotswe, si muove con il suo furgone lungo le strade della “parte utile” del Paese (sostanzialmente la striscia al confine con il Sud Africa e lungo il fiume Limpopo) da Gaberone a Mahalapye, a Francistown, spaziando anche nel vicino Zimbabwe (le sue indagini la porteranno sino a Bulawayo). E ci sembra di vederle quelle strade, con furgoni e auto sgangherate e autobus stracarichi e ci sembra di vedere la tranquilla e geometrica (come tutte le new town) Gaberone, assunta a capitale dello Stato, ora una cittadina di oltre 200.000 abitanti, dalla storia singolare[4].

 

 

 

Ma di più ci colpiscono le pagine nelle quali leggiamo del viaggio della “signora Ramotswe” verso Bulawayo:

 

          Subito prima che arrivasse al bivio per Mochudi[5], dove

            la strada si dipanava verso la sorgente del Limpopo, il

            sole sorse nella pianura, e per qualche minuto il mondo

intero non fu altro che pulsazioni di oro giallo – le kopjes,

i rami in cima agli alberi, l’erba secca lungo la strada,

perfino la polvere. Il sole, una grande palla rossa, per

un attimo restò appeso alla linea dell’orizzonte, poi si

liberò e si gonfiò veleggiando su tutta l’Africa: tornarono

i colori naturali del giorno … Era una terra arida, ma

adesso, all’inizio della stagione delle piogge, cominciava

a cambiare. Le prime piogge erano state abbondanti.

Grandi nuvole violette si erano accumulate a nord e a

est, e la pioggia era caduta come un bianco ruscello,

come una cascata scesa sulla terra. Il suolo, prosciugato

da mesi di siccità, aveva inghiottito le pozze scintillanti

create dagli acquazzoni, e, nel giro di poche ore, il marrone

si era coperto di verde. Germogli di erba, minuscoli fiorellini

gialli, i veloci tentacoli delle erbacce, si erano fatta strada

attraverso la superficie ammorbidita, trasformando la

terra in una distesa verde e fragrante. Gli stagni, buchi di

fango secco, all’improvviso erano pieni di acqua torbida e

scura, e il letto dei fiumi, aridi corridoi di sabbia, erano di

nuovo gonfi di acqua. La stagione delle piogge era il miracolo

annuale che consentiva alla vita di riprodursi in queste terre

aride: un miracolo in cui bisognava credere, altrimenti la

pioggia poteva anche non arrivare, e il bestiame moriva, come

già era successo in passato

 

          E’ come avessimo assistito ad una proiezione della National Geographic.

 

                   

 

 


 

[1] http://it.wikipedia.org/wiki/Botswana , accesso il 17.12.2012

[2] A supporto della sensazione che proviamo leggendo la storia di queste persone semplici e buone, in un mondo complessivo di persone altrettanto semplici e buone, la prosa lieve di McCall Smith, capace di leggere ironie e di appassionarci alle vicende umane dei suoi protagonisti.

[4] Gaborone, popolazione stimata 208.411 abitanti (2005), è la capitale del Botswana. Prese il posto di Mafeking come capitale del Protettorato del Bechuanaland nel 1965. Mafeking (oggi Mafikeng) era al di fuori del Protettorato del Bechuanaland, nella Provincia del Nordovest del Sudafrica, una strana sistemazione che risaliva all'inizio del periodo coloniale. Ovviamente, quando il protettorato divenne indipendente col nome di Botswana, necessitava di una capitale all'interno del suo territorio; inizialmente si era pensato che Lobatse potesse fungere da capitale, ma venne deciso che sarebbe stata troppo limitata. Allo scopo invece, sarebbe stata costruita una nuova città capitale, adiacente a Gaberones, un piccolo insediamento amministrativo coloniale. http://it.wikipedia.org/wiki/Gaborone, accesso il 17.12.2012

 

[5] La signora Ramotswe si muove, qua e là nel Paese, con il suo furgone e l’autore ha indicato tutte le località da lei toccate. Abbiamo, pertanto, letto la storia, con a fianco la carta del Botswana e siamo riusciti ad individuare praticamente tutti i luoghi elencati.

 

 


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