17 novembre 2010,  Dario Ghelfi: Uomini di Dio

  

Uomini di Dio (Des hommes et des Dieux)

 

Regia: Xavier Beauvois

Lambert Wilson (Christian), Michael Lonsdale (Luc, il medico, il padre di Ipazia, in “Agora”) …

E’ stato premiato a Cannes e in molte città è proiettato in sale “d’essai”.

E’ un film singolare; prima di tutto si distingue perché non c’è musica nel film, MAI, salvo in una sequenza. Solo i canti dei monaci, rigorosamente in francese, per fortuna, con sottotitoli; poi i "rumori" della vita.

 

 

 

 

 

Poiché tutto il film è incentrato sul dramma umano dei monaci (andarsene, restare, il martirio, ma a chi giova il martirio, serve, in sé, il martirio?), niente giochi complessi di inquadrature. Dominano le scene di vita quotidiana, gli interni del convento, i lavori

 

 

e molti, moltissimi primi piani, anche perché ogni monaco è combattuto dalla decisione che deve assumere (poi TUTTI decideranno di restare) ed i loro volti sono inquadrati nel dettaglio, come “finestra” del pensiero. Poi, di tanto in tanto, lo spazio si allarga: campi e panoramiche, squarci sulla natura, le magnifiche visioni dell’Atlante algerino, la terra marrone, gli uccelli che volano in cielo.

 

 

All’inizio la situazione pare idilliaca; i frati della piccola comunità lavorano, pregano, perfettamente inserita nel villaggio e nella sua cultura islamica (non è un villaggio “convertito”). Il frate “medico” è una figura di riferimento (più di 200 visite al giorno). I frati partecipano alle funzioni islamiche. Al villaggio giungono gli echi della guerra civile (una ragazza, si racconta, è stata pugnalata in un autobus, solo perché non portava il velo, Gli anziani del villaggio condannano i terroristi; più avanti c’è chi fra di loro dirà che gli abitanti del villaggio sono gli uccelli ed i frati sono l’albero su cui si posano. I frati non si occupano di politica, ma si esprimono contro il regime corrotto (che è poi la causa prima dell’insurrezione islamica).

Ma la guerra civile avanza; tutti sono frastornati. Sulle strade posti di blocco e non si sa se siano veri e finti (sappiamo, invece, come spesso siano state trappole degli insorti); in un cantiere operai e tecnici stranieri (croati) vengono tutti sgozzati.

 

 

 

 

I ribelli si presentano, il giorno di Natale al monastero, ma il capo guerrigliero mostra grande rispetto per Christian e non succede, incredibilmente, nulla.

 

Mal tollerati dalle autorità civili (che insistono perché i frati lascino l’Algeria) e mal sopportati dagli ufficiali “éradicateurs” (bella la scena in cui ufficiale e soldato appaiono scandalizzati dalla pietà che Christian, il “priore” mostra per il cadavere di un comandante guerrigliero), la paura attanaglia alcuni membri della piccola comunità; il fatto cruciale è che al contrario de “La parola ai giurati” (Sidney Lumet), laddove è uno di loro che riesce a cambiare l’opinione di tutti gli altri, qui non c’è un singolo (non c’è un Henry Fonda), non è il priore, non è Christian (che pure sin dall’inizio era deciso a restare) che convince gli altri, sono i fatti, la riflessione sul loro essere monaci, le preghiere che alla fine convincono tutti che non si può non restare ed è una decisione che matura proprio quando gli eventi, che si fanno sempre più drammatici dovrebbe spingerli a fuggire).

  

 

Due sequenze sono memorabili, dal punto di vista formale.

L’elicottero che sorvola il villaggio, il suo rumore assordante, la visione dall’interno del velivolo, la sezione di una mitragliatrice, puntata verso il suolo; la risposta dei monaci, con la loro veste bianca, che si alzano in piedi, nell’oratorio del convento e cantano le lodi al Signore.

Verso la fine della storia arriva l’inviato del Vescovado, con semplici doni per i frati e medicine; si aprono due bottiglie di vino, i frati bevono, uno (il medico) mette una musicassetta in un registratore e si sente un bellissimo brano sinfonico (è l’unico momento in cui ai suoni consueti della vita si aggiunge la musica); i monaci  assaporano il vino e si commuovono, piangono; lo spirito e le gioia della vita.

Ma ci aspettiamo il peggio: arrivano subito dopo gli integralisti che sequestrano i frati. C’è il sospetto che il film termini lì; prosegue, invece, ancora un po’.

Il finale: la colonna, ostaggi e guerriglieri in fila indiana, nell’Atlante coperto di neve; la nebbia ed alla fine gli uomini scompaiono e i monaci moriranno.

Un film religiosissimo e contemporaneamente di una suprema laicità, che il Dio dei frati dell’Atlante, non distingue cristiani e musulmani, cattolicesimo ed islam: è il Dio di tutti.

Da notare il titolo originale in francese, non correttamente tradotto: "Des hommes et des Dieux".

  

http://www.youtube.com/watch?v=dK-qIqyHHVc trailer

 

 


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