17 novembre 2008
Dario Ghelfi

I giorni dell’amore e della guerra

 

         Non è che si sappia molto del Bangladesh in Italia e non ci risulta che sia, da noi,  conosciuta la letteratura di quel Paese. Ed è per ciò che, con sorpresa, salutiamo il successo che ha recentemente ottenuto una giovane scrittrice, Tahamina Anam, nata a Dacca nel 1975 ed ora residente a Londra (con precedenti studi negli Stati Uniti, ad Harvard), con un romanzo ambientato ai tempi della conquista dell’indipendenza del Bangladesh.

Pensiamo che non molti ricordino quell’avvenimento, considerato il fatto che, a parte una ristrettissima cerchia di persone, la politica estera resta una grande sconosciuta per l’italiano medio. Nel 1971 la parte orientale del Pakistan (il Pakistan Orientale) si emancipa dal Pakistan, al quale il Bengala non indiano era stato unito al tempo della spartizione dell’Impero inglese. La guerra di indipendenza, breve ma feroce, che si era risolta, poi, positivamente, grazie all’appoggio dell’India.

Oggi il Bangladesh è noto per le ricorrenti devastazioni, ad opera dei grandi fiumi che attraversano il suo territorio (tra l’altro fittamente popolato) e che con regolarità inondano aree sempre più estese. Poi c’è un avvenimento particolare che ha gettato quel Paese agli onori della cronaca: la nascita della Grameen Bank, ad opera di Mahammad Yunus (che per questo ha ricevuto il premio Nobel), che offre microcrediti alla popolazione più povera.

Ma torniamo a Tahamina Anam, che ambienta la sua storia (Tahamina Anam, I giorni dell’amore e della guerra, Milano, Garzanti, 2008) al tempo della guerra di liberazione, con una scelta stilistica particolare e sorprendente.

  

La figura centrale del libro è Rehana, una donna che ha corso il rischio, allorché è rimasta vedova, di perdere i figli, sostanzialmente sottrattigli, dalla cognata; è riuscita a riaverli, grazie alla sua tenacia ed ora vive tranquilla alla periferia di Dacca, con i proventi degli affitti che gli inquilini, della sua grande casa, gli versano. Gli inquilini quasi fanno parte della famiglia e Rehana conduce un’esistenza decorosa, ricevendo amiche e passando i pomeriggi a discutere con loro (in una società che sembra lasciare ampi spazi di libertà alle donne).

I suoi due figli, studenti. sono ormai grandi, il maschio ha diciotto anni e la femmina, una ragazza vivace e ribelle, ne ha diciassette.          

Gli oziosi conversari di Rehana con le sue amiche, sono bruscamente interrotti dal precipitare degli avvenimenti politici. Il leader della Lega Awami, il partito più popolare nel Bengala pakistano, Sheikh Mujibur Rahman, vince le elezioni generali, ma le forze politiche dell’”altro” Pakistan (la parte occidentale) non accettano il risultato del voto, che dovrebbe avere come logica conseguenza la nomina dello sceicco a Primo Ministro dell’intero Paese.

La situazione precipita; il Pakistan Orientale (il futuro Bangladesh) proclama la sua indipendenza, l’esercito arresta Mujibur Raham e si impone con la forza. Gli indipendentisti sono accusati di tradimento, di collusione con l’India; un dramma particolare per i soldati e gli ufficiali bengalesi, che prestano servizio nell’esercito pakistano e che si trovano di fronte alla scelta tra diserzione (per il loro “vecchio” Paese) e collaborazionismo (un tradimento nei confronti degli indipendentisti).

I figli di Renana non hanno esitazioni e dubbi; Sohail, tra l’altro popolare e ben voluto dai suoi amici studenti, e la sorella si schierano, naturalmente, con i ribelli, che organizzano la guerriglia.

Rehana non ostacola i figli e dà tutta se stessa per aiutarli, per non perderli di nuovo; non potendo, non volendo impedire loro di lottare per l’indipendenza, li protegge e trasforma la sua casa, in una sorta di retrovia della guerriglia. La sua casa diventa un rifugio per i rivoltosi, un luogo dove possono riposare e riprendersi, un centro di raccolta di indumenti e oggetti di prima necessità per i profughi e, anche, un ospedale da campo, che accoglie un ufficiale ribelle, che Rehana curerà e di cui si innamorerà (un amore che finirà tragicamente e di cui nessuno avrà conoscenza).  I figli vanno e vengono dal centro di Dacca e dall’Università, ma il loro sembra essere un tragitto da un mondo ad un altro. Là fuori si combatte e nella casa materna giungono soltanto gli echi della lotta, che, tra l’altro è feroce; un capitolo della storia, dedicato agli avvenimenti del maggio del 1971, è intitolato: “ Tikka Khan, il macellaio del Bangladesh”!

Quella che possiamo definire la scelta linguistica di Anam è che le notizie degli avvenimenti, delle lotte giungono smorzate a casa di Rehana, attraverso la parola, il racconto dei protagonisti; la tragedia si smorza, la casa sembra fuori dallo spazio e dal tempo. Ma ugualmente si saprà che una giovane amica di Maya (inutilmente cercata per tanti giorni) è stata vittima della soldataglia che l’ha uccisa dopo averla ripetutamente stuprata e che il giovane ufficiale che aveva sposato la giovane figlia di un’amica di Rehana (di cui Sohail era innamorato), è stato brutalmente torturato. Verrà salvato dalla stessa Rehana, in una sortita dal suo “rifugio”, ma ugualmente morirà, distrutto nel corpo e nell’anima.

A lungo la casa sembra godere di una sorta di extraterritorialità (solo verso la fine della storia, vedremo materializzarsi i pakistani, ormai esercito di occupazione in quella che prima era parte della loro stessa Nazione); il precipitare degli eventi porterà infine la stessa Renana a raggiungere i propri figli rifugiati a Calcutta, vera e propria retrovia dei combattenti indipendentisti. Ed è, per Rehana, un’immersione, nella vita, a contatto con la gente, negli ospedali che accolgono i disperati in fuga.

Poi la fine dell’incubo e Rehana che di fronte alla tomba del marito chiude la storia:

 

Le strade sono piatte e polverose; in preda come ad un’estasi

d’amore per la nostra patria, cantiamo: “Quanto ti amo, mio

Bengala d’oro” Il cielo è pallido e iridescente e oggi la guerra

é finita, oggi stringerò la mia bandiera, tratterrò il respiro e

aspetterò nostro figlio.

So cosa ho fatto.

Questa guerra[1], che si è presa tanti altri figli, ha risparmiato

il mio. Quest’epoca, che ha bruciato tante altre figlie, non ha

bruciato la mia.

Io non l’ho permesso.

 


 

[1]  Nel marzo del 1973, le prime elezioni parlamentari attribuiscono la vittoria al partito dell’Awami League di Mujibur Rahman, che verrà successivamente assassinato con tutta la sua famiglia, nel 1975. Oggi il Paese è sottoposto ad una forte pressione dei fondamentalisti islamici e la condizione della donna sembra avere fatto enormi passi all’indietro, nei confronti della situazione che è descritta nel libro della Anam (Rehana era una donna libera, moderatamente dedita alle pratiche religiose, che non risultavano coinvolgere la sua giovane figlia). Oggi il Bangladesh è anche tristemente famoso per “l’uso” dell’acido per sfregiare le donne ribelli.

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