27 maggio 2011: Il concerto

Il concerto

Le concert , Francia, Romania, Belgio, Italia, 2009

Commedia, durata 119'

Regia di Radu Mihaileanu
Con Aleksei Guskov, Mèlanie Laurent, Dmitri Nazarov, Valeri Barinov, François Berléand, Miou-Miou, Lionel Abelanski, Jacqueline Bisset, Laurent Bateau

 


 

Per un film eccezionale una recensione eccezionale, ben tre recensori (le due giovani Valentine e il sempregiovane Dario) che presentano ciascuno un diverso punto di vista, una diversa e personale percezione del lavoro di Mihaileanu. Mi sembra che il film lo meriti e che questo approccio "di gruppo" possa essere un interessante arricchimento.
Per la prossima occasione di collaborazione multipla mi augurerei di capitare in un film controverso, mi piacerebbe trovare opinioni contrastanti e approfondire l'opera analizzando le diverse argomentazioni.

Per ora grazie ai valentissimi collaboratori, colonne antiche e linfa nuova di argentoeno.it.

Beppe 


 

 

IL CONCERTO

La musica nella trama e la trama nella musica

 IL CONCERTO: Un microcosmo di musica, storia, sentimento, dove il grottesco abbraccia il drammatico, facendo vibrare certe note dello spartito emotivo.

Cogliere la complessità dell’ordito è compito dello spettatore: l’efficacia del film permette di far coesistere ed interagire, in forma armonica e sinergica, le molteplici componenti che intervengono nella dimensione narrativa.

Il risultato è un’architettura interna di grande effetto, veicolata attraverso un racconto dalle sfumature bizzarre e stravaganti: una pellicola del regista romeno Radu Mihăileanu basata su un perfetto equilibrio tra ilarità e riflessione.

Una fotografia della Russia odierna connotata dai postumi del passato e raccontata mediante un’ironia fattiva e mai banale, che presenta un dimesso Andrei Filipov (interpretato in maniera illustre da Aleksei Guskov) mentre lavora come uomo delle pulizie presso il Bolshoi, il Grande Teatro di Mosca. Un uomo che personifica l’umiliazione, tirando a lustro quello stesso ufficio dove, trent’anni prima, sedeva in qualità di Direttore d’orchestra, anzi, in qualità del più grande Direttore d’orchestra dell’Unione Sovietica. Ecco il filo rosso con il passato: a Filipov era stata spezzata la carriera in maniera mortificante durante un concerto, perché il regime di Brezhnev lo aveva accusato di essere un nemico per aver protetto i componenti di origine ebrea della sua orchestra (il tema dell’antisemitismo affiora evidente nella tessitura della trama). Questo il ritratto iniziale del protagonista, umiliato nel profondo durante l’esecuzione di un brano musicale emblematico quale il famoso “Concerto per violino e orchestra” di Čajkovskij. Una carriera professionale ed un concerto stroncati: protagonista la stessa persona e come base la medesima tacita brama di rivalsa.

“L’occasione rende l’uomo ladro” dice un nostro detto popolare. E questo proverbio ben si addice alla possibilità di rivincita che si prospetta agli occhi dell’ex direttore del Bolshoi, tre lunghi decenni dopo quel triste episodio.

Intento a spolverare la scrivania della direzione, intercetta un fax attraverso il quale il Théâtre du Châtelet di Parigi invita l’orchestra ufficiale ad esibirsi presso la Ville Lumière. Un’occasione unica ed irripetibile che porta Filipov ad azzardare un’idea assurda, attuando un’impostura conveniente: riunire la sua vecchia orchestra costretta alla privazione coatta alla musica. La spaccia così per quella reale, concretizzando il sogno di portare a termine la celeberrima opera di Čajkovskij. Un progetto temerario e folle, eppure realizzabile.

Filipov gode del sostegno morale della moglie Irina (Anna Kamenkova Pavlova) che, con il misero stipendio del marito, arriva a stento a fine mese  e arrotonda organizzando fittizi comizi di partito e di Sacha (Dimitry Nazarov), il suo miglior amico, nonché compagno d’orchestra, al momento autista di un’ambulanza, che non si tira indietro di fronte alla proposta irrazionale.

Simbolica anche la parte rivestita dall’attore Valeri Barinov, che indossa le vesti di Ivan Gavrilov, il funzionario di Brezhnev che al tempo aveva arrestato il concerto, ma che ora è determinato a collaborare con Filipov, forse attratto dall’idea di Parigi.

Da questo momento il racconto si dipana con un sapiente uso della satira, che mette a nudo luoghi comuni legati a comunismo, russi, zingari ed ebrei attraverso il racconto di un improbabile dialogo tra la società dell’ex Unione Sovietica e quella parigina. Difficile e divertente la fase del reclutamento degli orchestrali e dell’ingaggio di nuovi componenti, dalle vite spesso borderline; ricca di gaffe la trasferta parigina dell’intera orchestra “arrangiata” e costituita da strambi musicisti, che si disperdono nella città per arrabattarsi in una serie stravagante di espedienti. La loro scarsa affidabilità fa temere Filipov della realizzazione del suo sogno, ma in ultima istanza, il concerto tanto atteso ha inizio. Dopo un esordio disastroso, la bizzarra orchestra dà prova di saper tramutare l’utopia comunista in perfezione musicale, strappando le lacrime alla platea estasiata (e alla spettatrice del film nelle vesti di chi scrive).

A sollevare le sorti dei suonatori, la giovane violinista di fama mondiale, Anne Marie Jacquet (interpretata da un’eccelsa Melaniè Laurent), la cui vita è intrecciata indissolubilmente a quella dell’orchestra, non solo per la limitata esperienza della performance musicale, ma per le proprie origini e per la ricostruzione di un’infanzia connotata da una verità nascosta.

Un epilogo dalle sfumature epiche, che permette di continuare la storia esattamente dal punto in cui il regime l’aveva arrestata: la fusione di presente e passato che coinvolge ed emoziona.

Valentina Nordio

 

 


 

IL CONCERTO

Andrei Filipov, insigne direttore d’orchestra russo è finito a fare le pulizie nel suo grande teatro, il  Bolshoi, insieme a tanti rimpianti e a fantasmi del passato che lo tengono ancorato (ma non salvato) a quella sera di giugno del 1980, sera in cui Brežnev lo fece umiliare davanti alla platea per aver accettato musicisti ebrei nella sua orchestra. Ora, a distanza di trent’anni sembra affacciarsi la possibilità di riscatto: un grande concerto a Parigi all’oscuro della nuova direzione del teatro (Andrei era infatti stato licenziato dal suo incarico) che farà rivivere ancora una volta la composizione di Ciaikovskij per violino e orchestra, proprio il programma di quella fatidica notte.

 

L’idea è a dir poco sconsiderata, se non assurda ma capace di risvegliare vecchi sogni e desiderio di rivalsa su di una dittatura che è stata la rovina di tanti musicisti: Irina, la moglie di Andrei, trova comparse per i matrimoni dei mafiosi di Mosca, o per comizi di vecchi e ancora ferventi sostenitori del regime, Sacha, ex violoncellista guida le ambulanze, mentre un altro compone musiche di sottofondo per pellicole porno! Altri intrattengono con la propria musica i clienti sulle bancarelle del mercato o hanno messo su un’impresa di traslochi.

  

Ognuno tira a campare come può, mentre tutti sono presi dal guadagnare qualche soldo in più…come può una compagnia di sbandati essere ancora la grande orchestra del Bolshoi? Ma Andrei ci crede e parte per Parigi nonostante mille imprevisti e difficoltà: i passaporti, gli strumenti musicali che mancano, il prezzo dei biglietti aerei da anticipare. Oltre alla figura del maestro d’orchestra dobbiamo considerare anche quella di Ivan Gavrilov, il miglior impresario di Mosca, ma anche spia del KGB che quella sera interruppe il concerto dichiarando Andrei nemico del popolo per conto di Brežnev. Sarà proprio lui ad aiutare i vecchi compagni nella loro impresa e a contrattare i termini dell’affare con il direttore del teatro Châteler.

L’ironia di Radu Mihaieanu, regista rumeno di origine e francese di adozione, rende la commedia divertente e brillante nel descrivere i personaggi un po’ strampalati, ma intensi e le peripezie per l’organizzazione dell’evento nonostante la drammaticità della storia. A dir poco esilarante è la scena del matrimonio mafioso a cui sono invitate ben mille persone che partecipano, pagate, solo per competere con Macarov, il leader avversario. Nel bel mezzo di una sparatoria dovuta al tentativo di Macarov di baciare la sposa del boss, Gavrilov riesce ad ottenere l’appoggio di uno sponsor per la buona riuscita del viaggio a Parigi.

  

Ma manca ancora un tassello per comporre il quadro della narrazione. Ognuno aveva la propria buona ragione, oltre a quella del concerto ovviamente, per andare a Parigi. Gavrilov ha la possibilità di trovare nuova linfa per i suoi ideali politici, che in patria si sono arrugginiti; mentre Andrei vuole incontrare Anne-Marie Jacquet, la figlia di Lea e Izac Strumm, gli ebrei che furono deportati in Siberia dopo quella famosa notte del 12 giugno. La bambina, che all’epoca aveva solo sei mesi, fu portata in Francia da un’agente teatrale francese, che l’allevò quasi come una figlia. La ragazza sarebbe diventata una famosa violinista. Ora per raggiungere l’armonia suprema, per realizzare il sogno di una vita e ricomporre la perfezione di un quadro che non fu mai completato, Andrei ha bisogno di Anne-Marie, desiderosa di conoscere la verità sui suoi genitori.

  

 Al di là della trama il messaggio del regista è chiaro: la possibilità di costruire quel ponte con il passato dal quale è possibile intravedere una speranza per il  futuro. Solo un momento, il tempo di un concerto, forse solo questo basta al fine. Il tempo in cui viene creata quell’unità armonica (e non solo) di tutte le componenti in un sospiro unico, che vola sopra e aldilà della contingenza di ognuno: questo è in fondo ciò che sia Andrei nella musica, sia Ivan nel comunismo andavano cercando. E questo è ciò che l’osservatore attento può cogliere: sulle note di Ciaikovskij nell’ultima scena del film tutti i nodi infatti si scioglieranno in un afflato (e plauso) finale commovente e intenso che regalerà ad Anne-Marie la verità, finalmente liberata.

Valentina Bosi

 


 

 

 IL CONCERTO

Ed è con l’inizio del concerto vero e proprio, nello splendido Theatre du Chatelet di Parigi,  che Radu Mihăileanu scrive una significativa pagina di storia del cinema. Il “racconto”  della rappresentazione, si snoda da una parte linearmente, con un inizio (abbastanza surreale, con i musicisti che sembrano non trovare l’accordo tra di loro, con due che arrivano addirittura in ritardo, quando il direttore d’orchestra ha già alzato la bacchetta) ed una fine; dall’altra la storia del concerto si dipana in un continuo gioco diacronico, con la proposta di scene di un passato drammatico (passando dal colore, al bianco e nero, per sottolineare, al contempo, il passato e  il dramma), e con proiezioni di un futuro “felice” (qui, di nuovo, il colore), con le scene che vedono l’orchestra, forte del trionfo ottenuto, muoversi tra i vari teatri del pianeta. La condanna della repressione dei gulag, si accompagna alla derisione dei superstiti “comunisti”, all’ironia della rappresentazione di questa singolare e raccogliticcia orchestra, alle visioni di una conquistata serenità, per tutti i principali protagonisti della storia.

Il montaggio è magico, scattante, velocissimo, con le inquadrature che si muovono, tra campi lunghi (il quadro complessivo del teatro, il palcoscenico, inquadrature dall’alto, a tutto campo) e piani degli artisti (figure intere o in piano americano) e primissimi piani degli strumenti, dei volti dei due protagonisti, di molti concertisti, di alcuni spettatori (via via conquistati dall’esecuzione). Come prima Mihăileanu aveva giocato col tempo, adesso lo fa con lo spazio; dal palcoscenico, alle quinte, alla platea, ma anche a quello che succede parallelamente, vicino (la messa in condizione di non nuocere del “vero” direttore del Bol'šoj)  e lontano (quelli che si godono il concerto, via tv, a Mosca).

Gli ultimi momenti, del trionfo, con il “ralenty” degli spettatori che si alzano in piedi e che gettano fiori ai concertisti; i singulti incontenibili, irrefrenabili di Anne-Marie (una stupenda Mélanie Laurent), che “conosce” in quella rappresentazione la storia dei suoi genitori; la mano sul petto a trattenerli e poi l’abbraccio ad Andrej (un bravissimo Aleksei Guskov, qui il direttore dell’orchestra) ed infine, l’immagine finale, quello sguardo, dal basso in alto, da Anne-Marie ad Andreï  , che ricorda l’analoga scena di “Flash dance”, con  Jennifer Beals (Alex) e Michael (Nick Hurley).

 Dario Ghelfi

  

 


ritorna all'indice