17 febbraio 2003

Dario Ghelfi

UNA FIGLIA DI ISIDE

Il nome di Nawal El Saadawi non dev’essere gran che noto in Italia, però si è parlato lei, in relazione ad un processo per apostasia che gli integralisti egiziani a gran voce chiedevano (con conseguente richiesta di divorzio coatto imposto al marito, che di lasciare la moglie non aveva alcuna intenzione); per il resto poco o niente.

Il libro che presentiamo, Nawal El Saadawi, Una figlia di Iside, Roma, 2002, è un’autobiografia che si ferma ai primi anni della giovinezza, quando Nawal è iscritta all’Università (anche se, di tanto in tanto, appaiono "intrusioni" nell’età più matura); è un testo eccezionale, tanto che chi scrive si rammarica di averlo "scoperto" con così grande ritardo.

 

Nawal El Saadawi è una femminista (costretta a vivere fuori dall’Egitto), che mostra la sua combattività sin da quando era bambina e che usa le parole e la memoria "per ribellarsi ad una società in cui la nascita di una femmina equivale ad una sventura. Una società in cui l’interpretazione del Corano è monopolio degli uomini. In cui le bambine subiscono la clitoridectomia, sono costrette a sposarsi in tenera età ed educate a servire gli uomini in silenzio"1.

E la parola entra in gioco fin dalle prime pagine, quando Nawal rievoca, la madre. Nawal è una bimba, una femmina ed in quanto tale, viene privata di quella che lei considera la parola più importante, il nome della madre:

Fu mia madre a insegnarmi a leggere e scrivere. Scrissi per prima la parola Nawal, il mio nome. Ne amavo la forma e il significato: il dono.

Quel nome divenne parte di me. Immediatamente dopo imparai a scrivere il nome di mia madre, Zaynab, che accostavo al mio in modo da renderli inseparabili. Vederli scritti uno accanto all'altro mi piaceva, ma soprattutto amavo quello che significavano. Non passava giorno senza che mia madre mi insegnasse a scrivere nuove parole.

Volevo più bene a lei che a mio padre, finché lui un giorno separò i nostri due nomi e al posto di Zaynab scrisse il proprio. Non riuscivo a spiegarmene la ragione.

Quando glielo chiesi rispose: "E’ la volontà di Dio". Era la prima volta che sentivo pronunciare la parola 'Dio' e venni a sapere che viveva nei cieli. Ma ciò nonostante non riuscivo ad amare l'uomo che aveva separato il mio nome da quello di mia madre, che l'aveva cancellata, come se avesse cessato di esistere … Il nome della madre è privo d'importanza perché una donna non ha valore, in terra come nell'aldilà. A un uomo che si guadagni il Paradiso vengono promesse settantadue vergini per il proprio piacere sessuale, a una donna non è promesso nulla, se non suo marito, nel caso le vergini che lo circondano gliene lascino il tempo.

Estremamente articolato sarà il rapporto di Nawal con il padre. Figura, tutto sommato, negativa, per il suo essere maschio, nei primi anni di vita della bambina, il personaggio del padre acquista via via spessore, anche perché l’uomo (un ispettore scolastico, nazionalista anti-inglese, onestissimo, ribelle al servilismo del governo egiziano, che lo punirà assegnandolo a sedi disagiate) dimostrerà, al di là della sua appartenenza ad una cultura maschilista come quella dell’Egitto di allora, grande umanità e grande amore nei confronti della moglie e della figlia, tanto da vedere in quest’ultima, futuro medico, la realizzazione delle sue aspettative di genitore, "tradite" dal figlio maschio, che negli studi collezionerà un fallimento dopo l’altro.

Nei primi capitoli la memoria di Nawal appare come lacerata dai ricordi della sua fanciullezza, mentre ne ripercorre le tappe.

Prima di tutto la sua nascita, la nascita di una femmina; con l’occhio di una fantasia che si fa ricordo, Nawal "rivede" se stessa nascere:

Guardò all'interno della stanza attraverso la porta rimasta leggermente socchiusa e, improvvisamente, scorse una testolina rotonda che emergeva da una fessura tra due gambe, decisa a non venire fuori. Una testolina ostinata, nera come la notte e rotonda come la terra. Restava immobile nella fessura della vagina tesa e dilatata al massimo, fino a formare un cerchio perfetto come il sole al tramonto, di colore rosso come sangue coagulato.

Dopo quel primo e unico urlo proveniente dalle viscere della madre adagiata sul letto, l'ostinata testolina nera sbucò fuori lentamente, dolcemente. Si bloccò di nuovo all'altezza del collo, indecisa se proseguire la strada verso l'esterno o tornare indietro, ma i muscoli della vagina le serrarono il collo, minacciando di soffocarla, e alla creatura non rimase, per salvarsi, che venire al mondo il più in fretta possibile.

E così fece, arrotolandosi su se stessa come una palla, un porcospino, con braccia e gambe avviluppare attorno al corpo. Due mani grosse e ruvide le afferrarono la testa, mentre altre dita lunghe e nervose separavano le gambe frementi: erano le mani della daya, veloci come il lampo e dure come chiodi arrugginiti, educate a questa pratica dai tempi dell'occupazione turca.

Ma le gambine della neonata restavano serrate, una contro l'altra, con un vigore che pareva quasi sovrumano. Era come se lì in mezzo ci fosse qualcosa da nascondere, qualcosa di cui vergognarsi. A quel punto la daya, impaziente di rivelare quale benedizione vi si celasse all'interno, o quale sventura, le separò con dita d acciaio, come si fa con le zampe del pollo. Voleva essere la prima a emettere un roboante 'evviva' se gli occhi si fossero posati su un pene ("che il Profeta lo protegga sempre e lo custodisca"), se avesse colto l'organo sacro concesso da Allah solo agli uomini, oppure a chinare la testa, a impostare uno sguardo tetro e solenne e ammutolirsi come un morto, se avesse scorto soltanto una fessura: l’infelice apertura della vagina, maledetta sulla terra dai tempi di Eva la peccatrice.

Dalla bocca di 'Um Mahmoud', la. daya, non risuonò alcun 'evviva' di giubilo. Nemmeno la madre aprì gli occhi per dare un'occhiata alla creatura che quella notte aveva partorito. Io ero quella cosa che l'ostetrica, bagnandosi le labbra nell'emettere un profondo lamento, si rigirava tra le mani, e che sarebbe stata immersa nel catino pieno d'acqua.

Nessuno degli Shoukry Bey o degli AI-Saadawi venne in mio aiuto. Probabilmente si dileguarono tutti nell'aria …".

Poi l’incubo del sesso (le mestruazioni come "offesa", il sangue del mestruo che rende impura la donna) e del matrimonio, dove di sesso non sembra esserci proprio nulla. Nawal ci consegna i ricordi della nonna materna, una bella figura di donna contadina, che mantiene una sua dignità, pur nella sua condizione di schiava del marito (si compiace quando rimane prematuramente vedova, dopo aver dato, comunque, alla luce, ben tredici figli):

Lo sposo le si rivolse con uno strepito: "In piedi ragazza, prepara la cena". Siccome tardava ad alzarsi, lui le rovesciò addosso i colpi di un bastone lungo e sottile, lo stesso che usava per l'asino, urlando: "In piedi, e che il giorno della resa dei conti arrivi per te molto presto".

Questa era l'usanza al villaggio: la prima notte di nozze il marito doveva picchiare la moglie perché lei assaggiasse il suo bastone ancora prima del cibo che le veniva concesso. In quel modo avrebbe capito che in cielo c'era Allah e in terra il marito e, se non avesse ubbidito, avrebbe preso delle botte …

Nawal, così, non vuol sentire parlare di matrimonio (che si combinava allora quando le ragazze erano in tenerissima età) e riuscirà a sventare le manovre delle zie, tutto sommato con l’assenso della madre e il disinteresse del padre2. Le è di aiuto anche la ricostruzione di quello di sua madre, andata in sposa ad un uomo giusto e mite, come lei stessa definisce il padre, ma in un contesto drammatico3, simile a quello in cui si muovevano allora tutte le donne:

… Tutt'a un tratto, come le si bloccarono i piedi sulla soglia della stanza, si arrestò anche la sua memoria. Davanti si ritrovava il letto d'ottone con i quattro pilastri del baldacchino e, dritto in piedi come loro, un uomo alto, dalle spalle larghe. Non gli aveva mai visto il viso prima di allora: da dietro le imposte era solo riuscita a intravedere la nuca spessa, i capelli rasati con la lama, il capo sormontato da un turbante, simile a quello indossato dal Fikki che recita al cimitero i versi del Corano per le anime dei morti in cambio di qualche torta secca. Di lì a poco si sarebbe .trovata distesa sul letto tra le braccia di quest'uomo, gli occhi chiusi, a farsi ingravidare del suo primo figlio senza nemmeno togliersi i vestiti o guardarlo. Nove mesi dopo avrebbe dato alla luce il bambino, per poi restare nuovamente gravida prima avere il tempo di svezzarlo, ancora una volta nell'oscurità della notte, ancora una volta senza spogliarsi o accendere la luce per vedere il viso dell'uomo che la sovrastava. Anno dopo anno, nell'oscurità della notte, mia madre restò incinta dieci volte e diede alla luce nove bambini. Subì un aborto con il decimo, prima di raggiungere il trentesimo anno d'età, e il tutto senza aver mai provato ciò che viene definito 'piacere sessuale'.

Poi morì, era ancora giovane, stringendo la mia mano nella sua, con gli occhi di bambina color miele che mi guardavano con meraviglia".

L’ultimo ricordo agghiacciante della fanciullezza è la clitoridectomia, una ferita che non dimenticherà per tutta la sua vita (ma riuscirà a risparmiarla a sua figlia), l’incubo di tutte le bambine d’Egitto. A vividi colori, Nawal ci presenta l’orribile daya, l’ostetrica che effettuava la mutilazione:

Ogni volta che sentivo la sua voce scappavo: da quando ero nata non faceva che fissarmi con quell'unico occhio spalancato, come un cerchio, con le ciglia che non sbattevano mai. Si rimpiccioliva solo quando scendeva lungo il mio ventre, in direzione di un certo punto tra le cosce, sondando ovunque alla ricerca di quel lembo di carne detto al-zambour o, nel linguaggio colto, albazar. Non smetteva di cercarlo, come se anelasse di vederlo emergere dalle profondità, come se lo potesse stanare dal luogo in cui si nascondeva al primo sguardo. Poi prendeva il rasoio, lo stringeva tra le dita spesse e grezze e lo affilava sulla pietra, avanti e indietro, finché diventava incandescente. Tendeva il bazar e con la lama lo recideva alla radice. Dopo aver invocato tre volte Allah per proteggere dal male gli astanti, lo nascondeva in un buco e ricopriva il tutto con del terriccio. Infine, recitando tre volte la Fatiha, si lavava le mani dal sangue in un catino d'acqua. La recita del Corano sulla ferita sanguinante aveva lo stesso effetto dello iodio: uccideva i germi, sterilizzava il taglio e lo epurava di tutti i peccati. Era la tahara, un atto di purificazione, e spettava alla daya eseguirlo. Nel 1937, io avevo appena compiuto sei anni, tutte le bambine venivano circoncise prima del menarca. Nessuna, che vivesse in un villaggio o in città, in una famiglia povera o ricca, poteva esimersi. Mia nonna Amna, moglie di Shoukry Bey, e mia madre Zaynab Hanem, erano state entrambe circoncise, e mia madre non salvò né me né le mie sorelle dall'operazione. Ma, quando cominciai a scrivere, oltre quarant'anni fa, riuscii finalmente ad evitarla a mia figlia e a molte altre bambine.

A sei anni non ci riuscii. Venni accerchiata da quattro donne, imponenti come Um Mahmoud. Mi presero mani e piedi, come se dovessero crocifiggermi come il Messia, trapassandomi con i chiodi a martellate. Una mia compagna di scuola copta mi aveva raccontato che il Messia era stato crocifisso. "Chi è il Messia?", chiesi. Mio padre mi disse che era Nostro Signore Gesù, che non era stato messo sulla croce anche se, come scriveva il Corano, la gente era stata indotta a crederlo. Zia Ni'mat definiva la mia compagna copta una Nousraneya, "un osso blu" e diceva che sarebbe finita all'inferno.

Si chiamava Mariam, aveva sei anni. Un giorno la daya si avventò anche su di lei, recidendole il bazar in mezzo alle gambe. Nessuna sfuggiva a questo destino, né la bambina che credeva in Gesù, né quella che credeva in Allah.

Rokaya, una mia zia paterna, diceva che era stato il Profeta a stabilire che si recidesse il bazar alle bambine. E tuttavia non riuscivo ad accettare che lui o chiunque altro, Gesù compreso, avessero potuto ordinare una cosa simile. Possibile che un Profeta si comportasse così? Si poteva provare tanto odio per il bazar delle bambine e, soprattutto, perché? La parola "perché" mi ha accompagnata per tutta la vita … La ferita profonda che mi porto dentro da quando ero bambina non è mai guarita. Ma nel mio spirito, nella mia anima, ne è rimasta una ancora più profonda. Non dimenticherò mai quel giorno del 1937. Sono passati cinquantasei anni, ma lo ricordo ancora, come se fosse ieri …".

Dopo questi ricordi brucianti, il libro decolla, raccontando la vita di Nawal che, evitato il matrimonio (con conseguente ineluttabile destino di "fattrice" di figli), studentessa, divide i suoi interessi tra i libri e la passione politica, sulla scia del padre, nei momenti esaltanti dell’opposizione popolare al governo succube degli inglesi (durante la seconda guerra mondiale) e della lotta armata lungo il Canale. Ma ciò che rende più interessante il libro è il caleidoscopio delle figure che la scrittrice ci presenta, dei suoi compagni di viaggio, di vita.

Da una parte, i parenti, lo zio integralista, le zie insoddisfatte, avare e meschine (che poi riconsidera con pietà, in età adulta, nei suoi frequenti passaggi temporali), l’amatissima madre e il padre, verso i quali nutre un affetto profondo e corrisposto, senza che nessuno (né Nawal, né i suoi genitori) abbiano il coraggio di esternarlo, di renderlo pubblico con manifestazioni esteriori, a causa della rigidissima educazione ricevuta.

Dall’altra, gli "esterni", le rigidissime presidi ed insegnanti delle scuole femminili (è veramente uno stereotipo planetario quello dell’insegnante acida ed insensibile), le compagne delle classi superiori (ce n’è una che le fornisce "letteratura" proibita, pubblicazioni comuniste, salvo poi lasciarla nei guai al primo sciopero studentesco), i compagni dell’università, tutti dipinti con i tratti della sua prosa lucida ed essenziale.

Il romanzo dei primi venti anni della sua vita, quello di Nawal, ma anche il ritratto di un Paese e la storia prima di una donna che non si è mai arresa alle soffocanti condizioni in cui l’universo maschile voleva tenere "l’altra metà del cielo".

Uno squarcio nell’universo femminile di un Paese musulmano, una voce laica, che è un esempio per tutti noi.

 

1 Dalla seconda di copertina del volume citato.

2 Ricordiamo che Nawal proveniva da una famiglia borghese e che il padre, contrariamente a quanto raccontava la nonna e alle usanze radicate nella società egiziana di quel tempo (siamo, come abbiamo visto, negli anni ’30 del secolo trascorso), non avrebbe mai picchiato la moglie, né mai alzato la voce in sua presenza, salvo una volta, e a ragione,quando la moglie lo aveva rimproverato di averla tradita in sogno!

3 "Aveva quindici anni – il padre l’aveva cacciata da scuola con un bastone – e il futuro sposo sedici di più …".

 

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