17 FEB 2003

Dario Ghelfi

DOPO LA MANIFESTAZIONE DEL 15 FEBBRAIO

Tre milioni di manifestanti (con uno slogan non ambiguo come "Pace senza se senza ma") su 57 milioni di abitanti sono una cifra esaltante; una politica (perché questa è politica) che fa scendere in piazza percentuali dell’intera popolazione (5,26%) fa ben sperare, in momenti come questi, in cui la disillusione e lo sconforto la fanno da padroni. Considerato che, ad esempio, chi scrive NON è stato a Roma (assieme a milioni e milioni di altre persone che avrebbero voluto esserci), c’è da credere ai sondaggi (che sempre vanno presi con grandissima cautela): potrebbe essere vero che il 70% degli italiani non vuole la guerra contro l’Irak, anche se ci fosse l’avallo dell’ONU, a fianco dell’80% che non la vorrebbe, se non ci fosse il beneplacito dell’ONU.

Intanto ci sembra opportuno fare alcune considerazioni:

Ma quale deve essere, ora, l’obiettivo di questo grande movimento per la pace? Sembra che ce ne sia uno solo: quello di sostenere quei governi che hanno avuto il coraggio di resistere alle pretese dell’impero e quello di influire, perché cambino la loro posizione, sugli altri che si sono posti (contro la stragrande maggioranza dei loro cittadini) al servizio di Bush.

Facciamo riferimento alla geografia. Gli Stati Uniti non hanno contiguità alcuna con il territorio irakeno, che è situato in un altro continente (il che rende ridicola la pericolosità di ogive vuote di missili che avrebbero una gittata di 30 chilometri a quella consentita!) e, allora, proviamo a fare una simulazione. Gli Stati Uniti sono soli, non hanno nessun alleato. Teoricamente potrebbero muovere la loro flotta, fare arrivare le loro portaerei nel Golfo, far decollare i loro aerei, far partire i loro missili. Sarebbe impensabile uno sbarco di truppe, perché non c’è flotta che possa trasportare e "mantenere" sul mare un’armata di centinaia di migliaia di uomini. Potrebbero lanciare qualche bomba atomica e distruggere l’Irak, ma forse questo potrebbe porre una qualche remora anche ai superfalchi dell’Amministrazione Bush (anche se si tratta di una visione ottimistica, viste le dichiarazioni, in merito, di Bush e di Rumsfield).

In realtà la guerra gli Stati Uniti la possono fare a migliaia di chilometri da casa, perché hanno governi compiacenti che offrono loro basi, permessi di sorvolo, infrastrutture, tutto ciò che serve per condurre una campagna militare. Di fatto la distinzione oggi passa tra quei governi che non intendono dare ALCUN SUPPORTO alla guerra e quelli che la guerra americana rendono possibile. Tra questi ultimi non ci sono solo quelli che ospitano le basi di attacco o che offrono i loro soldati (il Kuwait, il Qatar, la Turchia, gli ex Paesi dell’Est, il Regno Unito, l’Australia, ecc.), ma anche quelli che dichiarano di essere per la pace, ma alla guerra offrono tutte le risorse possibili, magari senza impegnare uomini che, dopo tutto, a questo punto, potrebbero essere più d’intralcio che altro.

I commenti degli esponenti della maggioranza governativa sono tutti centrati sul fatto che tutti, anche il governo e il Polo, sono per la pace, che non può essere monopolio di una sola forza politica. E’ difficile credere che i tre milioni di persone che sono state a Roma (e i milioni che sono rimasti a casa, ma che erano idealmente con loro) la pensassero tutti allo stesso modo, ma su un fatto tutti erano d’accordo: salvaguardare la pace, bloccando la guerra. E si potrà dire quello che si vuole, ma oggi sono gli Stati Uniti a volere la guerra, sono le truppe americane a circondare l’Irak; non ci sono soldati irakeni sui confini del Messico e del Canada.

Facciamo un’altra simulazione: all’ultima riunione del Consiglio di Sicurezza TUTTI sostengono le affermazioni di Powell. La guerra sarebbe immediatamente partita (o rimandata di quel tanto che richiedessero gli ultimi preparativi). Oggi sono il Presidente Bush ed il suo governo gli ostacoli alla pace.

Non c’è alternativa: la salvaguardia della pace passa attraverso la ridefinizione dei rapporti che ogni singolo Paese ha con gli Stati Uniti. Questo vale in particolare per l’Italia, che ospita basi militari statunitensi e che fa parte della NATO, un’organizzazione che oggi (dopo la caduta dell’URSS), trova la sua ragione di essere, esclusivamente nell’offrire un supporto alle mire imperiali degli USA.

Osserviamo quanto si è verificato in relazione alla richiesta della Turchia di aiuto alla NATO, vicenda che sarebbe risibile se non fosse tragica.

La Turchia, che si è candidata (ovviamente CONTRO la volontà dei suoi cittadini) ad aggressore dell’Irak, chiede aiuto all’Alleanza Atlantica (la Turchia ha uno degli eserciti più potenti della NATO, infinitamente superiore a quello irakeno), in caso di guerra con l’Irak stesso (quasi fosse lei l’aggredita). L’aiuto le è stato concesso, ciò che porta automaticamente TUTTI gli Stati della NATO (ITALIA compresa, ovviamente) a partecipare alla guerra, per il tramite della Turchia, anche se un singolo Stato dell’Alleanza decidesse di non parteciparvi.

Per finire: i preparativi di guerra degli USA sono già stati portati avanti sui territori dei vari Paesi aderenti alla NATO che, di fatto, sono già stati coinvolti in questa guerra annunciata.

 

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