16 novembre 2010   Valentina Bosi

 

 

LOST IN TRANSLATION – L'AMORE TRADOTTO (2003).

 

 

É una commedia brillante e malinconica quella proposta da Sofia Coppola, dopo la trama drammatica, al limite del reale, raccontata ne “Il giardino delle vergini suicida” (1998). La storia questa volta è più semplice, più “piccola”: ed infatti Lost in Translation non è un'opera particolarmente originale o innovativa, ma ha il grande pregio di essere sciolta, lineare, raffinata.

Lui è Bob Harris (interpretato da un Bill Murray in forma smagliante), un attore in declino che si trova in Giappone per girare uno spot pubblicitario. Lei è Charlotte, interpretata dalla bella e quasi eterea Scarlett Johansson, giovane sposa che ha seguito il marito fotografo a Tokio.

A colmare un'evidente differenza d'età sarà un'affinità elettiva, una complicità creata da dialoghi sorprendentemente incalzanti, come astratti ma allo stesso tempo profondi, che lasciano intuire più che spiegare.

L'incontro tra queste due anime affini avviene sullo sfondo di una megalopoli dalle sfumature grigie di giorno e luminescenti (e annichilenti) la notte, in un contesto in cui è facile per entrambi trovarsi in difficoltà, di fronte ad una cultura spesso incomprensibile.

Quello della comunicazione è dunque il tema principale del film: dalla problematica della comunicabilità tra culture a quella interpersonale anche tra individui che parlano la stessa lingua. Per quanto riguarda la prima ricordiamo la scena in cui il grande Bill/Bob, alle prese con l'interpretazione di se stesso sul set dello spot, risulta alquanto disorientato da una traduzione (quella dell'assistente del regista) che sembra parziale e incompleta agli occhi di Murray. L'incomunicabilità in senso lato invece, si palesa durante il breve colloquio telefonico in cui Charlotte confessa all'amica Loren:«Non so chi ho sposato», senza ricevere un'adeguata attenzione in cambio. Entrambi dunque sono soli e insoddisfatti delle proprie vite (anche se Murray più della Johansson) e delle rispettive relazioni. Il disagio psicologico (il cui primo sintomo è l'insonnia di entrambi) si palesa nei momenti di solitudine rimarcati dall'insistenza della Coppola sui primi piani e sulle posizioni tenute per lunghi istanti dai personaggi: ricordiamo ad esempio Murray immobile sul letto, fissante il vuoto, mentre la tv, accesa, rimane ignorata. Per Charlotte, i dubbi inerenti la futura professione, la relazione con il marito e l'esistenza in generale si palesano nelle domande dirette fatte a Bill sul letto e nel pianto al telefono con Loren, quando Charlotte sembra preoccupata del senso di apatia avvertito.(«Oggi sono andata in un tempio[...] ma non mi sono emozionata per niente»).

 

 

Contrasti e antitesi sono percepibili anche se solo delicatamente enfatizzati dalla Coppola: tra gli interni per lo più stretti dell'albergo e gli esterni luminosi e di ampio respiro relativi,  non tanto alla moderna cultura giapponese ma a quella tradizionale dei templi e della meditazione. Significativo in questo senso è il contrasto tra un ritmo esteriore sempre concitato e quello interno, quasi ovattato dell'albergo che si nota nella scena in cui Charlotte seduta alla finestra, ripresa di spalle o quasi, risulta come “sospesa”, immersa nei suo pensieri, su una città in perenne movimento.

 

 

 

 

 

La città è un elemento sempre presente, è il “fuori” che stupisce e richiama i personaggi; osservata o ignorata, nitida o sfocata, dai toni grigio-cipria o blu-notte, è costantemente sullo sfondo in tutti gli ambienti dell'albergo (bar, camera, palestra, piscina, o bagno). Da ricordare è la prima scena in cui Murray osserva la città dal finestrino aperto della propria auto mentre si dirige all'albergo con espressione rapita, quasi incredula (tanto che si sfrega gli occhi come Pinocchio nel Paese dei Balocchi!). La metropoli chiama: (le tende della camera da letto di Bill si aprono automaticamente senza che nessuno glielo chieda). Ma i protagonisti sembrano prediligere l'interno al “fuori” e l'albergo in questo senso sembra rivestire un ruolo particolare: luogo dell'incontro, della complicità, dell'intimità, della possibilità, la loro possibilità di comunicare ed esprimersi, ma anche parentesi nelle loro rispettive esistenze.

 

 

 

  

Charlotte tornerà presumibilmente col marito a Los Angeles e Bob dai figli che crescono nonostante la sua assenza e da una moglie che gli rinfaccia di divertirsi troppo. Le occasioni esilaranti in effetti non mancano, se pensiamo agli spassosi sketch di un Murray, che riesce a giocare, a ridere e a far ridere (gli interlocutori giapponesi stessi), alle prese con l'assurdità di una comunicazione impossibile. Da ricordare è anche l'esilarante scena in cui Bill cerca di divincolarsi da un'attraente signora giapponese, che vuole sedurlo probabilmente come omaggio dell'albergo nei suoi confronti.

L'amarezza ne risulta dunque smorzata e addolcita oppure è un sorriso amaro quello che vi vedete dipinto? Forse può essere d'aiuto l'intensità della scena finale a cui si arriva progressivamente: l'intesa tra i due infatti cresce e  diventa palpabile lungo la pellicola, nei loro sguardi, nei silenzi, quando cantano, quando bevono seduti al bar, quando parlano sul letto fino al momento dell'addio (o dell'arrivederci?) in cui a nessuno (se non ai soli protagonisti) è dato comprendere quali parole sussurrino l'uno alle orecchie dell'altra.

Perfetta è anche la colonna sonora dei My Bloody Valentine e del suo leader Kevin Shields, che la Coppola non manca mai di interpellare in merito alla scelta delle sonorità da accompagnare ai suo films. In questo caso la loro musica o meglio i loro inestricabili grumi sonori, gli effetti stranianti e stordenti, l'uso sottile di armonie vocali che si alternano a pesanti chitarre elettriche si prestano bene sia alla dimensione interiore dei protagonisti sia come accompagnamento delle atmosfere underground.

 

Valentina Bosi

 

 


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