16 aprile 2009   Dario Ghelfi

Un solo tipo di vento

 

          É un volume di non facile lettura e stilisticamente singolare quello di Peter Orner, Un solo tipo di vento, Roma, minimum fax, 2008

 

 

  

allorché si connota per una frammentazione della scrittura  (i capitoli sono concisi, di poche pagine, talvolta di poche righe), la qual cosa sembra voglia rimandare ad una analoga frammentazione del ricordo, che si muove a scatti, se pur senza soluzione di continuità, con un dialogo nervoso, a volte autoreferenziale.

La storia è incentrata sulle vicende che si svolgono (nella più assoluta quotidianeità e normalità) nella scuola di Goas, una vecchia fattoria trasformata in una sorta di scuola-convitto, che accoglie alunni provenienti dalle diverse aree della Namibia. Goas sembra collocata nel nulla, circondata dal “veld” (una specie di “Deserto dei Tartari”, con insegnanti al posto di soldati), anche se compaiono alcuni  riferimenti geografici, la strada n. 31, ad esempio, ed il vicino centro di Karibib,

 

 dove, di tanto in tanto, uno  dei protagonisti, si reca a soddisfare le sue esigenze sessuali. Il protagonista è un giovane volontario statunitense, di Cincinnati (a cui colleghi ricordano come questa città statunitense rimandi al grande personaggio romano), che insegna nella scuola; è la voce narrante, che raccoglie e racconta vita, desideri e frustrazioni (nessuno vorrebbe rimanere a Goas) di tutti coloro che consumano la loro esistenza in quel remoto angolo del mondo.

          Il nostro interesse per questo libro è stato fondamentalmente determinato dal fatto che è il primo e l’unico (almeno per quanto ne sappiamo) che si sia occupato della Namibia; l’autore è un americano che ha veramente soggiornato e lavorato nel Paese.

 

 

   

Un primo dato ci colpisce: uscita da una sanguinosa lotta di indipendenza contro i sudafricani (che acquisirono dalle Nazioni Unite, al termine della Prima Guerra Mondiale, quando la tolsero ai tedeschi, l’Amministrazione Fiduciaria del Paese, nel quale successivamente introdussero l’apartheid), la Namibia si presenta come una realtà connotata da una visione fortemente interculturale; leggendo dei vari personaggi, non notiamo differenze tra il bianco ed i neri; il colore della pelle non entra minimamente nella storia.

 

La Namibia sembra veramente un Paese in cui le diverse etnie (dei nativi e degli stranieri; ci sono, ancora anche i discendenti dei primi coloni tedeschi) convivono pacificamente e dove le cose funzionano (un po’ come si diceva nei primi tempi dell´indipendenza dello Zimbabwe di Mugabe). Se mai la cosa che stupisce, è il segno che hanno lasciato i tedeschi, la cui presenza (a parte il numero modestissimo) si nota fortemente nel Paese. I tedeschi erano stati padroni del territorio namibiano per poche decine di anni (lo persero immediatamente nei primi mesi della Prima Guerra Mondiale) e si sono distinti anche come genocidari, nei confronti dell’etnia degli Herrero. A questo proposito, ricordiamo, che c’è attualmente in atto un contenzioso fra i discendenti dei pochi superstiti di quella tribù (che riuscirono a fuggire nel Becuanaland) e la Repubblica Federale Tedesca, in relazione ad una richiesta di risarcimento (la Germania nega ancora che si sia trattato di genocidio). Nel libro si parla, così, anche di quella rivolta e delle imprese del mitico capo degli herrero Hendrik Witbooi e della successiva decisione di quei guerrieri e delle loro famiglie, di affrontare la morte in un’impossibile fuga attraverso il deserto, piuttosto che finire per mani degli odiati tedeschi (nella fase iniziale della rivolta, quando furono uccisi coloni e soldati tedeschi, e non le loro donne e bambini!, gli inglesi non furono toccati).

Emerge, invece, un certo disincanto nei confronti della S.W.A.P.O., il movimento che ha condotto la guerra di liberazione e che ora domina politicamente il Paese; vari personaggi sembrano avanzare critiche nei confronti di una burocratizzazione del movimento stesso (specie quando ce ne vengono presentati suoi esponenti).

Certamente tra le persone disilluse c´è l’ex guerrigliera, la bellissima Mavala Shikongo, ora insegnante, che arriva, parte, ritorna alla scuola di Goas, per allontanarsene, poi, sembra definitivamente, abbandonando il nostro volontario americano, con il quale ha vissuto un’appassionante storia, forse più di sesso che di amore, consumata, stranamente, sopra le lapidi tombali dei tre ex proprietari boeri della fattoria, ora scuola. nel “veld”, dove sono sepolti. I convegni amorosi ed i rapporti sessuali, non si collocano mai in una stanza o in un letto, ma sempre tra quelle tombe!

Tutti i personaggi sono ben costruiti psicologicamente, tanto è vero che l’attribuzione di “protagonista” al giovane americano è senza dubbio fuorviante, considerato il peso che hanno, tutta una serie di figure, da quella di Pohamba, ad Obadiah, nello scorrere lento di quelle giornate, in Goas, in cui cose e fatti si snodano come al rallentatore, unicamente segnate dai dialoghi dei vari attori.

Così che, in fondo, possiamo definire quella di Goas, una comunità solidale , con i suoi eccentrici insegnanti che, in questa strana scuola, affrontano la vita quasi con indifferenza, tanto che anche le sventure, come la sciagura ricorrente della siccità, appaiono assorbite, sfocate, appannate.

 

 


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