16 agosto 2010   Dario Ghelfi

 

Amores perros

          Secondo film di Alejandro Gonzales Inarritu, messicano, del 2000, è la prima delle tre pellicole che il regista messicano dedicherà al tema della morte. Successo di critica e al “botteghino”, Amores perros (che farà conoscere il suo autore in tutto il mondo) sfiorò l’Oscar per il miglior film straniero, che quell’anno verrà assegnato a “La tigre e il dragone” di Ang Lee.

          Il film si muove lungo vicende che si intersecano (una modalità di raccontare che sarà seguita, nei successivi “21 grammi” e “Babel”) e che vedono sempre presenti dei cani (cani amati, cani sfruttati, cani assassini): questi sono gli elementi che caratterizzano il film.

Qui le storie parallele sono tre e all’inizio non sembra esserci alcunché in comune tra di loro.

La prima storia che si evidenzia è quella di Octavio, un giovane allo sbando, senza arte né parte (come lo sono tutti quelli che lo circondano), che vuole fuggire verso una “mitica” Guadalajara, con la cognata, di cui è innamorato; la ragazza, infatti, sembra tentata, mal sopportando la violenza del marito, che si divide tra il lavoro come cassiere in un supermercato e l’attività di piccolo rapinatore. Octavio trova momentaneamente il suo momento di grazia, quando inizia a far lottare il suo cane Cofi, straordinario killer dei soggetti della sua razza (tutta questa storia ruota attorno agli ambienti delle lotte clandestine dei cani, che alimentano il giro delle scommesse).

La seconda storia si sposta nel mondo dello spettacolo di Città del Messico, un mondo artefatto, lontano anni luce dalla atroce realtà del “fuori”. Daniel, il coprotagonista di questo episodio, sembra riuscire a compiere la svolta della sua vita, abbandonando la moglie, per vivere con la nuova donna che ama, una bellissima modella, sull’onda del successo (Valeria, interpretata da una stupenda Goya Toledo), che nutre un amore appassionato, al di là di ogni limite, per il suo piccolo cane (praticamente un figlio per lei).

 

 

 

 

La terza storia (che è anticipata all’inizio dalle apparizioni del nuovo protagonista, che compare, qua e là, come sullo sfondo delle altre due vicende) è quella di El Chivo, un ex guerrigliero comunista (un superbo Emilio Echevarria), che si è fatto venti anni di carcere e che ora vive come un barbone, con numerosi cani, in una baracca fatiscente e che di tanto in  tanto diventa un sicario a pagamento, con le “commissioni” che gli procura un inquietante commissario di polizia (quello stesso che a suo tempo lo arrestò).

 

 

 

Le tre storie proseguono autonomamente, ma, di tanto in tanto ritornano sui loro passi, con una serie di flasback “netti” (il regista non usa mai la dissolvenza, i “passaggi” delle varie storie, sono separati da qualche attimo di schermo nero), ritornando sempre a quello che ben presto di individua come lo snodo del film, il suo punto di raccordo: un incidente automobilistico che, in un modo o nell’altro, coinvolge o vede la presenza di uno dei protagonisti di ogni singola storia.

Dal punto di vista contenutistico si tratta di una pellicola durissima che racconta senza infingimenti la vita in una città incredibile, terribile ed affascinante come la grande Città del Messico, tra l’altra, già definita negli anni ’80 come la città più inquinata del mondo. Una città violenta, così come lo è tutto il Messico (e ne fanno fede la letteratura e la cronaca; è il Paese dove si è coniato il termine di “femminicidio”, in relazione alla “mattanza” di giovani donne a Ciudad Jurez). Duro il paese, dura la città, dura la rappresentazione di Inarritu (ripetiamo: veramente bella la contrapposizione della Città del Messico “bene”, del suo mondo dello spettacolo e di quello dell’imprenditoria e quella popolare, delle scommesse sulle lotte fra cani).

Storie d’azione e di fallimenti (specie quella di Octavio), in cui la tensione monta continuamente, con lo spettatore che si aspetta ad ogni momento il dramma; vale la pena sottolineare che, però,  la storia più crudele e quella dove monta di più la tensione attimo dopo attimo,  è quella intimista di Daniel e Valeria, laddove non ci sono scene di violenza fisica e dove tutto si svolge in ambienti puliti e non degradati.

Bello, intimamente legato alla storia del cinema, e inaspettatamente aperto alla speranza, il finale; El Chivo, rinasce alla vita, dopo la morte di tutti i suoi cani, uccisi da Cofi che lui stesso aveva salvato (quasi che la muta dei cani che lo accompagnava nei suoi pellegrinaggi nella città, lo tenesse prigioniero), e si allontana, con Cofi al fianco, a piedi, in una landa desolata di terra nera, sovrastata da un cielo azzurro, che lentamente si spegne.

 

 

 


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