15 febbraio 2009   Dario Ghelfi

MISSIONI DI PACE

 

         Alcuni giorni fa, in un trafiletto dedicato alla politica estera, “Il Manifesto” riportava che la Polonia, a causa dei problemi economici indotti dall´attuale crisi, avrebbe ritirato i propri soldati impegnati nelle missioni di pace. L´informazione continuava specificando che il ritiro non avrebbe riguardato le missioni a guida N.A.T.O. e simili (Afghanistan e Kosovo), tanto è vero che per il Kosovo era previsto un aumento dei militari polacchi.

         “Il Manifesto” non faceva commento alcuno, per cui la notizia avrebbe potuto essere stata collocata in un qualsiasi altro giornale italiano, anche di differente collocazione politico-ideologica.

         Il commento lo facciamo, invece, noi.

I polacchi si ritirano dalle missioni di pace, laddove i soldati, sotto l´egida dell´O.N.U., sono forze di interposizione, cioè stanno tra i belligeranti che ne hanno accettato la presenza. Sono queste le UNICHE missioni che possono essere definite di pace: i soldati sul Golan al confine tra Israele e Siria, quelli del Sud del Libano, quelli tra greci e turchi a Cipro e via dicendo.

Non è una missione  di pace certamente quella dell´Afghanistan, laddove c´è in corso una guerra; qualcuno potrebbe asserire, se mai, che è giusto fare la guerra ai Telebani, che in genere non riscuotono molte simpatie, ma questo è tutto un altro discorso, che nessuno sembra voglia fare.

E non è nemmeno una missione di pace quella in Kosovo, che segue  un´azione a suo tempo definita dagli stessi autori “guerra”, anche se con il terrificante aggettivo di “umanitaria”, dove le forze in loco, che oggi fungono da forze di stabilizzazione (di occupazione ?), vedono presenti, in maggioranza, i soldati di quegli stessi Paesi che attaccarono la Jugoslavia.

Possiamo discutere di tutto, ma prima definiamo il codice linguistico che intendiamo utilizzare nel dibattito.

 

 


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