Dario Ghelfi 14 gennaio 2014

TRENO DI NOTTE PER LISBONA

          Anticipiamo il giudizio finale. Questo è un bel film, da vedere due volte, per coglierne tutti i particolari; misurato, con ottimi attori, delicato e drammatico, con riuscite ambientazioni e, soprattutto, ben raccontato.

Questo film è tante cose.

Prima di tutto è un film sui libri, su un libro, in particolare, il “motore di tutto il racconto. Già in apertura vediamo libri negli scaffali della casa del protagonista, che immaginiamo essere un professore (come effettivamente sapremo in seguito), poi, in successione, l’”infilata” di libri nella libreria dove il “nostro” si reca, per avere informazioni sulla proprietaria di quel volumetto, di cui è casualmente venuto in possesso. Un libro dal nome intrigante, “Um ourives das palabras”, “L’orafo delle parole”.

 

 

         

Raimund Gregorius (uno straordinario Jeremy Irons), in una plumbea mattina in una plumbea Berna, sotto la pioggia,  sta andando a scuola, al liceo dove insegna. Da lontano, campo lunghissimo,  intravvediamo una minuscola, piccolissima figura che si arrampica sulla ringhiera di un ponte, gettato sull’Aar, il fiume che “circonda”  la città. La camera ci avvicina al soggetto ed ecco che Gregorius vede, a sua volta, quella che è una ragazza, che chiaramente intende suicidarsi. Si precipita, corre verso di lei; ha l’ombrello aperto, ma il vento glielo strappa dei mano e quello vola via aperto. La camera indugia alcuni istanti sull’ombrello che vola; la ripresa non è evidentemente in alcun modo funzionale all’azione (Gregorius che corre verso la ragazza); ci lancia piuttosto un messaggio. E’ una metafora: qualcosa cambierà repentinamente nella vita di Gregorius e nulla potrà fermare il corso degli eventi.

 

 

 

La ragazza scossa chiede di poter restare con il professore, che la porta con sé a scuola, la fa entrare in classe, la fa sedere su una sedia, mentre inizia a distribuire i compiti scolastici corretti, che ha con sé nella borsa. La ragazza improvvisamente si alza, con un cenno per tranquillizzare il professore, ma esce. Gregorius decide in una manciata di secondi; prende l’impermeabile rosso che la ragazza aveva lasciato nell’aula, abbandona allievi e scuola, esce a sua volta, ma intanto la giovane è scomparsa. Ma quello che compare a rimettere in moto la storia è il libro, che Gregorius trova nella tasca dell’impermeabile, quel libro di cui abbiamo parlato all’inizio.

 

 

 

Un libro raro e nella libreria di fiducia di Gregorius, il professore saprà che effettivamente è stato comprato lì, il giorno prima, da una ragazza con un impermeabile rosso. Ed è proprio mentre il libraio e Gregorius parlano e si passano di mano il libro, che da questo cade un biglietto, un biglietto ferroviario, da Berna per Lisbona e l’orario stampigliato “dice” che il treno corrispondente è in partenza di lì a 15 minuti. Gregorius si precipita in stazione, la ragazza non c’è; il treno parte e la metafora-profezia dell’ombrello spinge il professore a salire sul convoglio già in moto. In fondo una licenza poetica, che le porte dei treni si chiudono sempre automaticamente prima che si mettano in moto, ma qui dovevamo assistere alla nuova messa in prova di Gregorius: decidere in pochi secondi di abbandonare tutti e tutto e di salire su un treno che va a Lisbona.

 

 

 

 

Ed è un film “geografico”, dedicato ad una delle più belle città del mondo, Lisbona. Gregorius, partendo dal nome dell’autore del libro, trova la sua casa, sua sorella, i suoi compagni, tutto il suo mondo, in una ricerca che sprofonda nel passato, muovendosi tra i vicoli della città, che non è vista nella sua parte monumentale, il Rossio, la Pedrao dos Descobrimento, la Sé de Lisboa, la Torre di Belem, ma nelle sue taverne, nella sua parte più intima e vera.

 

 

 

 

 

Ed è un film melanconico, di una leggerezza sublime, che si muove tra passato e presente, un film di ricordi; che nella sua ricerca Gregorius trova tutto il mondo dell’autore del libro Amadeu de Prado (che è morto, malgrado la sorella, una stupenda Charlotte Rampling, si comporti come fosse vivo), partendo semplicemente da una consultazione dell’elenco telefonico. Ed è tutto un mondo che rivive, perché il film prende a muoversi tra ora e l’allora. I protagonisti di quel mondo, a parte l’autore del libro che non è più in vita, nell’ora, ci sono tutti; sono anziani e raccontano e la loro vita ritorna con le loro fattezze da giovani (cui prestano la sembianza altri attori, attori ovviamente giovani). Il cast degli anziani é stupefacente: la Rampling, Bruno Ganz e l’intramontabile Christopher Lee, nella parte di un vecchio professore di Amadeu.

 

 

 

La sceneggiatura è perfetta e di spezzone in spezzone (il presente/il passato, il presente/il passato e così via) riusciamo a ricostruire il puzzle; al termine di ogni scena, negli spezzoni che concernono il passato, il regista ci lascia un indizio a cui lo spettatore, al momento, non dà peso, ma che poi, nel successivo spezzone, illumina e definisce i fatti. Un esempio: uno spezzone si chiude con una persona di spalle e la cosa non ci dice nulla, la percepiamo ma non ne comprendiamo il significato; poi, dopo una nuova parentesi nel presente, nel successivo spezzone del passato quella stessa persona la vediamo di fronte, la riconosciamo; agisce, parla e noi comprendiamo.

 

 

e così via con gli altri spezzoni

 C’è all’inizio, magari, un certo disagio perché dobbiamo fare attenzione a raccordare il personaggio del presente al suo alter-ego giovane, che gli attori sono diversi, perché i vecchi non sono gli stessi attori giovani “invecchiati”, ma altri, tra cui riconosciamo la splendida Mélanie Laurent, che abbiamo ammirato ne “Le concerte” di Radu Mihaileanu e la tedesca (ma “abitué” del cinema italiano) Martina Gedek (ultimamente negli “Anni felici” di Daniele Luchetti).

Ed è un film politico, perché è ambientato negli ultimi tempi della dittatura di Salazar; l’autore del libro, che ha partecipato alla Resistenza contro il regime, muore nello stesso giorno della Rivoluzione dei Garofani, tanto è vero che tutti i partecipanti alle esequie depongono sulla sua bara un garofano rosso. Gli spezzoni che raccontano quelle vicende costituiscono la parte più forte del film, senza mai comunque essere “sopra le righe” e sono un contributo alla memoria, a non dimenticare che c’è stata una dittatura fascista anche in Portogallo e che è caduta solo nel 1975. E che certamente non è stata una dittatura “morbida” (come molti hanno voluto far credere), ma che come tutte le dittature ha utilizzato la violenza ed il terrore per mantenere il suo potere (quando poi non si pensi alle lotte coloniali in Africa per impedire l’accesso all’indipendenza di quelle popolazioni). Ed è nell’ “ambito” della dittatura che arriviamo a comprendere i motivi per cui voleva suicidarsi la ragazza dell’inizio del film ( in fondo, un personaggio secondario, la cui funzione è consistita nel fatto che era stata il tramite perché il libro finisse nelle mani di Gregorius, gli sconvolgesse la vita e “scatenasse” la sua ricerca).

Ed è un film sull’amore, sulla passione, sulla gelosia, che rompe un’amicizia fraterna, quando due dei protagonisti principali della storia, si trovano ad essere perdutamente innamorati della stessa bella compagna (la Mélanie Laurent). Una passione ed una gelosia che travolgono tutto, che nemmeno la comune passione politica riesce a controllare, ma che, ammirevole la compostezza del racconto, non cade, tuttavia, nell’irreparabile. Un amore che vivrà, poi, nei ricordi, che imprigioneranno tutti i protagonisti, fin nella loro ormai tarda età.

 

 

 

Ma dopo quell’amore di quel lontano passato, struggente e melanconico, si intravvede un altro amore, misurato, delicato, che in silenzio è cresciuto nel corso di tutta la storia, quasi inavvertito e che, ancora, una volta, ancora una volta in una stazione, porrà Gregorius di fronte al dilemma di prendere una decisione vitale, in pochi minuti, se non in pochi secondi. Un amore dunque che dà una seconda possibilità a tutti, quali siano state le vicende della vita e a qualunque età: un amore che apre alla speranza.

 

 

 

 


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