13 marzo 2006

una recensione da Dario Ghelfi

 

 

 

 

SOZABOY

 

         Ken Saro-Wiwa è stato un grande scrittore, un uomo di teatro ed un politico nella Nigeria degli anni ottanta, dopo il tentativo di secessione del Biafra (1967-70), che assunse le connotazioni di una vera e propria tragedia umanitaria (per molto tempo il termine Biafra è stato sinonimo, in Occidente, di morte per fame). Schieratosi contro i secessionisti, raggiunse, anche dal punto di vista politico, traguardi significativi, tanto da ricoprire l’incarico di Ministro dell’Istruzione. Ben presto però il suo impegno si  sposta nella direzione della tutela e della difesa del popolo Ogoni (una piccola comunità di circa 500.000 persone), che viveva nel delta del Niger e che vedeva il proprio territorio manomesso ed inquinato dall’estrazione del petrolio. Ken Saro-Wiwa divenne, così, il portavoce del Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni (MOSOP), che si batteva contro le multinazionali del petrolio (in prima fila la Shell) e conseguentemente contro il regime militare dei generali nigeriani che delle royalties facevano incetta. Approfittando di un poco chiaro episodio di un’uccisione di dissidenti del MOSOP, Ken saro-Wiwa venne accusato, assieme ad alcuni compagni, di omicidio e dopo un processo-farsa, il 10 novembre 1995, venne impiccato a Port Harcourt, malgrado una campagna internazionale a suo favore.

         Sozaboy (alterazione, soza, dell’inglese soldier) è il primo e l’unico suo libro tradotto in italiano (Ken Saro-Wiwa, Sozaboy, Milano, Baldini Castaldi Dalai, 2005), laddove il traduttore ha dovuto superare l’arduo scoglio della lingua utilizzata da Ken Saro-Wiwa, una sorta di “pessimo inglese”, un “pidgin” in cui si mescola alla lingua anglosassone l’originalità e la naturalezza di un popolo giovane come quello nigeriano. Il traduttore ha comunque vinto la sua scommessa ed oggi possiamo leggere questo autentico capolavoro, accompagnato da un essenziale “glossario” che ci permette di capire certe espressioni tipiche del linguaggio dell’autore.

 

 

 

 

 

         Apriamo questo nostro breve intervento con un richiamo a quella che sembra essere una caratteristica degli scrittori africani, a cui abbiamo già avuto occasione di riferirci nelle recensioni ai “nostri” A. Kourouma (“Aspettando il voto delle bestie selvagge”, “Allah non è mica obbligato”) e Beyala (“Selvaggi amori”). Una sorta di “naiveté” del linguaggio, che non trova riscontro nella nostra letteratura e che sembra essere il segno connotativo di personaggi che rappresentano popoli giovani, sorta di anti-eroi che con ingenuità affrontano pericoli e sventure, in una sorta di cammino accidentato verso la perdita dell’innocenza.

         Anche i fatti più drammatici sono resi con semplicità e ci sembra di cogliere lo stupore dei vari protagonisti, quando sono gettati in avventure al contempo tragiche e picaresche, uomini e donne che non sembrano mai perdere la fiducia in un avvenire che invece si presenta più fosco che mai.

         Il nostro protagonista Mene, poi Sozaboy quando diventa soldato, vive in un villaggio senza storia, vicino ad una grossa città (Port  Harcourt), in una comunità taglieggiata da un capo tanto pavido con i potenti tanto autoritario con i suoi deboli “sudditi”, dal pastore, dal governo e dai soldati (tutti che pretendono “mazzette”). E’ però giovane, ama la vita e  ha grandi progetti: da aiutante, diventare autista vero e proprio, per mettersi in proprio e diventare ricco. Le cose all’inizio sembrano andargli bene, tanto è vero che sposa una giovane e bellissima ragazza, Agnes, sempre continuamente citata per le sue “tette da favola” (le tette da favola sono una sorta di attributo al nome della ragazza, quando si parla della ragazza, si parla anche di “loro”). Scoppia la guerra civile (la guerra reale è quella tragica del Biafra); naturalmente al villaggio non sanno nulla di nulla, si vocifera di un “nemico” che vuole accapparrarsi il sale, si rimanda ad una confusa e lontana (nel tempo e nello spazio) guerra in cui il nemico era un certo Hitla (Hitler) e che si sarebbe combattuta (secondo un improbabile veterano del villaggio) in una certa inimmaginabile ed inimmaginata Birmania.

         Mene ha la madre nel villaggio, ha una sposa dalle tette di favola, ma subisce il fascino della divisa dei soldati e si arruola. Gliene capiteranno di tutti i colori ed ogni cosa affronterà con lo stupore del giovane innocente, quasi il “nostro” ci rimandasse al Candido volterriano, che, come Mene, crede di muoversi nel migliore dei mondi possibili. Mene-Sozaboy incontra il sopruso, le botte, la prigionia, la morte, ma ciò che ci stupisce è che in qualunque frangente, appena è passato il momento pericoloso (lo minacciano di tagliargli lingua ed organi genitali, per farglieli mangiare, debitamente cucinati), riprende a sognare futuri radiosi. Onesto fino al midollo, rispettoso della madre che gli ha inculcato la repulsione per il furto (in un continente in cui tra le classi dirigenti domina la cleptocrazia), timorato di Dio, innamorato della moglie (di cui ammira e ricorda sempre lo splendido seno), sopravviverà a stento alla violenza della guerra. Finirà prigioniero, passerà dalla parte del nemico (e con quello corona, in certo qual segno il suo sogno, diventando autista), per trovarsi poi in pericolo presso i suoi che, dapprima lo considerano uno spettro, poi lo accusano di essere un disertore, poi di portare il malocchio.

         Ammirevole è l’innocenza con la quale Sozaboy affronta le brutture del conflitto; il male appare sempre sullo sfondo; poche parole bastano a definire una situazione tragica, come quando i campi dei rifugiati sono definiti “letamai” e i rifugiati tranquillamente “immondizia”. Per chiudere, dopo la fine del suo tragico peregrinare di campo in campo alla ricerca della madre e della sposa (che poi apprenderà essere morte nel corso di un bombardamento aereo del suo povero villaggio), con un disperato appello contro la guerra: “E intanto pensavo a come la guerra aveva rovinato il mio villaggio Dulkana, rincretinito un sacco di persone, ucciso molte altre, ucciso mia mamma e mia moglie Agnes, la mia bella e giovane moglie dallo stupendo seno, e ora mi aveva fatto diventare come uno che ha la lebbra perché non ha più un villaggio. E stavo pensando a come prima ero stato orgoglioso di andare soldato e di chiamarmi Sozaboy. Ma ora, se qualcuno viene a dirmi qualcosa della guerra, o anche del combattimento, io mi metterò soltanto a correre e a correre e correre e correre e correre. Credetemi, sinceramente vostro”.

 

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