Dario Ghelfi, 12 agosto 2014

 

C’E’ SPERANZA PER UN’INDIA DISPERATA?

          Abbiamo più volte scritto che non c’è di meglio che il noir per raccontare dello stato reale della società, con i suoi protagonisti che si muovono nelle pieghe della quotidianità, dai grandi palazzi del potere ai tuguri delle baraccopoli e dei quartieri degradati. Quelli che nel giallo classico erano i difensori della legge, quelli che intervenivano a ristabilire l’ordine turbato, ora sono dei non-eroi, a fronte di avversari miserabilmente non-umani, che nulla hanno da spartire con i vecchi “vilain” della letteratura del secolo scorso, anche quando incontravamo i biechi figuri dell’hard boiled.  E così non c’è nemmeno il disincantato, fallito, alcoolista investigatore nello straordinario volume di Vikas Swarup, edito per i tipi de “La Repubblica “ e “L’Espresso”, nella collana (tipicamente estiva) de “Giro del mondo in Noir”, 2014

 

che il libro si concentra esclusivamente sulla descrizione di sei soggetti, sospettati dell’uccisione di un individuo, per la cui eliminazione avrebbero dovuto essere magari premiati. La figura dell’indagatore è, per così dire, assunta da un giornalista che afferma che darà anima e corpo per scoprire chi è l’assassino dell’abietta vittima, che avrebbe dovuto essere perseguita dalla legge per i suoi crimini e non eliminata attraverso un altro crimine. Ma si tratta di poche pagine all’inizio del romanzo e di poche pagine alla fine; tutta la storia, infatti, si muove attorno alle avventure ed alle disavventure dei sei sospetti, arrestati dalla polizia, nella grande villa della vittima, laddove si svolgeva una festa per celebrarne l’assoluzione, in un processo nel quale era imputato per aver platealmente assassinato una ragazza (il di lui padre era il Ministro degli Interni dello stato indiano dell’Uttar Pradesh, la qual cosa non era stata certo ininfluente sul verdetto finale).

          Il libro, scritto da un diplomatico indiano, è ambientato, in India e il quadro che fa da sfondo alla rappresentazione dei sei personaggi sospetti, ci dice parecchie cose di quel paese-continente, più di quante certamente ne apprenderemmo in tanti viaggi o in tanti trattati di sociologia (una conferma del fatto che c’è un’indissolubile legame tra geografia e letteratura).

Uno dei sospetti è un giovane americano, ingenuo quanto mai, raggirato da promesse spose indiane truffaldine, follemente innamorato della più celebre diva di Bollywood, e che arriva a Delhi, convinto di poter sposare la sua amata, la quale, ovviamente, ne ignora l’esistenza. L’ingenuità dell’americano permette all’autore di cimentarsi anche in una scrittura ironica, che spesso raggiunge esiti esilaranti (specie nei dialoghi).

Parallelamente abbiamo la diva bolliwoodiana (quella bramata dal giovane americano), fondamentalmente ingenua, pure lei, che cade vittima di un raggiro diabolico, da cui si salverà (colpo di scena) proprio grazie al giovane spasimante straniero.

C’è anche un altissimo funzionario, ormai pensionato, che è posseduto, ad intervalli (quando subisce un trauma fisico), dallo spirito di Ghandi (o così si presenta “l’entità”).

Altro protagonista è un giovane ladruncolo (specializzato in furti di cellulari) che si trova coinvolto in situazioni più grandi di lui, che non riesce a controllare.

Poi abbiamo la bellissima figura di un aborigeno delle Andamane, “in missione” sul continente, per recuperare una pietra sacra, rubata alla sua tribù.

Infine il padre della vittima, un vero e proprio fuorilegge, assunto alla carica di Ministro degli Interni dell’Uttar Predesh, in continua lotta con il Capo del Governo, suo compagno di partito ed acerrimo rivale.

Il fatto di trovarsi tutti, chi direttamente invitato, chi per altri motivi, alla festa della futura vittima, congiunge, in certo qual modo i loro destini e le loro storie si saldano insieme.

          Se i sei personaggi sono estremamente diversi l’uno dall’altro, con alcuni addirittura positivi (certamente la figura dell’aborigeno), il mondo che ruota loro attorno è il male assoluto, il peggio che ci possa essere e ne esce un quadro di un’India disperata, corrotta, malvagia, crudele, violenta, razzista, omofoba e maschilista, in preda all’illegalità (di cui sono responsabili il potere, la politica ed il suo braccio armato, la polizia). Certo è che l’autore non è nuovo a queste rappresentazioni, così come l’abbiamo visto ne “Le dodici domande” (da cui è stato tratto il celeberrimo film “The millionaire”).

          Alcuni di questi personaggi non si muovono dalle loro “sedi”, Delhi e Luchnow, ma altri viaggiano, spostandosi da una città all’altra (in particolare l’aborigeno). Dunque Delhi e Lucknow, ma anche Srinagar, Muraffarabad, Calcutta, Chennai (Madras), Varanasi, Allahabad, Jaisalmer, di modo che lo sguardo, veramente, si stende a tutto il Paese. In un certo senso un vero e proprio romanzo “geografico”, perché l’autore ha l’occasione di descrivere luoghi, situazioni, cogliendo ovunque lo stretto legame tra modernità e tradizioni, tra presente e passato che caratterizza l’India.

Dunque un’India disperata, ma con un finale che lascia intravvedere una speranza, non tanto perché la giustizia riesca a compiere il suo corso, ma perché si intravvede un’opinione pubblica che non sembra insensibile alla profonda ingiustizia che schiaccia il Paese e che sembra mobilitarsi proprio quando l’illegalità approda a limiti intollerabili.

 

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