13 agosto 2011
da Dario


CAMILLERI: TRIS + UNO A VIGATA

 

          Sembra inesauribile la potenza creativa di Camilleri, che continua ad offrirci racconti su racconti, anche uscendo dalle piste segnate dal Commissario Montalbano.

          La prima storia da segnalare è Andrea Camilleri, “La moneta di Akragas”, Ginevra-Milano, Skira, 2010, che vede al centro del racconto una moneta ell’antica Agrigento (Akragas), “perduta” dal suo proprietario, un mercenario al servizio della città greca,  che si era battuto contro i Cartaginesi e che, dopo essere scampato al massacro dei vincitori, muore ucciso dal veleno di una vipera che l’aveva morso.

  

 

  

La moneta ricomparirà nel dicembre del 1908, nella campagna dell’agrigentino, “scoperta” da un contadino, che ne vuole fare dono al medico di Vigata (sempre a Vigata siamo!), che tempo prima gli aveva salvato una gamba, e con quella la vita.

          Collaterale alla moneta, vera protagonista del protagonista del racconto, è un medico, tale Stefano Gibilaro, che dopo alterne vicende, ne ritornerà in possesso, facendone dono al Re d’Italia, il quale, a sua volta, la regalerà allo Zar, in segno di gratitudine per l’opera prestata dalla Imperiale Marina Russa, in occasione del terrificante terremoto di Messina-Reggio Calabria. Così la storia inventata si intreccia con la storia vera, il disastro del 1911, con un arguto Camilleri che, come sempre traccia, per ogni interprete del racconto, precisi ritratti psicologici.

           Una vera e propria galleria di personaggi, fa mostra di sé, nel bellissimo Andrea Camilleri, “Gran Circo Taddei e altre storie di Vigata”, Palermo, Sellerio, 2011.

   

          E’ sempre Vigata a fare da sfondo alle storie, che sono otto (compresa quella del Gran Circo Taddei); protagonista qui, è la folla del “piccolo fascismo” di provincia, che Camilleri non manca mai di mostrarci nei suoi aspetti più cialtroneschi e tragicomici. Uno dei racconti più belli è il primo, “La congiura”, che ruota attorno a quella che poi risulterà una congiura ai danni della segretaria della sezione  vigatese delle Donne Fasciste. Tutte donne le protagoniste (sullo sfondo, un supposto ed improbabile “sciupafemmine”); mirabile la prosa ufficiale delle autorità fasciste, allorché Camilleri, ci presenta le missive che intercorrono tra la segretaria ed il segretario federale di Montelusa.

          Il Gran Circo Taddei ci mostra una galleria di piccole e più grandi autorità fasciste, alle prese con un aspetto particolare della “rivoluzione” fascista, l’ostracismo nei confronti dei nomi stranieri. Qui non è chiaro che si tratti veramente di un nome straniero, ma è meglio essere prudenti. Il circo che arriva a Vigata si chiama Taddeis, ed é quella “S” finale ad essere sospetta:

           “Che c’è?” “Il nomi” “Che nome?” “Il nome del circo. Taddeis”

            “Embé?” “Ma comu?! Se lo scordò che il Duce non voli che si

            usano nomi stranieri? Che c’è la proibizioni assoluta?” “Ma

            questo non mi pare un nome straniero” “Non havi ‘mportanza.

            Finisce con la essi”.

            Il Potestà si detti ‘na manata ‘n fronti. Vero era! La ballerina

            Wanda Osiris era addiventata Osiri, il comico Rascel Rascele …

           Sullo sfondo di momenti storici eccezionali, la dichiarazione di guerra pronunciata dal Duce a Palazzo Venezia e ripresa dagli altoparlanti nella Piazza del Municipio di Vigata (e Camilleri non perde l’occasione di rivelare i veri sentimenti della gente), la storia di due ragazze del circo, che volgono a loro vantaggio le mene di un giovane vigatese che vuole mettere le mani sul patrimonio di una vecchia zia.

                  Una sorta di gioco, invece, il libretto che ipotizza le origini italiane, siciliane (di Messina), di William Shakespeare: Andrea Camilleri, Giuseppe Dipasquale, Troppu trafficu ppi nenti, Milano, Mondatori, 2011. Nell’introduzione i due autori fanno riferimento a un autore di tragedie e commedie, sempre in fuga per via delle persecuzioni religiose cui fu soggetto, tale Michele Agnolo

  “ … o Michelangelo) Florio (Crollalanza, da lato materno o, come

alcuni manoscritti tramandano, Scrollalanza) … Sempre sfuggendo

per la persecuzione religiosa, arrivò a Stratford, ove fu ospite di un

oste guitto e ubriacone, forse parente della madre … A questo punto

bastava tradurre in inglese il nome della madre (da “Crollalanza” o

“crolla la lancia” in “Shake the speare” o “shake speare”) ed ecco

il nuovo cognome “shakespeare”

 

           

I “nostri” due autori dichiarano di essere felici di pensare che William Shakespeare, di Stratford sia Michele Agnolo Florio Crollalanza e si compiacciono di immaginare che “Troppu trafficu ppi nenti”[1] (“archetipo, pare, dell’illustre testo Molto rumore per nulla”) sia la cartina di tornasole di un carattere, come quello siciliano, maestro nel complicare le cose più semplici.

          Il libretto, come si conviene, si divide in due parti: la prima in “lingua siciliana”, la seconda (denominata Appendice”), in “traduzione italiana.

 E per chiudere, sempre ambientato a Vigata, “I fantasmi”, un racconto inedito, che è uscito a puntate per il mensile “Emergency”.

 

 

          Siamo sempre a Vigata, ma questa volta, non nel periodo fascista, ma ai tempi nostri (non è dato di individuare date, ma si parla di un sindaco e della opposizione comunista). 

La cornice è una aggrovigliata storia di fantasmi, che, a prescindere dal loro “usuale costume” (un bianco lenzuolo) sembrano, qui, avere una predilezione per i moschettieri di Dumas. La cosa, ovviamente, crea scompiglio; nella città arrivano i giornalisti ed il sindaco teme che della faccenda possano approfittare (non è chiaro, dalle sue parole, come) i comunisti. Di qui l’appello al vescovo (uomo prudentissimo, abilissimo nell’arte di non lasciarsi coinvolgere, che si lascia convincere solo quando il sindaco gli fa presente che della faccenda potrebbero approfittare i comunisti), ai fini di avere un esorcista capace di liquidare i fantasmi. La cosa presenta enormi difficoltà, perché gli esorcisti, abili con i demoni, non hanno esperienza con i fantasmi e perché si intromette, di volta in volta rompendo i piani del sindaco, il commissario di pubblica sicurezza, “sbirro nato”, dal modus operandi piuttosto sbrigativo. Non c’è nessuno, a partire dalla stampa, rappresentata dagli inviati dei giornali del “Nord” alle diverse autorità, che non faccia la sua cattiva figura, fino alla soluzione del mistero, ad opera, ovviamente, del solerte e incredulo commissario.

Una storia divertentissima, raccontata nella immaginifica lingua siculo-camilleriana; un’occasione per dipingere una serie di personaggi mirabili, con una tessitura di dialoghi all’altezza del miglior Camilleri.

 Dario Ghelfi


 

[1]  “Troppu trafficu ppi nenti”,  è stata presentata, per la regia di Giuseppe Dipasquale, al Palazzo Platamone di Catania.

 

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