13 agosto 2008
Dario Ghelfi

A UN PASSO DALLA FORCA

 

         E’ del 1964 il film Oni shli na Vostok  (titolo inglese), Italiano brava gente che narra la storia di un reggimento italiano sul fronte russo, negli anni che vanno dal 1941 al 1943, laddove si condanna l’assurdità della guerra e si celebra la solidarietà tra i combattenti delle opposte fazioni. Questo giudizio sugli italiani non lo condivide lo storico Angelo Del Boca, che nel suo volume “Italiani, brava gente?” rivede la storia del nostro Paese, sottolineando i crimini commessi (e sottaciuti e rimossi), a partire dalla guerra ai “briganti” nel sud dell’Italia, dopo l’unificazione, agli eccidi nella Libia, alle stragi in Etiopia; e siamo certi che se non ci fosse stato il suo impegno, settori importanti della nostra storia sarebbero completamente ignorati.

Consideriamo la conquista della Libia: perduta la nostra “quarta sponda” con la seconda guerra mondiale,  l’affermazione di Gheddafi, a lungo osteggiato dall’Occidente (e, tra l’altro, “colpito” con specifiche azioni armate da parte degli Stati Uniti), ha allontanato, ancor più, la doverosa riflessione, che avremmo dovuto compiere sulla nostra invasione ed occupazione di quel Paese.

A ciò si aggiunga che se nella saggistica abbiamo l’opera di Angelo Del Boca, praticamente nulla abbiamo negli altri media; il caso è, in certo qual modo, parallelo a quello della Francia, de “La battaglia di Algeri” del nostro Pontecorvo: la censura, la proibizione della visione, con l’accusa che si trattava di un’opera che denigrava la Francia e le sue forze armate.

Parallelamente, leggiamo, in “Wikipedia”, delle sorti del film “Il leone del deserto” del 1981, con Anthony Quinn nella parte del leader libico Omar al-Mukhtar, fatto impiccare dal Governatore Badoglio a Soluch, in Cirenaica. In Italia ne fu vietata la proiezione, fin dal 1982 e vi fu anche un procedimento penale contro la pellicola, per "vilipendio delle Forze Armate”. Wikipedia dice che dopo il 1988 “il film è stato proiettato illegalmente in vari film festival, senza interferenze, però, da parte del governo. Il film è reperibile in Internet”, in inglese[1]. Una conferma, ancora una volta, che si può scrivere di qualunque cosa, ma quando si passa ai media, come la televisione o il cinema, che hanno un impatto con milioni e milioni di utenti, le cose cambiano e di molto (e pensavamo che questo succedesse solo in certi Paesi).

         Del Boca, si legge, nel risguardo della copertina (Angelo De Boca, A un passo dalla forca. Atrocità e infamie dell’occupazione italiana della Libia nelle memorie del patriota Mohamed Fekini, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2007), “ … ha avuto la straordinaria opportunità di poter consultare un documento di cui si ignorava l’esistenza: le memorie di Mohamed Fekini, capo della tribù dei Rogeban, uno dei più irriducibili oppositori della dominazione italiana”

  

 

 

         Nel volume, in premessa, veniamo a conoscenza della situazione della Tripolitania (perché è  questa parte della Libia a fare da sfondo alle vicende narrate) sotto il governo ottomano, che evidentemente non aveva poi lasciato un cattivo ricordo della sua amministrazione, considerato che le operazioni militari per la conquista della Libia, videro immediatamente la perfetta unione delle forze arabe e di quelle turche; da segnalare come alle attività belliche partecipasse, anche, il poi tristemente famoso, per il genocidio degli armeni, Enver Pascià).

         La narrazione prende l’avvio dalle prime operazioni militari (lo sbarco del 5 ottobre del 1911), che videro, in contemporanea, l’attivarsi nella resistenza di Mohamed Fekini, che subito dimostrò come egli fosse, non solo un esperto capo militare, ma anche un formidabile uomo politico. L’occupazione italiana della Tripolitania avrebbe conosciuto, sostanzialmente quattro fasi:

 a. il primo anno guerra, con la strenua difesa delle forze turco-libiche, dall’ottobre del 1911 all’ottobre del 1912, quando la Turchia firma, ad Ouchy il Trattato di pace con l’Italia e con il conseguente suo ritiro dalla costa africana;

 b. l’intermezzo di pace, dal 1912 al 1914, quando le autorità italiane annunciano un patto di riconciliazione (che sembrava ipotizzare una sorta di commonwealt, un protettorato tra Italia e Libia), favorendo, nel contempo, i contrasti (anche armati) tra i berberi (che mandano addirittura una delegazione a Roma, per ottenere, al minimo, privilegi speciali) e gli arabi. Ancora; gli italiani approfittano della situazione per occupare il Fezzan (che dovranno abbandonare, però, di lì a poco), mentre Fekini, abbandonate le armi, si dedicata esclusivamente della sua attività di amministratore;

 c. lo scoppio della prima guerra mondiale, che, con l’intervento dell’Italia a fianco delle potenze dell’Intesa, rimette in gioco la Turchia (ufficiali turchi sbarcheranno, da sottomarini, sulle coste libiche, a coordinare la resistenza anti-italiana). Da parte sua, la Senussia, l’organizzazione religiosa, da cui verrà il primo re della Libia indipendente, dopo la seconda guerra mondiale, agirà in profondità e sarà il motore della grande rivolta araba del 1914-15, che costrinse gli italiani ad asserragliarsi in pochi centri della costa e a cercare un accordo con gli insorti (con l’offerta di uno Statuto libico). Una situazione, dunque, di stallo che si manterrà, per alcuni anni, anche dopo la fine della Prima guerra mondiale, che vede la definitiva uscita di scena della Turchia;

 d. l’affermazione in Italia del fascismo, che vede cadere ogni opposizione in grado di contrastare gli eccessi del colonialismo, e il protagonismo in Libia (di cui, nel 1926, è governatore Emilio De Bono) di Rodolfo Graziani. L’intera Sirte viene riconquistata; nel 1928 Mussolini nomina il maresciallo Pietro Badoglio governatore unico della Tripolitania e della Cirenaica. 100.000 libici vengono deportati, l’ultima offensiva di Fekini si conclude in un disastro. Il comandante arabo ripiega (circa 25.000 persone tra combattenti e membri delle loro famiglie), con una marcia penosa, nel Fezzan, per passare poi in Algeria. In quel momento Fekini ha 72 anni, è quasi cieco ed ha perso figli e nipoti nella traversata del deserto. Fekini vivrà in esilio, in Tunisia, assolutamente povero, tanto da vedere morire di stenti una figlia ed alcuni nipoti.

 

         Usciti di scena gli italiani, Fekini rientrerà, per un breve soggiorno in Libia nel 1944, invitato dal futuro re di Libia Mohammed Idris el-Senusi, ma osteggiato dall’amministrazione militare britannica che gli preferiva i notabili ex collaborazionisti dell’Italia. Ripasserà in Tunisia, dove morirà nel 1950.


 

[1]  Wikipedia, Il leone del deserto. Nella stessa voce si legge: “Un trattamento simile è stato riservato a Fascist Legacy documentario realizzato dalla BBC nel 1989 sui crimini del fascismo in Etiopia e nei Balcani: nel 1990 la RAI acquistò i diritti in esclusiva per l’Italia, ma il documentario non venne mai trasmesso”.

 

 

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