12 aprile 2010
da Dario


 

RETORICA E STILISTICA NEL FUMETTO

Dario Ghelfi

 

FORSE IL FUMETTO È TUTTO METAFORA: ESPRIME IL MOVIMENTO CON IMMAGINI FISSE; I SUONI, I SAPORI E GLI ODORI CON ACCORGIMENTI GRAFICO-VERBALI; LE RELAZIONI SPAZIO-TEMPO E CAUSA-EFFETTO CON SPAZI BIANCHI; I DISCORSI ED I PENSIERI CON NUVOLETTE … E VIA DICENDO. ANCHE PER QUESTO È TANTO IMPORTANTE QUANTO INTERESSANTE SCOPRIRE NEL LINGUAGGIO FUMETTISTICO LE SUE PECULIARITÀ RETORICHE E STILISTICHE.

 

Tecniche di montaggio e convenzioni specifiche

 Nei suoi più di cento anni di vita, come mezzo di comunicazione di massa, il fumetto ha sviluppato un linguaggio estremamente raffinato, tanto che appare possibile pensare a molte delle sue “figure” come ad elementi di una retorica e stilistica particolare. Il punto di riferimento è la retorica e la stilistica del linguaggio verbale; osserviamo che gli elementi di cui andremo a parlare, non si riferiscono tanto alla parte “verbale” del fumetto (le didascalie, i cartigli, i dialoghi inseriri nei balloons), al suo “parlato”, quanto al fumetto nel suo insieme, come articolazione di parole e di disegni. Ed è per questo che non citeremo tutte le figure della retorica del linguaggio verbale, non essendo sempre possibile una corrispondenza tra le due diverse modalità del narrare e dell’esprimersi (1). Il campo di indagine si concentra, sostanzialmente, sulle tecniche del montaggio e sulle convenzioni specifiche.

 Figure proprie dell’eleganza dello stile

 Allitterazione e assonanza

A fronte dell’allitterazione e dell’assonanza (la ripetizione di sillabe omofone), il montaggio fumettistico ci presenta, quando si fa specificatamente analitico ed espressivo (come in Crepax), sequenze di vignette, ripetitive, che si differenziano da quelle vicine per pochi particolari, essendo lo scopo quello si indurre il lettore ad una lettura lenta, ad indugiare sulla scena rappresentata nella tavola.

 Pleonasmo

La ridondanza verbale che in retorica è rappresentata dal pleonasmo, trova una sua corrispondenza, nel fumetto nell’eccesso di linguaggio verbale, di parlato, con tavole letteralmente coperte da balloons “pieni”, da didascalie e da cartigli. Abbiamo parecchi esempi di questa particolare modalità espressiva, dallo spagnolo Palacios (Manos Kelly), ai franco-belgi, da Jacobs (Blake & Mortimer) a Tardi (Nestor Burma).

 Tautologia

Possiamo considerare una forma di tautologia (la ripetizione di un’idea con parole diverse) l’iteritività con cui certi autori presentano, quasi senza soluzione di continuità, certe situazioni, dagli stereotipi del duo Wood-Vogt (vedi nella serie di “Lei e io”, i turisti), alle conclamate sconfitte di Charlie Brown, ad opera della terribile Lucy.

 Onomatopea

Un discorso a parte merita l’onomatopea (l’imitazione, mediante suoni, di ”voci” animali). Nel fumetto la situazione si differenzia, nel senso che i suoni vengono resi attraverso una loro visualizzazione che, nella maggioranza dei casi, non si riferisce a parole che richiamino il suono stesso, quanto, piuttosto alla trascrizione letterale della voce verbale inglese che lo rende. Pertanto troveremo, praticamente sempre, la scritta “ring” ad indicare il suonare di un campanello, in quanto to ring, in inglese, significa il suonare di un campanello. Questa modalità di rappresentazione dei suoni si è, di fatto, “globalizzata” e non la troviamo solo nel fumetti di lingua inglese (tradotti o meno), ma in tutti i fumetti “autoctoni” del mondo. E così nei nostri fumetti troviamo “clap” ad indicare il battere le mani, l’applaudire (to clap = applaudire), o “crak”, ad indicare qualcosa che si spezza (to crash = spezzare), o “sigh”, per indicare un sospiro (to sigh = sospirare) e via dicendo. Un excursus nella produzione disneyana statunitense (reperibile in Italia presso la Disney Italiana, e precisamente, nella collana “Zio Paperone”) ci fa incontrare quelle che possiamo definire “rese” singolari di rumori, quali “blink”, battere di ciglia, “clatter”, tintinnare, “jab” fare un’iniezione, fino allo “snip”, specifico del tagliare con le forbici.

 Improprietà verbali

 Metafora

Entriamo subito nel merito, con il discorso della metafora (l’espressione di un’idea con una parola adoperata normalmente per indicarne una differente; una similitudine abbreviata; la trasfigurazione diretta di un concetto in un’immagine). La troviamo, nella sua espressione più lampante, in un famoso personaggio dei primi del secolo XX, Bilb Bol Boul, di Antonio Mussino, un ragazzino nero, ospite de ”Corriere dei Piccoli”. Gliene capitavano di tutti i colori, nelle sue “domestiche” avventure; ed ecco, ad esempio, che per la fretta, “perde la testa”, con conseguente sua rappresentazione con testa staccata, che sarà poi amorevolmente rimessa a posto dalla madre, alla fine della tavola. Più incisivo il racconto-metafora, quando attraverso una storia, l’autore intende rappresentare una situazione diversa. Forse l’esempio più eclatante è L’Eternauta, di Oesterheld & Solano Lopez, in cui gli extraterrestri che invadono l’Argentina, stanno a rappresentare l’incubo della dittatura militare, in cui scomparirà lo stesso Oesterheld, il più grande degli autori del comic internazionale.

 Analogia e catacresi

Il discorso sulla metafora, e sulle figure a lei vicine dell’analogia (una metafora che esige concentrazione per essere intesa) e della catacresi (una sorta di metafora non adottata per una finalità artistica, ma imposta da una carenza della lingua) ci porta nell’ambito articolato e complesso delle convenzioni specifiche del fumetto. Si possono definire con questo termine tutti quegli accorgimenti che il fumetto assume, per rendere quanto gli è impossibile fare per il tramite esclusivo delle parole e delle immagini. Le più note sono quelle relative alla rappresentazione del rumore e del movimento. Delle prime abbiamo già detto, parlando delle onomatopee, che, comunque qua e là itroviamo anche nel fumetto, nella stessa accezione del linguaggio verbale (facendo sempre riferimento, ovviamente, alla lingua inglese), per cui non mancano i “roar” (ruggire), i “ding dong” (lo scampanio delle campane), il “gurgle” (gorgogliare).  Alle seconde possiamo ascrivere tutte le figure cinetiche, quei segni che si affiancano ai corpi, ad indicare il senso dello spostamento. Le più note sono le rette che rappresentano la traiettoria dei proiettili o il movimento attraverso il vuoto di un qualsiasi oggetto; una vera e propria analogia potrebbe essere considerata la nuvoletta di polvere che si solleva al passaggio dei vari protagonisti che procedono di corsa (abbastanza consueta questa figura nei fumetti comici). Tra le analogie o le catacresi di non facile comprensione (per chi non è abituato al linguaggio dei fumetti) potrebbero essere annoverate le espressioni grafiche delle urla (a volte rese con il bordo seghettato del balloon, o con il grassetto del lettering), quando non ci si riferisca (per quanto concerne il fumetto comico) alla visualizzazione delle parolacce o delle imprecazioni, rese con le figure più disparate, dal nodo scorsoio, alla macchia d’inchiostro.

 Metonimia

Figura retorica nota quella della metonimia (espressione di un’idea con una parola adoperata normalmente per indicare un’idea differente, ma avente con la prima, un rapporto di dipendenza; uso del nome della causa per indicare l’effetto, del contente per il contenuto). Nel fumetto la troviamo quando l’immagine esprime, da sola, quanto dovrebbe essere esplicitato dal linguaggio verbale, e così abbiamo la bruttezza del corpo a significare la malvagità dell’anima. L’esempio classico che si faceva, in questi casi, era quello dell’obesa torturatrice del fumetto di O’Donoghue, “Phoebe Zeit-Geist”; recentemente, in una bella storia di Dilan Dog, disegnata da Cossu, abbiamo la malvagità espressa da un volto satanico.

 Sineddoche

Per quanto concerne la sineddoche (espressione di un’idea con una parola adoperata normalmente per indicare un’idea differente, ma avente con la prima un rapporto di quantità: il tutto per una parte, il singolare per il plurale e viceversa), possiamo individuarne una sorta di corrispondenza in quegli sterotipi usuali che troviamo spesso nei fumetti, per cui il generale messicano sembra interpretare l’intera categoria dei comandanti degli eserciti “clochardisé”; un riferimento specifico, invece, all’antonomasia (uso di un nome comune o di una perifrasi invece di un nome proprio e viceversa: patronimico, etnico, epiteto indicante l’attività), potrebbe essere il famosissimo personaggio di Dago (dalla “daga” che era ancora nel suo corpo, quando fu rinvenuto in mare, da scorridori musulmani).

 Eufemismo

l’eufemismo (attenuazione, con un giro di parole o con un mutamento del termine, di un’espressione troppo cruda o dolorosa o volgare), ricordiamo, a questo proposito, una bellissima tavola, con forte significato ironico, in cui un’infermiera vede scorrere sotto la porta e proveniente dalla sala operatoria, un rivolo di sangue.

 Enfasi

Frequentatissima, in particolare nei fumetti fino a gli anni ’80, l’enfasi, a cui difficilmente si poteva sfuggire, raccontando storie di eroi, in eterna lotta (vittoriosa) contro il male. C’erano un tempo giornali nei quali l’enfasi era una sorta d’obbligo morale; il più noto era “il Vittorioso”, tra l’altro uno dei più bei contenitori di storie a fumetti che mai ci siano stati in Italia. Nel finale suonavano sempre le trombe a segnare la sconfitta dei cattivi, che, d’altra parte, spesso morivano pentendosi (ma questa situazione l’abbiamo vista anche recentemente in Tex); a supporto interveniva spesso la religione, per cui il malvagio moriva, chiedendo perdono ed i buoni pregavano per lui (e questo si verificava non solo nel cattolicissimo “il Vittorioso”, ma anche nell’Intrepido, altro storico giornale italiano.

 Iperbole

Trattandosi di avventure, nelle quali gli eroi dovevano scontrarsi con nemici temibilissimi e sempre superiori di numero, l’esagerazione non poteva mancare, in relazione alle performances dei protagonisti. Il fumetto italiano, specie del passato (ma anche Tex non scherza) ha visto tutta una serie di protagonisti, le cui azioni non potevano non far sorridere, tanto erano improbabili (basti pensare a Ciclone, a Furio Almirante, a Kolosso), ma non erano certamente da meno i gloriosi “maestri” americani, del periodo d’oro del fumetto avventuroso degli anni trenta (da X-9, a Tarzan). Ma se dobbiamo parlare di iperbole (adoperare un’espressione esagerata rispetto alla realtà) è al fumetto giapponese di oggi che dobbiamo fare riferimento. Non c’è quasi nulla che non sia trattato a livello di iperbole, e questo si verifica e nelle convenzioni specifiche e della descrizione della varie azioni (e non rifuggono da questa figura retorica nemmeno i grandi autori, bastando a ciò la citazione di Osamu Tezuka, del celeberrimo “I tre Adolf”).

 Ironia

Ed infine l’ironia (dire il contrario di ciò che si pensa), che domina nel fumetto comico, dalle serie di Wood-Vogt (tipo “Lei e io”) e ha raggiunto le vette dell’arte nello splendido Asterix. Da notare come l’ironia sia resa da un’opportuna simbiosi tra immagine e linguaggio verbale, supportata da convenzioni specifiche che fanno sì che le parole ironiche siano accompagnate da figure quali uccellini cinguettanti, fiori delicati e via dicendo, tutto l’opposto della resa iconografica delle ingiurie e delle parolacce.

 Le figure di costruzione

 Ellissi

Per prima la figura per eccellenza dell’ellissi (soppressione di parole che la costruzione grammaticale esigerebbe). Il fumetto è un modo di raccontare e di esprimersi che procede tutto e sempre per ellissi. Le vignette che segnano lo svolgersi di una vicenda non possono che operare attraverso “salti”, non potendosi che disegnare i momenti salienti, pena un appesantimento del racconto a strisce (e questo a prescindere dal supporto del linguaggio verbale dei dialoghi dei balloons, delle didascalie esplicative dei cartigli e delle appoggiature). Il fumetto si muove attraverso un continua operazione di ellissi, che ha trovato un suo riscontro anche a livello di indagini psicologiche (2).

 Inciso

L’inciso (inserzione in un periodo di una breve frase, che ha un senso a parte), infine, è rinvenibile, nei racconti a fumetti, a livello del montaggio, laddove, gli autori, anche per vivacizzare la storia, ricorrono spesso all’introduzione di sequenze, che entrano nello stesso continuum spazio-temporale.

 Le figure di pensiero

 Apostrofe

Abbastanza consueta è l’apostrofe (rivolgere inopinatamente la parola a persona o a cosa inanimata), che nei racconti a strisce non tanto si riferisce al linguaggio verbale ospite del balloon (i classici eroi fumettistici, gli intrepidi cavalieri del bene, prediligevano questa modalità particolare di rivolgersi agli avversari), quanto all’irruzione improvvisa nelle vignette di immagini , con forte impatto drammatico. Consideriamo, ancora, come un tempo, quando le storie a fumetti si snodavano a puntate nei giornali, ogni tavola (o perlomeno la tavola finale se la puntata ne annoverava più di una) avesse la necessità di chiudere con una sorta di “suspence”, che lasciasse il lettore desideroso di avere tra le mani il numero successivo. In tal senso l’apostrofe giocava un suo consolidato ruolo.

 Ipotiposi

Per quanto concerne l’ipotiposi (la descrizione resa con evidenza pittorica), qui siamo nel campo “naturale” del fumetto realistico e non si contano gli autori che hanno fatto grande questo genere, proprio con la loro abilità “pittorica”. Per non citare che i grandi, l’Hogarth di Tarzan, Caprioli, Pratt, Breccia. Lo stesso potrebbe dirsi per il dialogismo (introdurre un dialogo tra due persone, per meglio esprimere i loro sentimenti), centrato, com’è il comic proprio sui dialoghi inseriti nei balloons. Senza dialoghi non ci sarebbe fumetto, ma illustrazione di un racconto.

 Antitesi

L’antitesi (mettere in contrapposizione idee divergenti) è, tutto sommato, la figura principe del fumetto satirico, laddove le strisce, in genere composte di tre vignette, giocano sulla contrapposizione tra le prime due (potremmo parlare di tesi e antitesi), risolte nella terza con la “gag” finale.

 Epifonema

E terminiamo con l’epifonema (concludere un discorso con una massima) che era un classico del fumetto, fino agli anni ’70, vista come chiosa finale, al termine della lotta vittoriosa del buono sul cattivo (rimandiamo a quanto abbiamo già scritto in relazione all’enfasi). La morale della”storia”, in ultima analisi. Oggi è scomparsa, perché il mondo appare dominato sempre più dal grigio-scuro e non ci sono più degli eroi, senza macchia e paura, che si possano permettere, dopo la vittoria, anche di sentenziare.

 (1) Per il linguaggio verbale abbiamo fatto riferimento a Alberto Del Monte, Retorica, stilistica, versificazione, Torino, Loesher, 1963.

 (2) Lettori di fumetti furono invitati a ridisegnare (a grandi linee, senza preoccuparsi della qualità delle immagini) le vignette di racconti a strisce letti in precedenza. Il risultato fu che il numero delle vignette ridisegnate non era corrispondente a quello reale delle storie lette. Delle elissi erano state “recuperate” dai lettori, altre erano state introdotte.

 


saggio tratto da:

Banchi di Nuvole

a cura di Adriana Di Bella e Nino Rapelli
Ricerca-azione  e percorsi formativi per una didattica del fumetto nella scuola dell'infanzia e nella scuola primaria

San Sebastiano al Vesuvio (Napoli) - 2005


 

 

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