12 agosto 2006

Dario Ghelfi

 

 

LA RAGAZZA DEL SECOLO SCORSO

 

 

Non è un libro facile l’ultima fatica letteraria di Rossana Rossanda (Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Torino, Einaudi, 2005). Storia di una vita e, contemporaneamente, storia d’Italia; storia di una militante marxista e storia del più grande partito comunista dell’Europa occidentale.

 

 

 

 

 Chi ha vissuto la seconda metà del secolo ventesimo, impegnato o comunque interessato alla politica, vede scorrere davanti a sé i fotogrammi di una storia che è anche la sua: il fascino del racconto sta anche nel fatto che l’autrice usa, in certo qual modo, il “fermo immagine”, perché sceglie i momenti di travaglio e di crisi e si interroga, si pone quelle domande che in tempo reale né lei né noi ci siamo posti, perché non potevamo porcele (illuminante, in questa direzione, è il racconto del suo primo viaggio nell’Unione Sovietica, appena uscita, dalla guerra). Ed è chiara, oggi, la motivazione di quei mancati interrogativi, anche se l’onestà intellettuale dell’autrice non manca di ricordarci come, ai tempi della rivolta d’Ungheria, non si poteva riconoscere che il comunismo ungherese di Rakosi fosse fallito, essendo diventato nemico di quel popolo, di quegli operai che avrebbe dovuto rappresentare.

 Ma è anche lo scorrere dell’esistenza di una donna entusiasta e colta, che ha avuto le sue prime esperienze politiche durante la Resistenza, una ragazza uscita da una famiglia non comunista, con i genitori profondamente amati, tanto che le pagine migliori sono quelle dedicate a loro. Va, comunque, sottolineato come i momenti autobiografici, afferenti al privato, siano velati da una sorta di pudore; le informazioni ci pervengono come par caso, magari nel corso di una narrazione  impegnata a trattare di importanti vicende pubbliche, così come, quasi per inciso, apprendiamo del suo matrimonio (e, poi, della successiva separazione) con il figlio di Banfi o del suo futuro compagno, Karol, che compare all’improvviso, un nome tra i tanti, nel turbinio del racconto.

Bellissime le pagine dedicate alla morte del padre e particolarmente a quella della madre, segno di un profondo affetto, che parte dalla fanciullezza e dalla giovinezza.

         Colta, appassionata agli studi e contemporaneamente attenta alle trasformazioni sociali, dai giovani operai che non accettano più lo straordinario e vogliono invece tempo libero, ai problemi legati alla femminilità in genere e sua in particolare, a quella sessualità che, nonostante tutto, rimaneva, anche tra i comunisti, assolutamente confinata nella sfera del privato. Con il corpo della donna la regola era una sola: ognuno per conto suo.

Piace, altresì, l’attenzione dell’autrice alle piccole cose che innestano grandi trasformazioni, a quei cambiamenti nel quotidiano che cambiarono poi, di fatto, la vita della gente: il collant e la lavatrice, per le donne, ad esempio.

La sua è una storia d’Italia che si snoda attraverso quella del P.C.I.; attraverso i dubbi che non ha avuto, che non poteva non avere e alle domande che si pone, ora, all’atto della scrittura del libro, sul perché di quelle mancate riflessioni.

Al centro i drammi della storia comunista: l’inaspettata e sconvolgente sconfitta elettorale del 1948 (una vera e propria catastrofe, che la Rossanda descrive come inimmaginabile per chi non l’abbia vissuta) ed i duri anni dell’attacco borghese. Lucidamente, però, non legge quegli anni come il risultato di una sola e forte repressione e dell’essere l’Italia imprigionata negli schemi della divisione dell’Europa (da una parte gli U.S.A. e dall’altra l’Unione Sovietica); c’è il riconoscimento che la Democrazia Cristiana ha saputo costruire attorno a sé un vero e proprio blocco sociale, capace di durare mezzo secolo.

Da citare le pagine dedicate alla rivolta ungherese, con l’impietoso “ritratto” degli operai magiari che ridono vicino ad un poliziotto del regime, impiccato. L’affermazione é lapidaria: qualunque cosa succeda, quale che sia la situazione pregressa, i comunisti hanno sempre torto quando gli operai si ribellano a loro. E, tra i tanti, sembra il giudizio più corretto sul fallimento del socialismo reale.

In un testo, in tante parti così severo, emergono tanti piccoli ritratti, laddove Rossanda dipinge, con realismo e ironia, fatti della vita politica e di partito. Quando, emozionata per uno dei suoi primi comizi, osserva, in una piazza deserta, come dal portale della chiesa che vi si affaccia, il prete controlli che le sue “pecorelle” non si fermino ad ascoltarla  (lo faranno in casa, dietro le persiane socchiuse, le diranno i compagni del posto) e come il giovane signorotto, del posto (il figlio del “padrone”), in Ferrari, si fermi incuriosito ad osservare la scena. E, più seriamente, la descrizione dei diversi personaggi protagonisti della storia del P.C.I., fino alla chiusura, drammatica, dell’uscita sua e dei compagni de “Il Manifesto”, dal Partito.

 

 

 

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