11 novembre 2008

da Cristina:  commenti, considerazioni, suggerimenti sul cinema mediorientale con riferimento alla condizione della donna in circostanza davvero difficili.

 

Libano, Siria e Giordania: in viaggio tra pellicole al femminile

 La prima moglie del profeta Maometto era una ricca e intraprendente donna saudita, che lo assunse per seguire i suoi affari sulla rotta siriana e fu proprio  lei a chiedere a lui di sposarla.

 L’analfabetismo, la misoginia, la sudditanza economica, le superstizioni, il fondamentalismo,…hanno tuttavia spinto alla deriva, nel corso dei secoli, la dignità della figura femminile, non solo nel mondo islamico, ma purtroppo anche nel mondo occidentale dove la donna è tutt’oggi “imbavagliata” da più subdoli veli.

 L’emancipazione femminile, che in Occidente assunse i toni di una vera e propria rivoluzione, sta seguendo nel mondo islamico una traiettoria meno clamorosa ma non per questo meno evidente.

L’interazione con gli uomini, in questo processo di riconoscimento, è ancor lungi da venire, tuttavia le donne islamiche stanno riconquistando diritti ed istruzione, ponendo in questo modo le basi per la scalata al mondo economico ed imprenditoriale.

Meravigliose ambasciatrici di questa silente ma incessante avanzata rosa sono proprio le first ladies arabe: l’elegante Rania di Giordania, la mediatica Asma di Siria, la determinata Wafa´a Dikah Hamzé, consigliere del ministro dell’Agricoltura libanese nella cooperazione internazionale e nello sviluppo rurale e membro fondatore del Comitato Nazionale delle donne libanesi;

quest’ultima ad un recente meeting si è così espressa: “Essere donna è volontà del Signore. Essere una donna che lavora un risultato, essere madre è un riconoscimento. Essere tutto questo insieme è una sfida ed è una un’impresa”.

 Esiste parimenti una schiera di donne “comuni” che, pur fortemente permeate dalle loro tradizioni, quotidianamente intraprendono un “viaggio oltre le barricate” alla conquista di un loro spazio intellettuale e d’azione, alla ricerca di un equilibrio tra tradizione e trasgressione, tra maschile e femminile.

 Come ben afferma il Prof. Dario Ghelfi, il viaggio non è solo tensione geografica, ma è conoscenza storica, religiosa, politica e proprio per questo ho scelto di eleggere le donne quali guide ideali per questo percorso attraverso l’oriente arabo-islamico.

Donne, che lottano su palchi stravolti e complicati da odi ancestrali, interessi economici e sanguinose lotte nazionaliste e che trovano un delicato e simbolico ritratto di sè nelle protagoniste di tre pellicole ambientate tra Libano, Syria e Giordania.

 

 

Iniziamo proprio con una donna, l’ esordiente sceneggiatrice Suha Arraf che, ne La Sposa Siriana, esprime chiaramente il doppio stato di minoranza vissuto da lei stessa: in primo luogo come donna, in secondo luogo come palestinese.

La pellicola, diretta da Eran Riklis, ci presenta un mondo tradizionale fatto dagli e per gli uomini che, saldamente ancorati agli odi tribali, spesso troviamo ciechi e sordi verso qualsiasi tipo di conciliazione.

Il cuore profondo di questo mondo è tuttavia scosso da qualcosa di inaspettato quanto inarrestabile: il coraggio e la determinazione delle donne che valicano le frontiere.

Donne con occhi antichi e tensioni moderne, accomunate dal desiderio di crescere e sfidare se stesse.

La storia è una sorta di teatro en plein air, tutto sembra sotto gli occhi di tutti eppure le molle che muovono questi burattini sono oscure e celate dietro le barricate che dividono il territorio del Golan ( occupato da Israele dalla fine degli anni 60) dalla Siria.

Aggrappati ai cancelli di frontiera, si comunica ad altavoce di cose futili, con megafoni si chiede il caffè, o le mele, ma il paradosso è che non c’è “linea” per poter parlare di questioni di vita o politiche.

La tristezza, la rabbia e l’impotenza della minoranza drusa, ridotta allo stato di “apolide” e condannata a non poter più tornare indietro una volta varcato il confine siriano, vengono totalmente assorbite dal bianco dominante dell’abito della sposa drusa, mentre intorno ad essa si consuma un vero e proprio teatro dell’assurdo.

Il messaggio del film è possibilmente ricercabile nella stessa cooperazione tra regista israeliano e sceneggiatrice palestinese, oltre che liricamente rappresentato nel finale del film dalle due sorelle: la maggiore che guarda oltre le barriere e la minore che oltrepassa fisicamente ed idealmente i confini burocratici.

   

  

Ci trasferiamo tra il confine israeliano e quello giordano,dove il regista Amos Gitai ambienta la sua  Free Zone.

Il sipario si apre con il canto pasquale ebraico Had Gadyà, poi ripreso da Branduardi ne Alla fiera dell’Est, che scandisce il perché del pianto della Portman: non una delusione d’amore, ma un agnello che è stato sacrificato per uno dei più atroci crimini di guerra commesso dall’ex fidanzato.

I diritti umani e la solidarietà femminile erompe nel pianto di Rachel e trova doppio eco nelle gocce di pioggia infrante sul vetro dell’auto e nella metafora del Muro del Pianto che traspare dal finestrino stesso.

Le immagini di passato e presente si proiettano sul paesaggio in trasparenza, sovrapponendosi in una sorta di piano asincronico e ageografico;

 “Non sono in nessun posto” dichiara Rachel, contestualizzando così ironicamente la Free Zone (zona di confine tra Giordania, Syria, Saudi Arabia e Iraq) verso cui si stanno dirigendo lei e la tassista Hanna, il posto di nessuno e di tutti, il luogo del commercio libero.

La scenografia è piuttosto scarna e monocroma, sterile rimando di un paesaggio di guerra, che è sempre lo stesso, su cui l’unico vero colore può essere proiettato dalle emozioni narrate da queste donne.

Passato e presente vengono fusi tramite una delicata quanto vivida ironia sulla possibilità di un confronto tra Abu Mazen e Olmert alla maniera degli antichi guerrieri, quando la vittoria era semplicemente sancita dal fatto che l’uno si sedesse sull’altro senza alcuna ulteriore violenza.

Nella Free Zone ad accoglierci c’è l’intenso volto di Leila (l’attrice Hiam Abbas che ne La sposa Siriana interpretava il ruolo della sorella maggiore); qui, queste tre donne coraggiose e di origini tanto diverse (americane, israeliane e palestinesi), assumono una nuova identità e una nuova forza, quella del dialogo interculturale e della pari dignità femminile.

Leila afferma: “E’ importante imparare la lingua del nemico.Gli Israeliani non parlano l’arabo, ma i palestinesi parlano l’ebraico.Se cominciassero forse le cose cambierebbero.”

Tutta la scena si svolge da un punto d’osservazione quasi asettico, il taxi di Hanna, ma la tragedia evolve e induce gli spettatori a divenire attori, uscendo dal ventre della vettura e trovandosi tuttavia ancor più oppressi in un clima soffocato dall’odio e dall’Intifada.

Anche in questo finale, come ne La Sposa Siriana, sarà una donna a varcare simbolicamente le frontiere, lasciando in evidenza il primo piano sfocato di un dialogo tanto violento quanto auspicabile.

 

  

 

 

 

Approdiamo infine in Libano con Caramel, della regista Nadine Labaki.

Siamo qui invitati ad osservare una Beirut insolitamente “normale”, attraverso l’atmosfera di un salone di bellezza, dove veniamo attirati dalla complicità femminile a scostare le tende e ad osservare ciò che accade all’altro lato della strada.

La scenografia accompagna la storia delle queste cinque protagoniste in modo spesso iperbolico e metaforico, quasi alla “Amelie Poulain” e assistiamo ad un intrigante gioco delle parti orchestrato tramite il ricercato balletto tra  immagine e parola inespressa.

Sotto i riflettori viene dunque posto e portato all’estremo il dialogo con l’”altro”: dialogo tra amante e moglie tradita, tra omosessuali ed eterosessuali, tra felicità e dovere, …tra tradizione e modernità.

Il Salone Venus e le sue “abitanti” divengono quindi una zona franca, alla pari della Free Zone di Gitai, dove la ceretta al Caramello permette metaforicamente di strappare le costrizioni del passato e guadagnare una “nuova pelle”, una nuova identità per il futuro..

Cristina P. 

 

torna all'indice Cristina