11 genn. 2003

Dario Ghelfi

DONNE IN ALGERIA

E’ un Paese dalla storia tragica, l’Algeria. Conquistato dalla Francia nel 1830, ha pagato un prezzo altissimo per riconquistare (o conquistare, considerata la sua precedente posizione di stato vassallo dell’Impero Ottomano) la propria indipendenza; la sua guerra di liberazione è stata la più sanguinosa (in rapporto al numero complessivo dei suoi abitanti), tra tutte quelle che hanno segnato il XX secolo. Trenta anni dopo, la rovina dell’F.L.N.(1), come partito unico che aveva diretto la guerra d’indipendenza, ha innestato la rivolta dei diseredati, la quasi insurrezione dei Kabyli e la "fortuna" di un feroce integralismo islamico, cui hanno fatto da "levatrici" i volontari "afgani" della "legione araba" di Osama bin Laden (che hanno combattuto, foraggiati e celebrati dai servizi segreti pakistani e statunitensi, i comunisti e le truppe russe). In Algeria gli integralisti avrebbero dimostrato, poi, chiaramente, come i principali obiettivi della loro azione fossero, prima di tutto, i musulmani moderati, tanto che hanno colpito, in particolare, proprio i villaggi che avevano votato massicciamente per il F.I.S., ma che poi avevano ceduto all’offensiva degli "éradicateurs" dell’esercito algerino.

La stampa internazionale non si è fermata più di tanto su questa tragedia, che con stillicidio quasi quotidiano (fino a pochi anni fa (2)), ha assunto le dimensioni di una quarantina di "11 settembre" (più di 100.000 morti). Sappiamo, però, che il prezzo maggiore è stato pagato dalle donne, dalle giovani donne, quelle che osavano vivere mostrando la propria femminilità e protestavano contro la loro segregazione ed in favore dei propri diritti (3). Nulla sappiamo, invece, del prezzo pagato dalle donne nella prima tragedia algerina, nella lunga e sanguinosa guerra di liberazione.

Ed è di questo che ci parla, ne "La donna senza sepoltura"(4), Assia Djebar, un’autrice impegnata nella battaglia per l’emancipazione delle donne musulmane, che "vive tra la Francia e gli Stati Uniti, dove dirige il Center for French and Francophone Studies, in Louisiana"(5). Non è un volume di facile lettura il suo, redatto com’è in un linguaggio diverso, strettamente legato all’oralità popolare, lontano dagli stili narrativi della letteratura occidentale.

 

 

E quella che racconta non è tanto una storia, quanto un far riaffiorare la memoria, un riandare al passato, alla ricerca degli eventi, grandi e piccoli, che ruotano attorno alla figura della protagonista, l’"eroina" della guerra di indipendenza, Zoulikha, una straordinaria figura di donna, di cui si sono perse le tracce, dopo il suo arresto da parte dei francesi. C’è un’"ascoltatrice" (una ricercatrice), che costruisce le fila di una lunga indagine, attraverso i ricordi di chi l’ha conosciuta, alla ricerca del corpo della donna "senza sepoltura".

Zoulikha è una donna in un mondo di donne, in un libro che vede l’umanità maschile, soltanto sullo sfondo, personaggi "di contorno": a parlare, a ricordare, sono le due sue figlie, Mina ed Hania, la vecchia Madama Leonessa, la zia Zohra Oudai, oltre a lei stessa, in una serie di monologhi, che fissano i momenti più importanti della sua esistenza. Drammatico é l’ultimo monologo ( " … di Zoulikha senza sepoltura …"): le sue parole rimandano al quel suo corpo che tutti ricercano, in cui si concentrano e si confondono le sevizie inflittale dai carnefici che l’interrogano e i momenti d’amore che ha avuto con i suoi tre mariti; in questo monologo si risolve il mistero della sepoltura sconosciuta: il suo corpo è stato trafugato e sepolto, come estrema forma d’amore, da un giovane mujaheddin, che l’adorava.

Zoulikha è una donna che ha vissuto, che ha amato (ha avuto tre mariti(6)), che si sente indissolubilmente legata alla sua terra, che continuamente si richiama alla storia della sua città, Cherchell, la Cesarea romana, con quegli antichi mosaici che l’autrice vede come "modello" di raffigurazione dell’affresco femminile che ha voluto dipingere(7), quel quadro dalle tinte drammatiche ed epiche, che trova la sua più piena espressione nella scena finale della vita di Zoulikha, quando arrestata, " … esce dal bosco, scortata dai soldati. Arringa la cerchia di uomini, con accenti lirici, di sfida. Alcuni vecchi contadini piangono mentre harki e ufficiali francesi la trascinano verso l’elicottero"(8).

Una donna fiera, orgoglio di suo padre perché già nel 1930 aveva preso la licenza media (prima in assoluto tra le ragazze musulmane della regione), orgoglio di suo marito, quando aveva risposto con durezza ad una donna francese, che l’aveva con disprezzo chiamata Fatma (come se tutte le musulmane si chiamassero genericamente Fatma), appellandola, di rimando, Maria (come se tutte le francesi si chiamassero genericamente Maria), orgogliosa per se stessa, quando ancora bambina, vestita all’occidentale, aveva subito l’insulto di un contadino che, vedendola non velata, aveva sputato con ostentazione e mormorato: "La ragazza Chaieb mascherata da roumia" (da roumi il cristiano o più generalmente l’europeo).

Una donna ancora giovane (ha una quarantina di anni), ma che i giovani mujaheddin chiamano "madre", come madre è quella terra che è sotto i piedi degli algerini e che i francesi hanno creduto di togliere loro. Il sepolcro diventa metafora: " … fu alla luce della luna, in una radura che non riconobbi, che egli decise di seppellirmi coscienziosamente … Una radura, mia cara, dove tu non vedrai mai. Non importa: è sulla piazza del douar, con la voce della sconosciuta che canta instancabilmente, è lì che, con gli occhi aperti, in tutto il mio corpo marcescente, ti aspetto"(9).

 

1 Dell’involuzione dell’F.L.N., che prende l’avvio nei giorni immediati la conquista dell’indipendenza, quando i militari dell’esercito d’oltre confine di Boumedienne, assumono con Ben Bella il potere (strappandolo ai partigiani dell’interno, delle villaya), ci sembra di vedere un’anticipazione nell’episodio, raccontato nel libro, che ci narra della difficoltà di Zoulikha di trovare un rifugio per una notte, presso case sicure di borghesi "simpatizzanti" per i mujaheddin: " … al momento dell’indipendenza: quando tutte quelle famiglie saranno le prime a festeggiare rumorosamente la vittoria, e i loro uomini, figli e mariti, saranno i più prolissi nei discorsi ufficiali!".

2 Negli ultimi anni, con fatica, il governo algerino, guidato da Bouteflika, è riuscito a mettere alle corde la rivolta armata degli integralisti (ridotti ormai a due formazioni irriducibili, ma minoritarie, il G.I.A. e il G.S.P.D., Gruppo Salafita per la Predicazione e la Djihad),anche se appare lontano dall’aver risolto gli altri problemi che attanagliano la società algerina (l’economia, la Kabylia, ecc.). Un eco di queste violenze ci pare di scorgere nel "nostro" volume, quando l’autrice si chiede " cosa rappresentano, questi violenti che insorgono, minacciosi? Loro che uccidono, che stuprano e distruggono, nuovi Firmino o vandali rabbiosi, resuscitati dal passato più remoto!", riandando alla memoria storica della sua città, la Cesarea romana, che già subì altri saccheggi, quello di Firmino il numida, nel IV secolo e dei vandali 150 anni dopo.

3 Da leggersi sono i libri di Khadra Yasmina (uno pseudonimo sotto il quale si cela l’autore, un ufficiale dell’esercito algerino, che ha lasciato l’armata, disgustato dagli eccessi della guerra sporca contro gli estremisti). Nel suo "Cosa sognano i lupi", racconta, tra l’altro, di un giovane integralista, che uccide la sorella, che voleva essere protagonista della propria vita, che vestiva all’europea e che partecipava alle manifestazioni pubbliche e di piazza, delle donne algerine. Khadra Yasmina, Cosa sognano i lupi? Milano, Feltrinelli, 2001.

4 Assia Djebar, La donna senza sepoltura, Milano, Il Saggiatore, 2002.

5 Dalla scheda sull’autrice del volume citato.

6 Sempre la politica ha avuto un ruolo nelle vicende private di Zoulikha. Il primo marito, un ragazzo, fugge (e non ritorna) dopo che ha avuto dei problemi con un colono francese; dal secondo, un bellissimo sottufficiale dell’esercito francese, si separa per i contrasti che tra di loro solleva la repressione dei moti di Costantina del 1945: " … c’era stata l’8 maggio 1945, qualche mese prima, la rivolta nella regione di Costantina e la terribile repressione che ne era seguita: l’esercito, la flotta, gli stessi coloni avevano ucciso migliaia e migliaia dei nostri compatrioti proprio mentre finiva la guerra mondiale, in cui tanti dei nostri, in Italia, in Germania, in Alsazia, avevano versato il loro sangue per liberare la Francia!". Il terzo marito diventa un partigiano e le viene ucciso dall’esercito francese. Sarà in seguito alla sua morte che Zoulikha, già impegnata come responsabile del supporto logistico e medico dei reparti dei mujaheddin, raggiungerà i reparti partigiani, sulle montagne.

7 Dall’introduzione dell’autrice, nel volume citato.

8 E’ un quadro in cui solo lei, Zoulikha, emerge. Gli uomini, i contadini che piangono e i suoi persecutori, sono semplici comparse.

9 Dall’ "ultimo monologo" di Zoulikha.

 

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