10 settembre 2007
Dario Ghelfi

LIBERA NOS A MALO

 

         Libera nos a malo è stato scritto nel 1963 e chi scrive lo ha letto con più di quarant’anni di ritardo, in seguito al suo “rilancio” in “Che tempo che fa”, la trasmissione di Fazio, su RAI 3.

         Il libro rimanda ai ricorsi dell’autore ed alle riflessioni che egli fa sui cambiamenti che sono intervenuti sul suo paese dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni del “boom economico”, che segnò l’Italia in quel periodo. Meneghello era nato negli anni ’20 e ricorda il mondo della sua infanzia e della sua giovinezza, ma anche chi, come chi scrive, è nato dopo, negli anni ’40, non ha dimenticato il suo stupore di fronte a quei cambiamenti che mutarono così profondamente e rapidamente il nostro Paese[1]; e c’è un maggior godimento a leggere oggi questo bel libro, perché lo stupore dell’autore, che sarebbe stato anche il nostro, aumenta a dismisura, ora che gli anni passati sono, come abbiamo ricordato, ben più di quaranta; dagli anni del “boom economico” siamo ormai lontani di mezzo secolo: Malo sarà irriconoscibile così come sono irriconoscibili TUTTI i paesi natii, in particolare a chi da loro si è allontanato, a prescindere dall’atteggiamento che ciascuno ha nei loro confronti[2].

         Il mondo che Meneghello richiama ha un fascino eterno per chi lo ha vissuto o lo ha anche solo sfiorato, se non altro per il continuo suo riferirsi al dialetto, vera e propria lingua materna, per la quale rimandiamo al bel saggio introduttivo di Cesare Segre, che accompagna l’edizione del volume, per i tipi della B.U.R. dell’aprile del 2007.

         Si parte con un vivace ritratto dell’infanzia, delle viarie infanzie del paese, laddove Meneghello (che è recentemente scomparso) scrive pagine argute e divertenti, dando prova di grandi capacità ironiche:

 

         La lotta si fa bensì in due: ma uno solo dei due può “lotare” l’altro,

         ossia ridurlo all’impotenza, e infliggergli una punizione, come al

         ragazzo di quinta che fu lottato nel cortile delle Scuole, e costretto

         spalancare la bocca dentro la quale il vincitore sputò.

         La cosa fu giudicata ingiusta ed eccessiva perché il vincitore era

         “tisico-marso”.

 

 

         Ironia e grande simpatia quando parla delle donne: il lavoro delle donne, che, oltre a tutto, avevano anche l’incombenza di sovrintendere all’allevamento del baco da seta.

 

         La cura dei bachi da seta era uno dei lavori supplementari che

s’affidavano principalmente alle donne, perché non restassero in

ozio: avevano solo da partorire fino a una dozzina di figli, da

allevarne mezza dozzina[3], da cucinare per tutti, lavare[4], stirare,

spazzare, rifare i letti, vuotare i vasi, lavare i piatti, cucire,

rattoppare, rammendare, badare le galline, curare i malati,

pregare per il marito, andare in chiesa, baruffare un po’ con le

vicine. Come riuscissero ad andare anche in filanda non ho mai

capito.

Meneghello parla di cura malati affidata alle donne e con ciò richiama una situazione sociologica che vivevano le famiglie numerose di quel tempo; non ce n’era una che non avesse le sue “croci”: un alcolizzato (si beveva molto vino, nelle osterie, a quartini e/o a “mezza”, un tubercoloso, un matto o un idiota, questo ultimo chiamato spesso lo “scarto”, inevitabile quando si partorivano più di una decina di bambini per donna. D’altra parte oggi, nelle famiglie nucleari, ci sono pure da qualche parte dei genitori, vecchi, vecchissimi, ammalati, in piena demenza senile ed è sempre alle donne (che magari non vivono nella stessa casa) che compete la loro cura (un destino per le ragazze che non si sposano e che restano in casa), oggi attenuata, a prezzo di grandi sacrifici economici, dall’arruolamento delle “badanti” dell’est europeo.

Con una differenza: le “croci” c’erano (magari quella relativa ad marito che si era dimenticato di tornare a casa) ma non se ne parlava, dominava la riservatezza, tutto al contrario di oggi, quando quello che conta è apparire, quando il valore è la spettacolarizzazione anche del dolore.

Splendide sono le pagine in cui Meneghello parla di un altro valore, caduto in disuso: il lavoro. Il padre e i fratelli dell’autore gestivano una piccola Ditta (officina e trasporti):

 

avevano una piccola banca nella persona del nonno, e l’enorme capitale

della gioventù, della voglia di lavorare, dell’ingegno artigiano

 

         E il mondo della produzione che si muoveva all’interno del paese

 

         Il paese era una struttura veramente fatta a misura dell’uomo …

            Quello che c’era era stato fatto in buona parte lì, oggi invece le cose

            scendono dall’alto, le fabbriche piombano dal cielo di un’economia

            più vasta, creano strutture nuove che per un verso ci inciviliscono,

            ma per un altro ci disumanizzano. Le nuove strade arrivano come

            dall’aria, le fanno imprese forestiere, macchine; le mode del vestire

            e del vivere arrivano anche loro dall’aria, attraverso i tubi e i canali

            della televisione. Allora le cose non piombavano dal cielo, le

            facevamo qui.

 

         Un mondo unito che trovava la sua più spontanea espliciticazione nel rapporto che si creava tra i giovani, che vivevano per la Compagnia, un’istituzione che dava senso alla vita, tanto da far dire al fratello dell’autore: “Il tempo che si trascorreva lontano dagli amici pareva sempre tempo perduto”[5]. Con una riflessione che calza ancora oggi, quando

 “pare che siamo amici perché eravamo amici; spesso non abbiamo molto da dirci, tranne parlare di quando eravamo amici. Nasce tutto dal culto dei fatti del passato; riuniti alla sera, non siamo mai stanchi di ripetere le storie e gli aneddoti di un repertorio che anche le mogli sanno ormai da molto tempo a memoria”.

         Né poteva mancare l’attenzione al mondo della religiosità (con la precisa puntualizzazione delle diverse Messe, della loro correlazione ai vari strati della società: Messa prima, Messa grande, Messa ultima), qui visto, particolarmente, attraverso la lente deformante della fantasia infantile, con esiti di comicità assoluta.

         Le proibizioni (è assolutamente proibito) che vanno dal “Bestemmiare”, al “Mangiare carne al Venerdì”, all’”Uccidere altre persone”, con una serie di altri punti, alcuni dei quali si definiscono dopo l’ultima guerra: p. e. che non bisogna votare per i comunisti, e non bisogna interrompere il coito matrimoniale!

         La purezza di San Luigi “che non s’era mai visto i diti dei piedi”, l’Accidia che diventa un pesciolino che si attacca al corpo degli eremiti, le Virtù Cardinali, con la Prudenza che significa stare sempre vicino al muro nelle strade, la Temperanza che comunque non riguardava la tempera delle matite. La difficoltà di praticare le Opere di Misericordia corporale: non si riusciva a trovare assetati (Dar da bere agli assetati) o ignudi (Vestire gli ignudi), i genitori che impedivano ai ragazzi di aiutare un loro compagno che dava una mano ai suoi genitori, becchini, nel cimitero (Seppellire i morti). San Paolo che prima di essere cristiano “era maomettano, ed era molto amico di Erode e del ladro di Bagdà (che poi finì crocefisso a sinistra di Gesù)”.

         Sciocchezze di bambini, ma non è che gli adulti scherzassero, come quando un vento violentissimo butta all’aria tutti i preparativi che i fedeli stavano preparando per l’arrivo di ben tre vescovi nel paese, per non si sa quale occasione. Insulti ai tre vescovi e ferocissimi alla loro madre, come fosse la stessa e tre vescovi fratelli.

         Un mondo  che non c’è più, che guardiamo con nostalgia, ma che era segnato dalla fatica incommensurabile dei poveri, da quella specifica delle donne e che si presenta a noi in un’immagine tremenda, di una cena nella quale mangiano il padrone (si fa per dire, l’uomo comunque, di casa), e l’invitato (un altro uomo) ed il resto della famiglia (moglie e bambini) guardano!!!

 


 

[1]  A parte i grandi fatti (la ‘500, la Vespa, gli elettrodomestici, la TV), anche i piccolissimo avvenimenti hanno avuto grande significato. Nel paese natio di chi scrive, S.Felice sul  Panaro, in provincia di Modena, si apre una rosticceria, una risposta ai tempi che stavano cambiando, alla donna che si immetteva nel mondo del lavoro, alle mogli che non avevano  più tanto tempo per cucinare. E i paesani a commentare e a predire il sicuro fallimento (che ovviamente NON avvenne) dell’impresa, perché “una donna brava, cucina in casa”. E così, il primo quadrato di pizza, mangiato alla Stazione Centrale di Milano, quando  non c’erano pizzerie a San Felice sul Panaro. E il bagno che molti ragazzi e ragazze facevano, a San Damaso, una località a pochi chilometri dal centro, sulla “spiaggia” del Panaro, uno dei due fiumi del modenese.

[2]  C’è stato, ad esempio, in chi scrive, una sorta di definitivo ed assoluto distacco nei confronti del paese natio, a partire dall’adolescenza e dalla prima giovinezza, quando, dopo una bellissima infanzia, giocata in quelle che Meneghello chiama le Compagnie (riferendola, però, ci sembra più all’adolescenza e alla gioventù), vere e proprie rivisitazioni delle bande alla “ragazzi della Via Paal”, gli mancò, forse per il pendolarismo studentesco verso la città, la capacità di vivere i ritmi ed i riti della vita paesana, che divenne sostanzialmente insopportabile.

[3]  Con poche parole Meneghello allude alla mortalità infantile; è noto come in molte regioni d’Italia si conservi un detto che di una donna che ha avuto molti figli si aggiunga essere stata, poi, aiutata dalla MORTE.

[4]  Meneghello ricorda come l’unica critica che si faceva alle donne era quella contro la donna NON PULITA, che non teneva la casa in ordine (“neta”), i bambini lavati, i vestiti ben rammendati. Un certo ricordo di questo atteggiamento è rimasto ancora oggi, in molte donne, che sono molto attente all’abbigliamento del marito (oltre che dei figli) sentendosi esse responsabili di eventuali manchevolezze dei maschi di casa (a prescindere, oggi, da rattoppi e da rammendi, ovviamente).

[5]  La Compagnia spesso si identificava con la “classe” (l’anno della nascita, che determinava, conseguentemente, la frequenza nelle stessa classe). Ancora oggi in tanti paesi del Veneto si fanno puntualmente le cene di “classe”, di tutti quelli che sono nati in quel determinato anno. In tempi andati era usanza che i giovani del paese, convocati, per classe, alla visita di leva, in un qualche centro sede del Distretto militare, vi si recassero su carri  addobbati patriotticamente (con i colori della bandiera), fermandosi, successivamente in un qualche bordello a significare di essere “buoni” per la Regina (la virilità, la capacità amatoria), dopo che si era certificato che si era “buoni” per il Re (idoneità al servizio militare). Anche in età repubblicana (fino al 1958, anno di chiusura delle “case chiuse”), a parte i carretti tricolori, una visita al bordello era usuale, sorta di rito di iniziazione al sesso.

 

 

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