10 novembre 2007
Dario Ghelfi

QUO VADIS BABY?

 

         E’ ormai un classico la figura del detective privato disincantato, frequentatore di bar, quando non semi-alcolizzato, titolare di scalcinate agenzie investigative. Con l’aggiunta di una sorta di colonna sonora alle sue avventure, che si traduce nella continua citazione dei pezzi musicali che accompagnano il suo fare quotidiano. Nulla di nuovo se non che qui si tratta di una donna, che dirige, insieme al padre (già maresciallo dei carabinieri ed ora schiavo dell’alcol, per la precisione dell’anice) la sua agenzia a Bologna, quasi sempre impegnata nel privato: questioni di tradimenti, di abbandono del tetto coniugale; se in qualche caso ci si imbatte in un cadavere, in un omicidio, è qualcosa che “esce” dalle indagini svolte, qualcosa di collaterale, che non impegna, più di tanto la protagonista (Grazia Verasani, Quo vadis, baby?, Roma, La biblioteca di Repubblica/L’Espresso, 2007).

 

 

 

 

 

        

         Seduta su uno sgabello di un bar di via Goito, tengo tra le mani

            il quarto gin lemon della serata; la barista – una trentenne dai

            lineamenti marcati e un caschetto di capelli rosso incendio – sta

            servendo un uomo in canottiera con i bicipiti gonfi da sollevatore

            di pesi. Ho la vista appannata dall’alcol e non riesco a fare una

            panoramica completa del locale né chi lo occupa; vedo in modo

            sfocato … cerco di tendere i muscoli del braccio ma ogni gesto

            pesa tonnellate, ho lo stomaco contratto dalla nausea …

 

         Il vero problema di Giorgia (e del padre alcolizzato)è legato al suo privato. Sua madre è morta suicida (schiantandosi volutamente con la sua auto) quando lei era ancora una bambina ed un altro suicidio, ancor più pesante, ha segnato la sua ancor giovane vita (è una quarantenne, non sposata, dalla vita sessuale disinibita ma disordinata e praticamente immune da ogni forma di sentimento): quella della sorella Ada, creativa quanto Giorgia era seria e prevedibile (il mondo della prima era l’arte, della seconda, l’impegno politico), che se ne era andata a Roma a tentare la sorte del teatro e che non aveva retto al proprio fallimento artistico ed esistenziale.

         Non si sa praticamente nulla di questo suicidio, che ha messo fuori gioco il padre, già colpito da quello della moglie; Ada si è impiccata, quando in casa era sola, nulla sa il suo compagno e si ha solo una sorta di inutilizzata testimonianza di un vicino che aveva affermato di aver visto uscire un giovane dal palazzo dove viveva la giovane.

         Ed ecco che, dopo quasi venti anni da quegli avvenimenti, Gloria riceve una lettera da un amico che vive a Londra e che le comunica di aver ritrovato, nel corso di un suo ennesimo trasloco, un fascio di lettere che Ada gli aveva inviato nel corso della loro lunga amicizia. L’amico ritenendo che quelle lettere dovrebbero essere conservate da lei, gliele invia.

         Da quel momento la storia comincia a muoversi su due piani paralleli: da una parte le investigazioni di routine, la quotidianità degli incontri e dei rapporti, dall’altra la ricostruzione lenta, attraverso la lettura sofferta delle lettere, della vita di Ada a Roma, dei suoi insuccessi, sia sul versante del teatro che della vita sentimentale, quando alla fine dell’amore per il compagno con cui convive, se ne sostituisce un altro, senza speranza, per un uomo di cui nulla si sa se non l’iniziale del nome: A. E due sono i personaggi che Giorgia si trova ad incontrare ed, ironia della sorte tutti e due hanno un nome che inizia per A.

         Un giallo dell’intimo, dei sentimenti, dell’amore fraterno, senza colpevoli da scovare e da condannare, senza vittorie, sino all’agnizione finale che chiude il ciclo sul vuoto senza speranza dell’esistenza.

 

ritorna all'indice Ghelfi