10 maggio 2012, Valentina Bosi

La pelle che abito

Uno dei film più inquietanti di Almodovar, perché manca quell’amore filiale che

  

in altre storie era capace di sopperire alle mancanze dei personaggi, alla loro pazzia. Perché questa volta (forse) uno dei temi dominanti è proprio quello della pazzia. La pazzia sembra bussare alla porta dei personaggi di questa grottesca commedia dalle tinte noir, ma sempre ravvivate dai colori sgargianti che piacciono al nostro regista. La pazzia però, o il grave atto di un assassinio, è giustificata. Come nelle altre commedie di Almodovar, il dolore è la grande giustificazione, mentre inquietante è il gioco del corpo e sul corpo che il medico, principe della chirurgia estetica, si permette nei confronti di chi ha avuto parte nella morte della figlia Norma.

 

 

Inquietante è il corpo, e il cambiamento di sesso, che il medico mette in pratica sul proprio paziente-vittima-preda. Per vendetta o per portare semplicemente a termine un esperimento? La trasformazione di Vincent in Vera, la cavia usata per un esperimento, è anche un mezzo per vendicarsi del tentato stupro di Vincent nei confronti della figlia; il cambiamento è radicale e conferisce al nuovo corpo una completa identità di donna, e non solo nell’aspetto. Il corpo è quello della donna per antonomasia: occhi fulgidi, labbra carnose e sensuali, naso perfetto, pelle quasi trasparente; ma soprattutto Vera rispecchia il clichè della donna emotivamente fragile: gli occhi bellissimi, color nocciola, sembrano sempre sul punto di piangere.

 

 

Accettazione o non accettazione del cambiamento attraverso una violenza? Strappare i vestiti femminili da un lato, dall’altro saperli portare in modo così naturalmente disinvolto. Passare da una completa immedesimazione, al rifiuto totale (anche se poco credibile) della sua nuova identità. Vera è una preda nella mani del chirurgo, col quale sembra instaurare una relazione amorosa, sicuramente sessuale, che cancella completamente il passato di Vincent, quasi-stupratore.

 

 

Nessun altra donna di Almodovar è così naturalmente e artificialmente donna. Manca l’amore, l’amore che salva, l’amore di Raimunda per la figlia Paula (Volver), l’amore di Lola per il figlio Estèban (Tutto su mia madre). Il corpo di Vera è modellabile, estremamente flessibile e manipolabile; la pelle che abito, come una casa da cui si può entrare o uscire, da cui si può traslocare, che si può scegliere, ristrutturare secondo gusti ed  ossessioni di chi gli mette mano, anzi, bisturi.

 

 

 


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