10 maggio 2007

Dario Ghelfi

 

 

 

GIOCHI SACRI

 

         Un altro libro indiano, questa volta di un giovane autore che vive tra Mumbai e Berkeley[1] e che con  “Giochi sacri” ci offre uno spaccato della cultura e della vita del grande Paese-continente. Un magnifico affresco che si presenta in modo articolato, perché la vicenda é al contempo un poliziesco, una storia di banditi che tanto assomigliano ai nostri boss[2], un racconto di spionaggio (o meglio di controspionaggio), una saga che ripercorre, con i suoi flash back, la storia dell’India dall’indipendenza.

         Naturalmente è un poliziesco sui generis, che si incentra sulla figura forte e dominante di un ispettore di polizia di Mumbay, il nome che ha recentemente acquisito Bombay, la grande metropoli indiana che si affaccia sull’Oceano indiano (la capitale cinematografica dell’Asia, con la celeberrima Bollywood, che continuamente è richiamata nel libro, con le sue aspiranti attrici, a tutto disposte pur di sfondare).

Sartaj Sing è un poliziotto sikh (caso unico a Munbay). E’ tanto onesto che qualche volta rifiuta addirittura le mazzette, in una realtà come quella di Mumbay, in cui la corruzione è tanto dilagante, fa così parte del quotidiano, da perdere addirittura i suoi connotati negativi (tanto è vero che una parte delle mazzette serve per comperare i moduli necessari alla conduzione burocratica degli uffici, che sono evidentemente sprovvisti di tutto). E’ onesto anche perché raramente si lascia andare a violenze (sempre comunque moderate) e solo quando è strettamente necessario[3]; é onesto perché non ha rapporti con politici e con la delinquenza organizzata, perché non spara e non si lascia andare a quei consueti conflitti a fuoco, attraverso i quali, tanti colleghi risolvono le loro questioni. E’ onesto perché si indigna. Non cerca la notorietà, anche quando si trova tra le mani il caso di un celeberrimo boss della malavita di Bombay, che si uccide nel suo rifugio-bunker. Ed è in crisi; è stato lasciato dalla moglie, sente che sta invecchiando, non fa carriera, percepisce che non sarà mai all’altezza di quel grande poliziotto che era stato suo padre (che pure non aveva fatto carriera: in fondo Sartaj, non lo sa, ma è il suo specchio). E’ la figura positiva del libro, capace di dolcezze e di sentimenti puliti, nei rapporti con la famiglia del compagno ucciso, della madre, della donna che lo strapperà alla solitudine.

Il suo incontro con il boss è rapidissimo, ma cambia la sua vita, perché il bandito-imprenditore é Games Gaitonde. Di questo “padrino” (che tale è, tanto spietato da uccidere un suo fedelissimo, perché ha dovuto eliminarne il fratello che lo aveva tradito e che tratta i suoi delinquenti come figli, consentendo e benedicendo anche i loro matrimoni), l’autore racconta, in capitoli che si intervallano con quelli dedicati al microcosmo di Sartaj, l’ascesa criminale e la caduta (con diverse scelte linguistiche: Gaitonde parla in prima persona, mentre il resto del romanzo segue gli schemi consueti della voce narrante; il registro è volgare, specie nei confronti delle donne, nei capitoli dedicati al boss; quando è in gioco Sartaj i sentimenti sono descritti con delicatezza).

 

 

 

         Strutturalmente il racconto (che procede per quasi 1200 pagine) si articola su tre filoni: Sartaj Singh; Ganes Gaitonde: gli uomini e le donne dell’intelligence indiana (KD Karpuri Dwarkanatah, Yadad e Anjali Mathur) in continua lotta contro l’eterno nemico pakistano, oltreché con i gruppi indipendentisti del Khalistan, del Nagaland, dell’Assam, con i naxaliti e con i  musulmani del Kashmir.

 

 

         Perennemente presente è il contrasto, l’odio tra indù e musulmani, retaggio probabilmente della dominazione musulmana del Grande Moghul nell’India del Nord, in epoca pre-inglese e poi esploso durante la Spartizione, quando dall’Impero Indiano si formarono l’India ed il Pakistan, nei suoi due tronconi dell’ovest e dell’est (il futuro Bangla Desh). Quello che avvenne allora, sembra che nessuno l’abbia dimenticato; si parla di un milione di morti e di biblici spostamenti di indù dalle aree abitate in maggioranza da musulmani a quelle in cui i correligionari erano dominanti e viceversa. Il fatto ha portato ad una pulizia etnica nell’area del Pakistan (dove tutti gli indiani se ne sono andati) e ad una situazione esplosiva in India, dove una minoranza di musulmani è rimasta (considerati i numeri dell’India, si tratta di milioni di persone). Nel libro i protagonisti parlano di noi (gli indù) e di loro (i musulmani), con i primi che escono spesso con la tipica espressione (“sai come sono fatti loro”), a connotare come non siano possibili vere convivenze (spesso i musulmani sono chiamati con l’appellativo volgare di “landya”). C’é un momento significativo nel racconto di Chandra ed é quando scoppiano disordini a Mumbai, con squadre di indù che danno la caccia ai musulmani. Gaitonde é indù ma é il capo di una banda, che tra i suoi affiliati annovera anche dei musulmani; per quanto sia incline ad atti formali di devozione é un laico (poi con il passare degli anni questo aspetto della sua personalità svanirà, e Gaitonde diventerà l’osservante discepolo di un guru). Il suo dio é il danaro, ma alla fine non potrà resistere alla pressioni dei politici rakshak  (del potentissimo partito nazionalista maratha, che andrà al potere nello Stato di Mumbay) e a quelle dei suoi stessi uomini, che anelano a partecipare alla carneficina, cosicché  organizza un attacco ad una bidonville abitata da musulmani, raccordando la violenza religiosa agli affari, perché il terreno liberato dalle baracche potrà essere trasformato in area abitativa (Gaitonde é  anche un costruttore edile, con una certa morale in questo settore, dato che é noto che nelle costruzioni non mescola sabbia al cemento e i suoi fabbricati sono solidi!).

         Come quella di Sartaj anche la personalità del bandito appare in tutte le sue sfumature: la sete di potere e di danaro, i gusti tutto sommato dozzinali (a pagamento di un suo intervento per la “manipolazione” di elezioni locali, riceve, oltre al danaro pattuito, videocassette americane); un uomo che ama appassionatamente le donne (prostitute, anche di alto rango, che provengono dal mondo del cinema e che gli vengono fornite da un’amica), che ha, almeno all’inizio, un suo codice di violenza e di morte. Si sposa su suggerimento di un suo mentore, (un ricettatore di rango, che l’ha aiutato sin dall’inizio della “carriera”) e non riesce a consumare il matrimonio, finché non scopre che la soluzione sta nel sangue, nella vendetta che ha trascurato di portare a termine, perché non si é dato da fare per uccidere chi gli aveva ucciso l’amico, proprio quello che, in virtù della sua fedeltà agli schemi della cultura indiana, gli aveva consigliato il matrimonio. Poi il declino, la china verso sempre più spietate efferatezze e l’ossessione per il sesso (vuole solo ragazze vergini, si vuole allungare ed irrobustire il pene), mentre diventa lo strumento nelle mani dei Servizi indiani e di un guru terrorista.

Gaitonde, più che Sartaj (che in fondo è un personaggio modernissimo), rappresenta l’India e le sue contraddizioni. La passione per il cinema e le canzoni, per la tecnologia che avanza (una vera e propria mania per i cellulari) convivono con principi che resistono ai cambiamenti che la modernità impone. E’ così, é necessario e doveroso sposarsi, con matrimoni combinati dai genitori (la qual cosa, ovviamente, non esclude che si possa tranquillamente poi avere a fare con prostitute); la donna da sposare deve essere vergine, la madre é sacra[4].

Anche Sartaj ha una madre e non manca di telefonarle, ascolta i suoi consigli ed intraprende anche un indagine non ufficiale, solo perché è lei (a cui ha raccontato tutta la storia) a chiederglielo. E sullo sfondo la religione, i riti (abbiamo imparato che quando il defunto é posto sulla pira per la cremazione, il sacerdote gli spezza il cranio, perché non esploda quando il corpo é avvolto dalle fiamme) e la storia dell’ India di questi ultimi anni, con le battaglie tra il Congresso e le formazioni estremistiche indù (che hanno conquistato il potere a livello nazionale pochi anni or sono, prima dell’attuale governo di coalizione, guidato dal Partito del Congresso di Sonja Ghandi).

Un libro eccezionale che ci fa conoscere l’India, quella reale, concreta, al di fuori dell’immagine stereotipata veicolata dall’industria turistica; un’altra conferma di come la letteratura sia la compagna indispensabile e necessaria del viaggio.

 

 


 

[1]  Sappiamo come la letteratura indiana contemporanea, che si rinnova con le opere di Rushdie, si divida in due, chiamiamole così, esperienze. Da una parte autori che “Installés pour la plupart à l’étranger … explorent l’Indie et ses abimes à travers le prisme de la nostalgie ou de la parodie, recrèant, pour citer Rushdie “des patries imaginaires invisibles, Indes de l’esprit” arrachés à la distance et à l’oubli”. Dall’altra, sulla scia del “Dio delle piccole cose” di Arundhati Roy, entra in scena “un’autre vague d’écrivains indiens anglophones, vivant pour la plupart en Inde … L’exile n’ayant pas “coloré” leur perception des sujets, il sont souvent plus lucides que leur prédécesseurs …” (Tirthankar Chanda, Litterature indienne, quatre mille ans d’engagement social”, in “Le Monde Diplonatique, Mars 2007). Chandra sembra muoversi tra questi due poli e non c’é dubbio che la sua rappresentazione dell’India sia dura ed incisiva.

In questo sito abbiamo recensito in precedenza Arundhati Roy, Il dio delle piccole cose; Anita Nair, Cuccette per signore; Shasi Tharoor, Tumulto. Ricordiamo come la letteratura indiana incontri difficoltà ad essere conosciuta, per la molteplicità delle lingue parlate nel Paese. Se le lingue nazionali sono due, l’inglese (parlato dal 5% della popolazione e sostanzialmente una lingua franca per il commercio e per una ristrettissima élite) e l’hindi, ci sono altre 17 lingue nazionali, riconosciute dai diversi Stati (oltre ad altri idiomi). La lingua parlata dai protagonisti del  romanzo è il Marathi, lingua ufficiale del Maharashtra, lo stato di Mumbay. Per cui gli indiani che si spostano nell’ambito del territorio nazionale devono apprendere l’Hindi (che è parlata dalla maggioranza della popolazione), la lingua dello Stato che li ospita e magari l’Inglese!

 

[2]  Così come ce li ha descritti Saviano Roberto in Gomorra.

[3] “Sartaj gli diede uno schiaffo in faccia. Fu un colpo breve, con il rovescio della mano … Nella via affollata solo una donna si era accorta del gesto. Ora stava scappando, voltandosi ogni tanto verso di loro per gettare sguardi orripilanti verso Sartaj … Sartaj ignorò l’impulso di andare a spiegarle: è solo la lingua che parliamo, non succederà niente di grave a questo simpatico vecchietto …”

 

[4]  Proprio in questi ultimi tempi, abbiamo visto la folle indiane scendere in piazza contro un presunto razzismo che sarebbe stato ostentato, in una sorta di Grande Fratello internazionale a Londra, nei confronti della concorrente indiana, poi festeggiata in occasione della sua “vittoria”. La stessa concorrente sarà poi oggetto di manifestazioni ostili, per un giocoso bacio ricevuto, in occasione di una manifestazione contro l’AIDS, da Richard Gere.

 

 

 

 

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