10 giugno 2008
Dario Ghelfi

Memorie di un bambino soldato

 

         Dal marzo del 1991 al gennaio del 2002, quando il Presidente Ahmad Tejan Kabbah la dichiara ufficialmente conclusa, la Sierra Leone è sconvolta da una terrificante guerra civile, pari solo forse a quella che devastò la vicina Liberia. I ribelli del Fronte Unito Rivoluzionario, Revolutionary United Front (R.U.F.), che inizialmente operano nella parte orientale del Paese, al confine con la Liberia, arriveranno a controllare gran parte della Sierra Leone e a minacciare la stessa capitale, Freetown. Non sappiamo molto di quello che è successo, tanto meno degli indiretti mandanti di quella carneficina. I “signori” occidentali dei diamanti, di cui si parla nel recente film Blood Diamand.

         Quello che ha colpito, l’opinione pubblica occidentale (almeno quella sua piccola parte che di queste cose si interessa) sono stati gli eccessi, in particolare, dei ribelli, che avevano adottato la “pratica” di tagliare le mani (le terrificanti “manica lunga” o “manica corta”, in relazione al punto dell’avambraccio in cui veniva praticata la mutilazione[1]), come deterrente nei confronti di chi andava a votare, in seguito allo slogan governativo “il futuro è nelle tue mani” (mani che erano segnate dall’inchiostro indelebile, che rendeva individuabile chi aveva risposto all’invito del governo).

         Altro elemento che ha caratterizzato la guerra civile nella Sierra Leone è stato l’uso di bambini soldato; si calcola che siano stati più di 10.000, tutti arruolati a forza e indotti a combattere sotto l’azione di alcool e di droghe.

Ishmael Beah è stato uno di quei bambini e ha scritto la sua storia (Ishmael Beah, Memorie di un bambino soldato, Roma, Neri Pozza, 2007), con un linguaggio piano, semplice, con il quale sembrerebbe impossibile descrivere gli orrori di quella fase della sua vita.

 

 

 

 

La storia di Beah si articola in tre fasi:


La prima.

Ishmael è un bambino di 12 anni, appassionato di musica rap occidentale. La guerra lo coglie, mentre dal villaggio natale (Mogbwemo) si sta recando in quello vicino di Mattru Jong (siamo nella parte orientale, ai confini con la Liberia). Metà del libro è dedicato alla fuga disperata di Ishmael e di alcuni suoi compagni, di villaggio in villaggio, di foresta in foresta. Sono bambini e ragazzi impauriti, ma ben presto si accorgono che gli adulti, quando li scorgono appaiono terrorizzati, perché evidentemente si è già sparsa la voce dei soldati-bambini, arruolati a forza dai ribelli e capaci delle peggiori nefandezze. Poi l’arrivo in un villaggio con una sorta di guarnigione governativa, ben presto assediata dalle forze del R.U.F., i ribelli che sempre sono sempre visti come il male assoluto.

La seconda.

Le forze governative del villaggio non sono in numero sufficiente per sostenere l’urto dei ribelli e il comandante dei governativi pone ai bambini la scelta di essere abbandonati o di arruolarsi nelle sue forze. La tecnica di persuasione dell’ufficiale è semplice ma efficace: i ribelli che via via incontreranno (chiunque essi siano) sono la causa di tutto il male che  hanno sperimentato, sono i responsabili dell’uccisione dei loro genitori e anche delle ferite che avranno subito nei precedenti scontri.

Ci portarono in una piantagione di banane nei dintorni, perché ci allenassimo ad infilzare i banani con le baionette.  Immaginate che l’albero sia il nemico, il ribelle che ha ucciso i vostri genitori, la vostra famiglia … Prima lo colpisco al collo, poi gli infilzo il cuore, glielo strappo, glielo faccio vedere e infine gli cavo gli occhi ..

Gli effetti di un tale addestramento, portano i bambini-soldato, continuamente sotto l’effetto di droghe, a compiere ogni sorta di atrocità. In un’occasione costringono prigionieri ribelli a scavarsi la fossa, poi li legano, gli infilzano le gambe con le baionette ed infine li seppelliscono vivi. In un altro caso il protagonista, che aveva sofferto per una ferita ad un piedi, si vendica su altri prigionieri

.... Il tenente indicò i prigionieri. Non sono sicuro che uno di loro fosse l’uomo che mi aveva colpito, ma in quel momento chiunque sarebbe andato bene. Erano in sei, in fila con le mani legate. Gli sparai nei piedi e restai a guardarli soffrire per un giorno intero, prima di ammazzarli con un colpo testa perché smettessero di piangere


La terza.        

La consegna da parte dei governativi dei bambini-soldato all’UNICEF ed alle ong che si occupano del loro recupero e il successivo periodo di reinserimento alla Benin Home, una sorta di ospedale-comunità di recupero, un centro di riabilitazione nei pressi di Freetown. E’ sintomatico come gran parte delle atrocità commesse da Ishmael siano raccontate in questa parte del volume, come ricordi che ossessionano il bambino, mentre procede il suo reinserimento nella società. Alla fine Ishmael viene scelto per andare, nel 1996, quando ha ormai 16 anni, a New York, alle Nazioni Unite, a parlare della situazione dell’infanzia in Sierra Leone. In fuga da Freetown, a seguito del colpo di stato dei ribelli del Consiglio Rivoluzionario delle Forze Armate che aveva deposto il Presidente eletto Kebbah (che sarà successivamente reintegrato dalle truppe africane dell’Ecomog - Military Observer Group dell’Economic Community of West African States, ECOWAS), Ishmael si rifugia in Guinea, da dove raggiungerà di nuovo gli Stati Uniti nel 1998.

 


[1]  L’opinione pubblica occidentale, non si scandalizzi e non giudichi la pratica come una bestiale invenzione dei selvaggi africani, perché essa fu opera dei belgi del re Leopoldo, nel Congo che era suo possedimento personale, prima di essere assegnato, nel 1908, allo stato belga. Le milizie agli ordini dei funzionari governativi praticavano la mutilazione nei confronti dei membri di quelle tribù che non consegnavano la quota  loro assegnata di caucciù e di avorio da raccogliere.

 

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