10 febbraio 2008
Dario Ghelfi

IL CACCIATORE DI AQUILONI

 

 

         Non c’è dubbio alcuno: “Il cacciatore di aquiloni”  (Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni, Casale Monferrato, Piemme, 2004) é un libro bellissimo e parecchie cose veniamo a conoscere dell’Afghanistan, cose di cui nessuno ci aveva mai parlato prima.

 

 

 

 

 

La storia è intimistica, legata ai sentimenti ed alle passioni personali dei singoli individui, anche se sono determinate non tanto dal terribile corso della storia (particolarmente drammatica in Afganistan, a partire dagli anni ’70 del secolo passato), quanto dai caratteri specifici della società di quel Paese, dalla sua antropologia, dalle sue tradizioni, dai suoi usi e dai suoi costumi.

         L’elemento forte della società afghana che emerge nella narrazione è quello etnico, con la contrapposizione tra i Pashtun e gli Hazara  (nulla invece si dice dei Tagiki, i dominatori dell’Alleanza del Nord, i guerriglieri di Massud, tanto per intenderci), con i Pashtun che si considerano i veri afgani e che disprezzano ferocemente gli Hazara.

 

 

 

 

            Quanto i Pashtun odino e disprezzino gli hazara (che oltre a tutto sono sciti, in mezzo ad un mare umano di sunniti) è esplicitato nel “credo” di Assef, il prototipo del male assoluto, ammiratore di Hitler, futuro feroce assassino telebano. Dice Assef:

 

“ L’Afghanistan è la terra dei pashtun. Lo è sempre stata e sempre

 lo sarà. Siamo noi gli afgani veri, puri, non questo Nasopiatto.

La sua gente inquina la nostra patria, il nostro watan.

Insozza il nostro sangue”

 

            Quando Amir trova un libro iraniano che racconta come gli Hazara siano sempre stati perseguitati dai Pashtun (nulla invece compare nei libri di testo afgani, anche se Amir sa che gli Hazara erano chiamati nasipiatti, mangiaratti, asini da soma) e lo fa vedere al suo maestro, questi

 

Scorse in fretta un paio di pagine e me lo restituì con un

sorrisetto di sufficienza: “Se c’è una cosa che gli sciti

sanno fare bene è passare per martiri” E quando pronunciò

la parola “sciti” fece una smorfia, come si trattasse di una

malattia infettiva

 

         Assef  è il “motore” negativo di una storia che lega Amir, a un Hazara, Hassan, il suo fedele amico, l’altro grande protagonista e la figura più bella del romanzo. Assef é la causa indiretta della colpa di Amir bambino e di una serie di accadimenti che porteranno al distacco tra Amir ed Hassan. Una colpa che lo costringerà, da adulto, a tornare nell’Afganistan dei Talebani, dagli Stati Uniti, dove si era rifugiato con il padre e dove si era formato una famiglia, sposando la bella Soraya.

Le biografie di Amir e dell’autore del romanzo coincidono. Amir è figlio di un uomo ricchissimo, Baba, aperto ed a suo modo laico, ferocemente anticomunista e Hosseini è figlio di un diplomatico del periodo monarchico. Nel romanzo Amir ed il padre fuggono dall’Afghanistan occupato dai sovietici nel 1981; nella realtà, la famiglia dell’autore ottiene asilo politico negli Stati Uniti nel 1980. Le date collimano; gli anni successivi, che vedono il ritiro dei sovietici, la caduta del governo comunista dell’ex capo della polizia segreta, Najibullah (che aveva rimpiazzato Karmal al governo del Paese e del PDPA), la guerra civile tra i vincitori, Massud e Rabbani, l’arrivo dei telebani, non è più la cornice della storia, che si svolge ormai negli Stati Uniti, all’interno dell’emigrazione afgana (strettamente pashtun, ovviamente) e che trova il suo punto culminante nel matrimonio di Amir con Soraya. C’è un buco di più di quasi venti anni; nulla l’autore ci dice dell’Afghanistan, così come nulla ci viene detto su quello che succedeva nel Paese, dal 1973 all’anno della fuga, il 1981, di come si era passati dalle speranze e dall’entusiasmo ai rafiq, i compagni, che avevano diviso Kabul, così leggiamo, “in due gruppi: le spie e gli spiati. E nessuno sapeva chi appartenesse al primo gruppo e chi al secondo … [con] … i soldati russi dalla faccia tetra che pattugliavano i marciapiedi … i loro carri armati che percorrevano incessantemente le strade della mia città, con le torrette girevoli puntate come un indice accusatore contro i passanti

Amir, il protagonista, proviene da una famiglia ricchissima; la casa ha due piani e nel soggiorno del pianterreno faceva mostra di sé una foto  con re Nadir Shah, del 1931, due anni prima che venisse assassinato; suo padre è ricchissimo e rispettato, va all’estero (a Teheran), possiede un’auto (negli anni ’70!), ha servi hazara. Lui ha un bellissima bicicletta.

Il 17 luglio 1973, il re Zahir Shah (che si trova in visita ufficiale a Roma), viene detronizzato da un colpo di stato organizzato dal principe Mohammed Daud. L'Afghanistan diventa una repubblica e Daud ne é il presidente.

Poche pagine si riferiscono a quell’avvenimento che mise in moto la tragedia afgana. Leggiamo che “Nei due anni che seguirono, le parole sviluppo economico e riforma rimbalzavano di bocca in bocca a Kabul … Il paese fu attraversato da una ventata di entusiasmo. Si parlava di diritti delle donne e di moderna tecnologia” . 

Poi cosa sia successo non è dato saperlo, perché il racconto procede lungo il proprio sentiero intimista e non si accenna ai fatti che avvennero negli anni successivi. Nel 1978 , Daud viene rovesciato ed ucciso: il Partito Democratico del Popolo Afghano (PDPA), comunista filosovietico, dà il via alla "Rivoluzione d'aprile", che porta alla nascita della Repubblica Democratica dell'Afghanistan. Al potere sale Mohammad Taraki, con Babrak Karmal primo vicepremier. Le riforme del nuovo regime (laicizzazione, industrializzazione, lotta all’analfabetismo), incontrano l’opposizione degli integralisti. Inizia la rivolta armata che verrà successivamente appoggiata da Pakistan, dall’Arabia e dagli Stati Uniti. Nel 1979 la guerriglia controlla gran parte del Paese. In settembre  il presidente della repubblica Taraki viene ucciso e il potere passa nelle mani di Amin. Il PDPA si spacca in due fazioni contrapposte. Alla fine di dicembre, le truppe dell'Armata Rossa entrano nel Paese. Amin viene assassinato dai servizi segreti di Mosca e i sovietici installano al potere Karmal.

Nel romanzo Amir fugge con il padre ed abbiamo l’unico incontro dei nostri protagonisti con i sovietici, quando il padre di Amir rischia la vita per salvare da un ufficiale russo l’onore di una donna afgana e si salva solo grazie all’intervento di un altro ufficiale sovietico.

L’onore e la stirpe sono il punto di riferimento degli afgani (con connesse violazioni dei principi che ne derivano effettuate dai soli uomini, che le donne non hanno valore in quella società) e tutta la loro vita ne è segnata.

Il socio di Baba, Rahim Khan (altra bellissima figura del romanzo), racconta che da giovane si innamorò di una ragazza hazara, Homaira, e che progettava di sposarla.

 

“Avresti dovuto vedere la faccia di mio padre quando glielo

 dissi. Mia madre svenne. Mentre le mie sorelle le facevano

 aria e le spruzzano acqua sul viso, mi guardavano come se

le avessi tagliato la gola. Mio fratello Jalal andò a prendere

 il suo fucile da caccia prima che mio padre potesse fermarlo

 … Homaira e io da una parte, il mondo intero dall’altra. E ti

 dirò, Amir jan, che alla fine vince sempre il mondo … Quel

 giorno stesso mio padre mise Homaira e la sua famiglia su

 un camion e li spedì in Hazarajat. Non l’ho mai più vista…”

 

         E sarà Rahim Khan a rimettere in gioco la storia personale di tutti, quando telefona negli Stati Uniti e determina il ritorno in Afghanistan di Amir. L’incontro tra i due, con le rivelazioni che egli fa ad Amir su Baba il padre ed Haqssan, ridanno vigore alla storia, che si era affievolita nei giorni dell’emigrazione negli Stati Uniti, con i fuoriusciti (quasi sempre persone che avevano avuto una certa posizione sociale in Afghanistan) costretti a continui piccoli espedienti per sopravvivere economicamente.

         Il soggiorno in Afghanistan di Amir è traumatico, le sue esperienze drammatiche, la narrazione a volte “è sopra le righe”.

         Poi di nuovo negli Stati Uniti, con il figlio del vecchio compagno di giochi Hassan. Amir , che già aveva mostrato di essere impermeabile ai codici del maschilismo afgano, nella storia del suo fidanzamento con Soraya, figlia di ex generale del periodo monarchico, rompe anche con l’atteggiamento razzista dei suoi compatrioti, quando al suocero, che gli aveva chiesto cosa avrebbe dovuto dire alla gente che sicuramente gli avrebbe chiesto perché lui e Soraya avevano adottato un ragazzo hazara, gli risponde di dichiarare la verità, aggiungendo: E poi c’è un’altra cosa, generale sahib – dissi – Lei non dovrà mai più in mia presenza riferirsi a lui come al “ragazzo hazara”. Ha un  nome, Sohrab”.

         E gli aquiloni che si alzano nel cielo di Fremont/U.S.A, così come si alzavano nel cielo di Kabul, sono il segno che la vita può riprendere, anche per chi dalla guerra è stato ferocemente segnato.

 

 

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