10 agosto 2008
Dario Ghelfi

CRISTIANI DI ALLAH

 

            Il tempo: il secolo XVI; il luogo: Venezia. Un gruppo cosmopolita di congiurati, traditori della Serenissima, essendo ormai imminente la scoperta dei loro crimini da parte di un nobile veneziano che ha raccolto prove inconfutabili della loro colpevolezza, agisce rapidamente e massacra l’avversario e la sua famiglia. Non solo; le colpe del tradimento vengono abilmente rovesciate sulla loro vittima, lo stemma del cui casato (i Rienzi), viene, per ordine delle autorità, cancellato e condannato all’oblio. Il giovane e scapestrato rampollo della famiglia, Cesare, viene accoltellato dal suo migliore “amico” e compagno di bagordi, che, così, può anche a strappargli la fidanzata. Gettato in acqua, con una daga inflitta nel dorso, Cesare, viene raccolto da un’imbarcazione di pirati algerini, che veleggiava sottocosta;  per scherno lo chiamano “Dago”, in riferimento alla daga che non è riuscita ad ucciderlo. Il “nostro” diventa schiavo in Algeri e solo l’odio che nutre per chi ha distrutto la sua famiglia ed il desiderio della vendetta gli permettono di sopravvivere. Gli capita di tutto ed è incredibile come alla fine riesca sempre a farcela. Un giorno, casualmente, si trova nel luogo in cui un gruppo di congiurati tenta di uccidere il signore di Algeri, il celeberrimo Barbarossa. E’ al posto giusto, nel momento giusto: salva il principe dei pirati e la sua vita ha una svolta. Diventa una sorta di amico del Barbarossa ed infine emissario del Sultano. Diventa Dago, il rinnegato, ed è la prima figura di questo “genere” che, se non andiamo errati, compare nella narrativa, in Italia.

Dago è un personaggio a fumetti, scritto dall’argentino Robin Wood ed illustrato, in prima istanza, da un altro argentino, un maestro della letteratura disegnata, Alberto Salinas; le sue avventure si possono leggere, da anni, nella rivista “Storpio” dell’Eura Editrice.

         Ed è la sua immagine che abbiamo visto in calce ad una bella recensione (su un inserto di “Liberazione”) della nuova impresa letteraria di Massimo Carlotto, il più noto tra gli autori del noir italiano: Cristiani di Allah (Massimo Carlotto, Cristiani di Allah. Un noir mediterraneo, Roma, Edizioni e/o, 2008).

 

  

 

 

          Definito un “noir mediterraneo” dal suo autore, “Cristiani di Allah” è un racconto corale, anche se la voce narrante è quella di un rinnegato, uno dei tanti che è passato dal nord cristiano al sud islamico e che non ha esitato a gettare alle ortiche la vecchia fede, in nome del diritto a vivere, e dell’avventura.

Al centro, Algeri, la bianca, governata da un altro rinnegato (un sardo, questa volta), Hassan Agha, messo in quell’”ufficio” dal Barbarossa, ora ammiraglio della flotta ottomana. Lì i rinnegati sono tanti; il nostro protagonista è un albanese omosessuale, che convive con un ex lanzichenecco tedesco ed ha buoni rapporti con tutti, mentre le autorità religiose chiudono un occhio (anzi tutti e due) sui suoi costumi sessuali. Oltre ai rinnegati, che praticano la corsa (ed impariamo tutto sulle sue regole minuziose e sugli interessi che la sostengono) e saccheggiano i villaggi delle coste italiane (in particolare), ci sono tutti quelli che sono fuggiti dal grigiore dell’oppressione dell’inquisizione spagnola (siamo nel periodo in cui massima è la potenza dell’Impero spagnolo). Un chirurgo militare spagnolo (già facente parte del famosissimo “Tercio”) che pratica autopsie sui cadaveri e che aveva suscitato l’interesse del Santo Uffizio; un chimico francese “che era arrivato ad Algeri per imparare quei segreti che il Sant’Uffizio riteneva fossero suggeriti da Satana e dovessero essere puniti con la tortura e il rogo”; un giovane calabrese accecato dall’odio per i torti subiti da un signorotto del suo paese e una folla cosmopolita di avventurieri, di commercianti, di rappresentanti (e questo è meno noto) delle potenze cristiane (dai francesi, infidi alleati del Sultano in funzione antispagnola, ai danesi, agli svedesi, agli inglesi e agli olandesi).

         Ed è a questa Algeri brulicante, con le sue taverne, con i suoi coloritissimi mercati degli schiavi, che mal sopporta l’alterigia e l’arroganza dei giannizzeri turchi e che aspira a diventare più un’alleata che una vassalla di Costantinopoli, che si presenta l’incubo dell’assalto della poderosa armata di Carlo V, forte di centinaia di navi e di più di ventimila uomini. Abbandonata dalla Porta, può contare solo sulle sue forze, sui suoi corsari rinnegati, ma il “miracolo” (forse il termine è in odore di blasfemia, visto che il genere è quasi esclusiva prerogativa del cattolicesimo) si compie, quando le tempeste colano a picco moltissime navi spagnole e l’Imperatore è costretto a reimbarcare il fretta e furia le truppe sbarcate per l’assedio alla città (in verità il “miracolo” era stato propiziato dell’imprudenza di Carlo V, che aveva perso tempo a farsi omaggiare alle Baleari, lasciando imprudentemente avvicinare la cattiva stagione).

         La guerra l’Algeri, però, altro non è che lo sfondo di una complessa vicenda personale (che non intendiamo assolutamente anticipare), che coinvolge il nostro protagonista e che ci permette, da una parte, di addentrarci nella complessità delle relazioni che reggono la vita di questa città e dall’altra di assistere ad una sequenza di misfatti, di delitti e di vendette.

         Ed è per questo che amiamo i “noir” di Carlotto, non solo per gli accadimenti specifici che toccano gli attori delle sue storie, ma per il quadro generale, per l’affresco storico in cui sono inseriti, questa volta, assolutamente inusuale. Il mondo che ci viene dipinto, é quello del sud del mediterraneo di cinquecento anni fa, di cui pochi ci hanno parlato, tanto più se si trattava di argomenti un po’ tabù, come quello dei rinnegati (traditori della fede), un fenomeno che invece sappiamo essere stato estremamente consistente (per non parlare della pratica turca di “reclutamento-formazione” delle loro forze d’élite, i famosissimi, arroganti e crudeli giannizzeri).

         Abbiamo dato inizio alla nostra presentazione con un riferimento ad un fumetto; ora è lo stesso Carlotto a rilanciare la multimedialità, quando allega al suo volume un compact disk, dal titolo omonimo, a cura di Maurizio Camardi e Mauro Palmas, con 13 brani, per offrirci, dopo i colori (intuiti nella narrazione) i suoni del Mediterraneo, filtrati dall’arte di artisti che geograficamente coprano ampi spazi di quel mare, dalla Sardegna, fino su, verso il Veneto.

 

 

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