9 marzo 2008
Dario Ghelfi

DOVE E’ SEMPRE NOTTE

 

E’ difficile definire il genere in cui collocare questo romanzo di Banville (John Banville, Dove è sempre notte, Parma, Guanda, 2007), anche se lo si è da molti inserito in quello del giallo o, meglio, del noir.

Iniziamo a dire che stilisticamente è giocato su una serie di piani paralleli, in cui si muovono dei personaggi che solo verso la fine della vicenda giungeranno ad incontrarsi, laddove erano stati dapprima “isolati” in capitoli autoreferenti. L’intrigo è complesso; i fili della ragnatela provengono da molte direzioni; la loro convergenza la si avrà solo alla fine.

La vicenda prende le mosse dalla morte di una giovane donna, per parto, e dalla scomparsa della di lei figlia; all’inizio la faccenda sembra riguardare solo il protagonista, Quirke ed il cognato Mal, poi coinvolge via via tutti coloro che con questi hanno legami parentali: la cognata, sorella della moglie deceduta di Quirke, il padre di Mal (che è contemporaneamente, padre adottivo di Quirke, che con il cognato è vissuto praticamente come con un fratello), il suocero (condiviso dai due, dato che è il genitore delle due sorelle che avevano sposato Quirke e Mal). Ed attorno, una serie di altri personaggi, tutti provenienti dal mondo del cattolicesimo irlandese degli anni ’50.

 

 

 

 

 

L’azione si svolge prevalentemente a Dublino, con un’”uscita” finale nel New England irlandese di Boston. Irlandesi d’Irlanda e d’America e cattolici: Banville si rivela un maestro nel dipingere l’ipocrisia di quel mondo; un’ipocrisia che è una vera e propria regola di vita, che pervade ogni rapporto e che investe ogni momento della vita quotidiana. Lo scrittore ha una formidabile capacità nel descrivere persone e stati d’animo, con una cura quasi maniacale per i particolari, per i giochi delle ombre, per i riflessi, per i segni.

         Banville è spietato nel descrivere il cattolicesimo irlandese, chiuso in se stesso (i matrimoni con i protestanti sono osteggiatissimi e fortemente impediti), capace di commettere crimini ed orrori, insensibile alla sofferenza.

La storia è quella di un traffico, di un contrabbando di bambini, strappati alle loro madri (ragazze povere in difficoltà; ragazze madri, in particolare), sempre a maggior gloria della fede (“Faccio il piantatore. C’è chi pianta frumento e chi pianta alberi … io pianto anime”, esclama il rispettabilissimo e ricchissimo “regista” di quella operazione criminosa.

Alcune pagine rimandano al celebre “Magdalene”, di Peter Mullan, laddove il film narra i fatti che accadono nell'ultima delle Magdalene, istituti religiosi irlandesi, dove venivano praticamente imprigionate ragazze respinte dalle rispettive famiglie, perché erano in attesa di un figlio senza essere sposate, o perché avevano abbandonato casa e marito, o comunque ritenute pericolose per la comunità in cui vivevano.

Quirke, nel corso delle sue “indagini” si imbatte in un  istituto simile, dove tutte le ragazze “ospiti” sono addette ai lavori della lavanderia:

          Una giovane donna, bassa, con la vita larga e un’enorme massa di capelli di un rosso vivo risalì il corridoio sospingendo un’enorme  cesta di vimini, montata su ruote.
La cesta doveva essere piena di bucato perché la ragazza doveva usare tutta la propria forza per sospingerla con le braccia tese in avanti, la testa abbassata e le nocche             delle dita bianche lui logori manici di legno. Indossava un abito da lavoro grigio, sciolto, calze grigie ripiegate a soffietto attorno alle caviglie grosse, rosse, e degli stivali da uomo, chiodati, senza stringhe, di parecchie misure troppo grandi per lei

          Qui non si tratta di scoprire assassini, ma le vittime ci sono, con i loro carnefici: tutti i personaggi sono dipinti con grande attenzione e la loro personalità si chiarisce man mano si procede nel racconto, quando tutte le certezze del lettore si sgretolano e quando scompaiono quasi del tutto le figure positive (apprendiamo che anche Quirke ha i suoi scheletri nell’armadio). Un noir ed un giallo, dunque, con i suoi colpi di scena, con le sue sconvolgenti agnizioni (cui non corrispondono le reazioni che ci si aspetterebbe, come su tutto stagnasse una coltre di stanchezza, l’accettazione di una realtà immutabile). Alla fine, poche righe e la flebile speranza che la giustizia possa in qualche modo affermarsi.

 

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