09 maggio 2012, Dario Ghelfi

                                                                  LA “PASTORA”

 

            Nel settembre del 1956, a Barcellona, Carlos Infante, un giornalista che si arrabatta vivendo da “free lance” di quart’ultima categoria, riceve, inaspettatamente, una lettera da un affermato psichiatra francese, docente alla Sorbona, tale Lucien Nourissier, che gli chiede un incontro. Infante aveva scritto, precedentemente, un articolo su una partigiana antifranchista. che ancora si nascondeva nelle montagne del Maestrazgo, a sud dell’Ebro; ricercata dalla Guardia Civil, inafferrabile, era descritta, anche dall’Infante, come una spietata assassina, assetata di sangue. Era uno dei pochi articoli, in cui il giornalista aveva affrontato un tema “avvincente” (e pericoloso), al posto dei soliti che si occupavano di ben altro (i funghi, le auto la collezione e via dicendo). Il professore e psichiatra francese si era preso un anno sabbatico ed era estremamente interessato al personaggio descritto da Infante, perché la patologia dei criminali “chiaramente affetta da patologie psichiche” era il campo di studio da lui privilegiato. Il caso dell’assassina in oggetto era poi particolarmente interessante, perché l’identità sessuale della “Pastora” era assolutamente incerta: non si sapeva, infatti, se fosse un uomo o una donna.

 Alicia Giménez-Bartlett, Dove nessuno ti troverà, Palermo, Sellerio, 2011

  

 

 

             Nell’incontro che i due hanno a Barcellona si stabilisce un accordo; Nourissier versa un congruo anticipo ad Infante, perché lo guidi nelle aree dell’attività della “Pastora”, al fine di reperire testimonianze e, se possibile, incontrarla. Si fissa un termine temporale per l’indagine, si pattuisce una sorta di “premio” finale per Infante,  se si fosse realizzato un incontro con la “Pastora” e si parte.

            Questo è l’incipit di una storia che si muove all’infuori del quadro consueto dei romanzi di Patricia Gimenez-Bartlett, una “giallista” spagnola, assai nota nel nostro Paese, creatrice dell’affascinante personaggio di Petra Delicado.

            Le siamo sinceramente grati, perché ci ha parlato di un pezzo della storia spagnola di cui in Italia pochi hanno parlato: il “maquis” (il termine è uguale a quello francese) che fu attivo fino a quasi metà degli anni Cinquanta, in Spagna; partigiani antifranchisti che si battevano contro il regime e la sua aborrita Guardia Civil. La storia narrata dalla Gimenez-Bartlett è di pura invenzione, ma solo per quanto concerne i due personaggi principali di Infante e di Nourissier, ma è autentica per quanto riguarda i “monologhi” della “Pastora”, presi dalla sua biografia. Per i fatti narrati il riferimento è un libro, di un giornalista, “José Calvo, La Pastora. Dal monte al mito”, frutto di cinque anni di ricerche “sul campo”, che raccoglie ogni genere di documenti, testimonianze e interviste”. Al termine della storia, una “Nota finale” di 10 pagine sul personaggio della “Pastora”.

            Dopo i primi due capitoli, potremmo dire di introduzione, lo schema narrativo si svolge in sequenze ordinate: un capitolo che racconta delle ricerche di Infante – Nourissier e, subito dopo, un capitolo dedicato ad un monologo della “Pastora” o meglio di Teresa Pla Mesenguer e così via via.

             La storia della “Pastora” (che leggiamo nei suoi monologhi) è la storia tragica di una creatura, dal sesso indefinito, pur accreditato, da giovane, come femminile; la frase che ritorna con ossessione è quello che tutti le rivolgono, canzonandola, “Teresot, Teresot, cos’hai fra le gambe?”, a cui la giovane risponde in genere violentemente, agevolata dal fatto che la durissima vita di pastora, le ha dato una forza eccezionale, che la fa temere da tutti. La “Pastora” praticamente vive come un animale, dorme all’aperto, ha come compagni le pecore, è sfruttata dai “massari”, dai contadini. Conosce, però,  a menadito le montagne ed è in relazione a questo che ha i suoi primi incontri con le forze partigiane, che dapprima le danno piccoli incarichi (fare acquisti per loro), “promuovendola”, in seguito a loro staffetta. L’inserimento vero e proprio nel gruppo del maquis rappresenta una svolta nella sua vita e per due motivi; trova, per la prima volta dei compagni e degli amici e realizza la propria svolta a livello identitario, assumendo, in tutto e per tutto, la connotazione di maschio. Impara a leggere e si lega a profonda amicizia con un compagno, tale Francisco; al momento della cessazione dell’attività guerrigliera, quando il Partito Comunista ordina il ritiro in Francia, Francisco rifiuta le consegne ed insieme alla “Pastora”, diserta (il termine è quello usato nel testo). Ha così inizia una vita durissima, nelle montagne, braccati dalla Guardia Civil, alla continua ricerca di cibo, nell’assoluta percezione dell’inutilità della lotta e della certezza della sconfitta e della morte. Le requisizioni ai contadini diventano vere e proprie rapine, anche se mascherate, con sempre minor convinzione, dalla fraseologia rivoluzionaria di Francisco che, tra l’altro, soffre ferocemente di nostalgia per la famiglia, per la madre, la moglie e le due figlie, che non vedrà mai da adulte. Le rapine si fanno violente, che i rapinati sono sempre poveri, poverissimi e senza senso, quando in un caso si assale una casa, per farsi cuocere una frittata, per cambiare per una volta il vitto giornaliero, sempre di pane e prosciutto. E i massari, un tempo simpatizzanti per i partigiani, che ora odiano questi ultimi due disperati, votati alla morte. Resta comunque il fatto che la Pastora non si rende colpevole (lei descritta come un animale assetato di sangue) di delitti, anche se più volte malmena le sue vittime. E non perde mai la sua ingenuità; non usa parolacce ed è morigeratissima (quando in un’occasione Francisco si intrattiene con la moglie, scrive “ … tornò la moglie da sola, credo per fare le loro cose di marito e moglie”), il tutto reso egregiamente da una prosa lineare, pacata che riesce, comunque, a rendere la drammaticità delle situazioni.

Se i monologhi della “Pastora” raccontano della sua vita, i capitoli dedicati ad Infante e a Nourissier, parlano invece, sempre con una prosa piana del loro avventurarsi in una Spagna povera, abbruttita dalla violenza della Guardia Civil, stremata dalla dittatura franchista. Ma il tutto senza drammatizzare, come non accadesse nulla, quasi i due fossero tranquilli turisti. Infante e Nourissier passano di paese in paese, seguendo le sottili tracce dei testimoni alle azioni della “Pastora”; la loro forzata convivenza, non sarà senza conseguenze, in quanto determinerà la metamorfosi del carattere di entrambi. Infante, personaggio disincantato, convinto della propria nullità, senza ideali, se pur estroverso, aveva accettato l’incarico per denaro, in fondo disprezzando il ricco francese, che si poteva permettere indagini senza senso, in un Paese che non capiva, così lontano dalla sua vita ordinata in patria. Poi, non senza contrasti e difficoltà, diventa suo amico e si immedesima nella ricerca, tanto da volerla condurre assolutamente in porto, anche quando al francese sembra calare l’interesse. Nourissier viene, al contrario, via via conquistato dal carattere di quel Paese violento in cui si trova a vivere e realizza che il suo successo in patria, come studioso e come uomo è legato al fatto che sempre si è comportato come gli altri, la gente della sua classe, si aspettava facesse. E così entra in crisi, nella constatazione che mai nella sua vita ha avuto un attimo di ribellione, mai si è spostato da un cammino preordinato e disegnato.

Ma la Giménez-Bartlett è una “giallista” e non poteva mancare il colpo di scena finale, una sorpresa che ovviamente non sveliamo.

La già citata nota su “La Pastora” chiarisce definitivamente, al di fuori del racconto, la dimensione storica del personaggio.

 

 


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