9 maggio 2008
Dario Ghelfi

MONDO SENZA FINE

 

 

          Due secoli dopo “I pilastri della terra”, Ken Follett torna in quella Kingsbridge che aveva visto l’ardita costruzione di una grande e stupefacente cattedrale, vero e proprio “pilastro della terra” (Ken Follett, Mondo senza fine, Milano, Mondatori, 2007).

 

 

 

 

 

Lì ci sono ancora i discendenti del suo autore (il conte Thomas, figlio di Jack e di Aliena), che ricordano la storia di quel loro antenato che stupì il mondo con la sua opera. Una leggenda, ormai, perché sono passati due secoli. L’incipit è del 1327, quando quattro ragazzini (Merthin, Ralph, Gwenda e Cris) si troveranno ad essere testimoni (ed in parte protagonisti) di uno scontro armato, nella foresta, tra un cavaliere e due armigeri, che verranno uccisi. Passano dieci anni (giugno del 1337) e quei quattro ragazzini sono ormai dei giovani; è la loro storia a condurre le file di una serie di vicende, sempre più intricate, che andranno avanti fino al 1361. In tempi così incerti, come quelli del Medioevo, ai “nostri” capiterà di tutto, anche perché la loro vita si intreccia con i grandi avvenimenti che funesteranno l’Europa di quel periodo, la guerra dei cento anni[1] (la feroce contesa tra inglesi e francesi, che appare nel libro dopo ben 640 pagine, quando Ralph, uno dei quattro, è strappato ad una meritatissima condanna a morte e parte con il suo Conte per la Francia) e la peste nera (che fa la sua comparsa a  Kingsbridge, a pag. 891[2]). Ma a prescindere da questi macroeventi, Follett segue i suoi personaggi giorno per giorno, descrivendo, con impareggiabile perizia, gli sforzi che compiono per raggiungere i loro obiettivi, la loro determinazione, i loro successi e le loro cadute.

 

 

 

 

 

 

 

 

          Non è facile definire questo libro: la rappresentazione di una saga, un libro storico, un thriller. Il suo autore non finisce di stupirci; se qualcuno pensa di annoiarsi nelle 1366 pagine, si sbaglia di grosso. Tra l’altro risulta stupefacente l’abilità di Follett, che quasi sempre riesce a “chiudere” ciascuno dei 90 capitoli che formano l’opera intera (l’ultimo è il novantunesimo), con suspence, quasi questo lunghissimo racconto fosse una sorta di feuilleton a puntate, che si acquista settimana per settimana, per cui lo scrittore deve creare le motivazioni che inducano il lettore ad andare, di volta in volta, in edicola per acquistare la nuova dispensa. Confessiamo che nel leggere questo libro ci è capitato di dover resistere alla tentazione di sfogliare le pagine, un po’ più avanti (e non sempre ci siamo riusciti), per vedere come andava a finire, se uno dei “nostri” beniamini si salvava o meno!

          L’eccezionalità del racconto sta nelle complessità delle relazioni che i quattro principali protagonisti si trovano ad intessere tra di loro e con una folla di altri personaggi; siamo di fronte ad un vero e proprio microcosmo, la rappresentazione in vitro della società inglese di una città del 1300. E’ tra l’altro un mondo estremamente pericoloso (specie per i poveri e le donne), stretto com’è, tra la voglia di conoscere di pochi e la superstizione e l’ottusità dei tanti, quando un semplice neo ti può cambiare la vita[3].

          La rete dei rapporti che si intessono tra i vari personaggi, maggiori e minori, è tale che solo un grafico può rappresentarla. Abbiamo commentato in questo grafico solo un rapporto, con una semplice nota, relativa all’incipit dell’opera: invitiamo i lettori a commentare, per conto loro, ogni altra relazione, indicata dalle frecce.

 

 

 

 

 

 

          La trattazione psicologica dei personaggi è impareggiabile, così che il lettore si trova ad essere coinvolto emotivamente nelle sventure dei suoi beniamini, spera con loro, mentre accumula avversione verso i  “vilain” di turno, che sono tanti ed eccellenti nella loro negatività.

          Tra i primi troviamo Merthin, Gwenda e Caris. Merthin rappresenta il genio della nuova borghesia che lotta contro l’arretratezza della società ed il conservatorismo della casta religiosa dei  monaci ed in particolare degli arroganti e boriosi frati medici, laureatisi in Università nelle quali non hanno imparato nulla, se non una serie di controproducenti indicazioni (che si suppone lette ed imparate a memoria da libri antichi, mai messi a confronto con l’esperienza), che non tengono in nessun conto le più elementari norme dell’igiene e quelle del buon senso; Caris, una donna bella e intelligente, non cessa, pagina per pagina, di stupirci: appassionata amante del suo uomo, non lo vorrebbe però sposare, perché non vede il proprio futuro come moglie, serva di un marito (che, comunque nel suo caso, l’adorerebbe) e madre. Siamo di fronte ad una figura modernissima, che ai giorni nostri potrebbe dare dei punti a qualunque femminista. Diventa  imprenditrice in proprio e coglie anche le leggi del libero mercato, quando strappa ai signori feudali i braccianti per le tenute da lei amministrate (offrendo loro una paga doppia) e quando avverte che la maggior libertà data ai contadini (ad esempio nel permettere loro di scegliere il tipo di coltivazione da porre in essere), accresce la produzione ed il reddito. Dirige un ospedale con competenza; intuisce principi generali della medicina; è curiosa ed impara in fretta. Rimane incinta e ricorre all’aborto; verrà anche a trovarsi al centro di una situazione di un amore lesbico. Dimostra, sempre e comunque, grande umanità e senso di responsabilità, eternamente combattuta tra voglia di vivere con Merthin (con il quale ha una perfetta corrispondenza sessuale) e i compiti che via via si assume, nell’ambito del mondo di Kingsbridge.

          Il fatto è che Merthin e Caris in fondo rappresentano, con le loro curiosità, con le loro intuizioni, con la loro capacità di ascoltare gli altri e di imparare, la modernità ed il progresso. Merthin apprende particolari sulla costruzione dei ponti dai racconti di mercanti italiani che parlano dei lavori dei più avanzati costruttori italiani; Caris si improvvisa imprenditrice tessile ascoltando da un altro mercante su come si colorano i tessuti in Italia. Entrambi rappresentano la parte migliore della nuova borghesia che sta nascendo, quella dei commercianti, particolarmente, che gli artigiani appaiono segnati da un forte conservatorismo e particolarismo.

          Dall’altra parte la nobiltà parassitaria, violenta e crudele e la Chiesa, nella dimensione particolare degli ordini monacali, che Follett condanna in modo netto; a parte tutto i monaci, di fronte alla peste, al contrario delle suore che soccorrono gli ammalati a rischio della loro vita, fuggono!

Tutti personaggi vivono appassionatamente e altrettanto appassionatamente amano. Non sono rare nel racconto di Follett, le rappresentazioni dell’amore fisico, con un linguaggio estremamente realistico ed una terminologia cruda, senza infingimenti o “romanticismi”. Tra stupri, amori etero ed omosessuali, tutti copulano con tutti, con continui ed intrecciati rapporti. L’unica che si distingue é Caris che, a parte un unico rapporto saffico con una giovane suora, fa l’amore (con estrema passione) solo con Merthin. Merthin, da parte sua, negli intervalli in cui Caris gli si allontana per assumersi responsabilità “dirigenziali” ed umanitarie, ha rapporti con molte altre donne (quasi sempre per iniziative di queste ultime); un suo nemico, dirà di lui, che è un uomo al quale il danaro si attacca, senza che lui lo cerchi (ma è il suo essere un eccezionale e geniale costruttore che gli attira le commesse). Noi aggiungiamo che, per altri motivi, lo stesso gli succede con le donne.

Dobbiamo segnalare, tra parentesi, l’eccezionale professionalità dei traduttori, che hanno saputo rendere con efficacia le atmosfere del libro. Si pensi che ogni incontro, ogni dialogo tra gli antagonisti è uno scontro e Follett non tralascia di descrivere lo sguardo, il lampo negli occhi, la riflessione, che traduce la vittoria o la sconfitta di uno dei due contendenti.

 

                    … Le si gettò sopra. Philippa cercò di divincolarsi,

                        ma lui era più grosso e forte di lei. In un attimo la

                        penetrò … Finì molto presto   Poi si voltò a guardarla

                        … aveva gli occhi chiusi e una strana espressione. La

                        osservò perplesso per un po’ e, quando capì, rimase

                        ancor più sconcertato. Philippa aveva l’aria soddisfatta …

 

 

                        … Poi osservò Gwenda … fissava lui. La sua espressione

                        lo sorprese … C’era odio nei suoi occhi, e anche

                        qualcos’altro: sfida … Dava l’impressione, pensò,

                        Ralph sgomento, di avere ancora un asso nella manica

 

 

A questi personaggi Follett concede la sua simpatia. Sintomatica è la contrapposizione tra un umile (ma orgoglioso e sicuro di sé) barbiere, che ha imparato a curare le ferite e ad operare nel corso di una sua militanza nell’esercito e quella dei monaci che ricorrono a quanto hanno letto nei libri e che non hanno mai sottoposto alla prova dell’esperienza. E così, quando si tratta di intervenire su una grave ferita al braccio di un cavaliere, i monaci “medici” respingono la sua esperienza, si affidano alla preghiera e alla volontà divina (è lontanissimo  da loro “l’aiutati che il cielo ti aiuta”!): il risultato è l’amputazione dell’arto al malcapitato.

          Dall’altra parte i personaggi negativi. Fino a metà libro siamo indotti a pensare che il primato del “cattivo” spetti a Ralph, che eccelle per crudeltà (è una sorta di psicopatico, che trova  piacere a togliere la vita, da bambino agli animali, da grande agli esseri umani) e per essere un “abituale” stupratore e un assassino; poi, piano piano ne emergono altri che lo uguagliano e forse lo superano. La palma spetta a Godwin, che non uccide direttamente, ma ordisce complotti per uccidere,  inganna,  nega la parola data, ruba (lui che ha fatto condannare ad essere scorticato vivo un miserabile ladruncolo), autoconvinto che tutte le bassezze che mette in opera, per il tramite delle prerogative del suo stato ecclesiale, siano atti meritevoli, perché si arroga la presunzione di pensare che il suo potere sia voluto da Dio. Istigato dalla madre Petranilla (vera e propria eminenza grigia, la burattinaia della situazione, che nel trionfo del figlio vede la propria rivincita esistenziale, lei che da giovane è stata rifiutata dal Conte Roland), che egli teme e venera, riuscirà a coprire tutta Kingsbridge con una ragnatela di suoi accoliti.

          Le nefandezze di questi due personaggi sono tali che i terrificanti eventi della guerra e della peste sono quasi visti dal lettore con simpatia; la prima perché allontana Ralph per anni da Kingsbridge, liberandola per un po’ dalle sue violenze, la seconda perché azzera la cricca di Petranilla-Godwin, mandando quasi tutti all’inferno.

          Sfuggito alla peste, è Roland a dominare, sul lato della negatività, per l’ultima parte del racconto (da pagina 1021 alla fine, un quarto del libro, praticamente), con la sua affezione allo stupro (che in un caso, però, sarà utilizzata per ingannarlo), con i suoi omicidi, le sue violenze, i suoi ricatti, al servizio della sua smisurata sete di potere (l’unica sua debolezza umana, che alla fine lo “tradirà”, è un certo suo accondiscendente atteggiamento nei confronti dei suoi consanguinei e dei propri figli; impedirà che Merthin venga ucciso in una spedizione assassina da lui condotta e che un suo figlio illegittimo, frutto di uno stupro, venga condannato a morte), sino all’auspicata sua violenta fine. Poi, come nel “Candide” volterriano, i protagonisti superstiti, si godranno finalmente la pace, coltivando il loro orto, che nel nostro caso è l’ospedale di Caris e la più grande torre d’Inghilterra di Merthin, finalmente e definitivamente uniti e senza nemici.


 

[1]  La guerra, tra Francia ed Inghilterra, iniziò nel 1336, quando il re inglese Edoardo III, morto in Francia, l’ultimo dei Capetingi, rivendicò il regno francese, in quanto anche egli aveva vincoli di parentela con la grande famiglia francese. Intercalato da lunghe tregue, il conflitto terminerà nel secolo successivo;  dopo le prime iniziali vittorie inglesi, si concluse con il ritiro di questi ultimi (che mantennero solo la piazzaforte di Calais). Fu una guerra devastatrice (ne “Il mondo senza fine”, Follett parla addirittura di proteste di nobili inglesi, nei confronti del loro sanguinario re, per i massacri perpetrati dalle loro truppe); lasciò stremate le due nazioni, che poi dovettero affrontare, l’una la Guerra delle Due Rose e l’altra la Guerra tra Armagnacchi e Borgognoni. Nel corso di questa lunghissima guerra, in Francia, compare Giovanna d’Arco.

 

[2]  Nel 1331, la peste chiamata Peste nera (o Grande morte o Morte nera)  comparve in Cina, quando la sua origine pare essere stata l’Asia centrale. Favorita dall’efficiente sistema di comunicazione dei mongoli, raggiunse presto la Russia, al seguito delle armate dell’Orda d’Oro. Di qui alla Crimea, poi in Europa, per il tramite delle navi: la prima città mediterranea colpita fu Genova. Il contagio si estese poi in tutta l’Europa; si suppone che tra 1347 e il 1352 ne abbia ucciso almeno un terzo degli abitanti. 

 

 

 

 

 

 

[3]  Le donne, specie se guaritrici o ribelli o folli, erano a rischio di stregoneria. La credenza era che il demonio succhiasse il sangue della strega attraverso uno speciale capezzolo (il capezzolo del diavolo), spesso localizzato nelle parti intime della donna. Gli “inquirenti” pungevano il “segno” con uno spillone; se non ne usciva sangue (e sappiamo come spesso gli spilloni fossero manomessi, retrattili, per poter condannare comunque il sospetto!), il patto con il diavolo risultava confermato. Avere, dunque, dei e/o delle verruche poteva essere fatale, come succede alla protagonista della storia di Follett che, solo fortunosamente, sfugge alla condanna.

 

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