8 gennaio 2006, Dario Ghelfi,  Un saggio su Franco Caprioli

 


L'articolo che segue e´ comparso sul n. 55 della rivista amatoriale "IL FUMETTO", organo dell'ANFI, Associazione Nazionale Amici del Fumetto e dell'Illustrazione.


la copertina del n. 55 del Fumetto


 
L'ANAFI, erede dell'ANAF, è nata nel 1992 ed ha sede a Reggio Emilia. Fra le attività da essa organizzate, c'è la pubblicazione della rivista trimestrale "FUMETTO", la stampa di alcuni volumi omaggio riservati ai soci, la gestione di un nutrito parco di arretrati dell'ANAF, e la realizzazione di una serie di avvenimenti (mostre personali, incontri con autori, ecc.), di solito in concomitanza con Mostre Mercato di Reggio Emilia.
 

 

Dario Ghelfi

CAPRIOLI: IL FASCINO DEL TEMPO E DELLO SPAZIO

 


una tavola da Dakota Jim

 

          Come ogni altro strumento di comunicazione e di espressione, il fumetto ambienta i suoi soggetti nello spazio e nel tempo; gli orizzonti di quello d’avventura, poi, scorrono lungo tutta la storia del genere umano e attraverso ogni contrada. Seguendo, così, l'opera dei grandi autori, ci troviamo a percorrere in lungo ed in largo l'intero pianeta, muovendoci, contemporaneamente attraverso tutte le epoche della storia.

           Chi è nato prima della comparsa della televisione e del successivo dominio totalizzante del piccolo schermo, trovava nei grandi cinemaromanzi (così venivano chiamati i lunghi racconti a fumetti, in uno dei più famosi giornali dell’epoca “il Vittorioso”), l’unica, o quasi, fonte di informazione, sulle innumerevoli vicende storiche, che si erano dipanate ai quattro angoli del pianeta


          Erano predominanti, naturalmente, i grandi avvenimenti storici (si pensi alla 2a guerra mondiale, agli eventi dell'età romana, specialmente se connessi al Cristianesimo), così come, a livello "geografico", c'era una particolare predilezione per il continente americano, inteso fondamentalmente come Nord America, stante il predominio, nelle storie disegnate, del west e della sua conquista. Ma c'era, anche, un altro aspetto nella letteratura a strisce che colpiva (e che interessava in modo particolare chi scrive): molte avventure avevano come sfondo, quella che si potrebbe definire la "storia alla periferia”: fatti, vicende collocate in Paesi lontani, più o meno sconosciuti (sia le vicende, sia i Paesi) ai più. E non è che oggi, in una situazione di piena copertura mediatica dell'intero globo, siano tanti coloro che hanno occasione di "incontrare" storie "alla periferia", che abbiano, cioè, come soggetto, ad esempio, il genocidio degli indios ad opera degli argentini, l'effimero dominio di Walker in Guatemala o le lotte contro gli shogun della famiglia Tokugawa nel Giappone del XVIII secolo. Di molti di questi fatti si leggeva nei fumetti del periodo d'oro della letteratura a strisce italiana ed i ragazzi di allora hanno ancora negli occhi le divise verdi dei rangers, che si muovono attraverso le foreste nordamericane alla ricerca del passaggio di nord-ovest, mentre le edizioni Disney presentavano le selvagge contrade dello Yokon e del Klondíke.

      Tutto questo ad introduzione dell'omaggio che intendiamo tributare a quello che consideriamo essere stato uno dei più grandi artisti del fumetto internazionale (oltre che italiano), Franco Caprioli, le cui storie hanno spaziato dal Dakota alle isole del Pacifico, dall'Africa al Giappone, dall'Egitto all’India, dal Rio Grande del Sud alle foreste della Siberia.

Una premessa

           La produzione di Franco Caprioli, in tanti anni di attività, è stata amplissima e certamente non è riducibile ad un intervento, per quanto ampio esso possa essere. In questo nostro contributo, pertanto, ci poniamo dei limiti, dettati dall'impossibilità di affrontare tutti gli spazi e tutte le epoche che un artista come Caprioli ha trattato.

          Non ci occuperemo, anche, se non a livello di accenni, delle specifiche caratteristiche del suo linguaggio (il famoso pointillismo, tanto per fare un riferimento) e dei contenuti delle storie, se non in quanto aderenti al discorso che intendiamo portare avanti. Una decisione, obbligata e contemporaneamente parziale, legata alle scelte (che per molti ovviamente risulteranno opinabili) personali di chi scrive. Ciò che intendiamo proporre ai lettori è il percorso artistico di Franco Caprioli, nella specificità di tempi e dei luoghi, da lui scelti come "ambiente" e sfondo alle sue storie.

Naturalmente non siamo in grado di presentare tutti questi tempi e tutti questi luoghi, perché avremmo dovuto tenere presente tutta la sua produzione, perché non c'è racconto suo che non sia incardinato in un tempo ben determinato (ricordiamo come nei racconti di Caprioli, il lettore sia sempre tenuto accuratamente informato in ordine al contesto storico, anche con  richiami a date significative) e che non abbia per sfondo ambienti e paesaggi significativamente rappresentati.                                         

Sono state prese in considerazione alcune storie, piuttosto che altre; ripetiamo che la scelta è di esclusiva responsabilità dello scrivente, che si è mosso, avendo come riferimento i suoi ricordi (non c'è evidentemente un criterio oggettivo, quando la memoria, predilige, ad esempio, "I pescatori di perle", piuttosto che altri racconti[1]) ed il materiale più facilmente reperibile. Non era possibile fare altrimenti e ce ne scusiamo.

        Aggiungiamo che le storie vengono presentate a prescindere dall'ordine cronologico con il quale sono comparse.

  Spazio e tempo attraverso Franco Caprioli

 L'Africa (dell'era fascista): "Gino e Piero"

         L'esordio di Caprioli avviene con un racconto di mare, un mare di casa, con "Gino e Pìero", che prende il via con il n. 1 de "il Vittorioso" del 1937. Una storia in piena atmosfera fascista, con i nemici che sono la "ciurma comunista” di una carboniera ed il loro truce capo, e con le prime di quelle tempeste, che torneranno con regolarità in tutte le storie illustrate dal "nostro". Ma, comunque, si scivola nell'esotismo, perché Gino e Piero finiscono in Algeria, con Caprioli che dipinge accampamenti e carovane di tuaregh, agguati di predoni e guerra tra le sabbie, per finire poi a Tripoli. Dalla capitale libica, in aereo verso quella che allora era chiamata Africa Orientale Italiana, ed ecco che cambia lo sfondo alle avventure di Gino e Piero, alle prese con i guerrieri Galla e gli scenari etiopici. Le capanne misere dei nativi, l'immancabile missionario e considerazioni sull'infantilismo dei "negri" e sulla bontà dei colonizzatori italiani ("Perché mai la gente del villaggio che abbiamo lasciato, preferisce vivere in quel luogo arido, invece di venirsene qui? Pure non è molto distante", osserva Piero. "Perché sono conservatori e hanno scarsa iniziativa - replica Gino - I loro nonni han vissuto e sono morti là e così faran loro, finché ... gli italiani non riusciranno a convincerli del contrario. Han bisogno di essere spronati e guidati”[2] . In Africa, con Gino e Piero, Caprioli rimarrà tra elefanti inferociti (belle le prime vignette de "Gli ultimi predoni del Sidamo", una nuova storia che parte dal n. 21 de "il Vittorioso" del 1938), attacchi di leoni, predoni abissini, truppe cammellate italiane, ricerche archeologiche di un'improbabile città egizia, che custodirebbe il tesoro di un Faraone. Per poi passare dall'A.O.I. al Mar Rosso, con precise connotazione geografiche: stretto di Bab-el-Mandeb e isola di Hanish, tra tempeste che inabissano golette e predoni locali (Un dramma sul Mar Rosso", "il Vittorioso", n. 34 del 1938).

  

Un capitano di 15 anni

Se c’è un libro di Verne che permette a Caprioli di cogliere in un unico racconto tutti gli elementi che hanno reso famosa la sua arte, questo è certamente “Un Capitano di 15 anni”, ottimamente sceneggiato da Nizzi. Partiamo subito con un vascello a vela, il “Pilgrim” (la didascalia recita: “ brigantino a palo americano”), che compare in tutta la sua bellezza nella prima vignetta (aperta) della prima tavola e che si chiude con l’immagine della coffa. Una carta (seconda vignetta) ci dice già che viaggeremo da Auckland a Valparaiso, attraverso l’amato Pacifico, delle isole e dei “kanaki”. I vari personaggi sono trattati con un sapiente gioco di inquadrature, con i primi piani che danno spazio all’ormai onnipresente pointillismo. Il brigantino è una nave addetta alla caccia alla balena e non dovremo attendere molto per incontrare il cetaceo; il tentativo di arpionarlo e la reazione dell’animale ci danno forse le più tre belle tavole del racconto (9a, 10a, 11a). Non poteva mancare la classica tempesta che getta i “nostri” in una terra sconosciuta (bellissima l’immagine del “Pilgrim” che si arena vicino alla riva), che si rivelerà essere la costa africana dell’Angola, che Caprioli ci descrive superbamente. La 23a tavola (che è introdotta da una bella e grande vignetta che ci mostra una rudimentale portantina che trasporta un ferito) ci presenta animali della savana, un temporale, un termitaio dove trovano rifugio i nostri avventurosi naufraghi; in quella successiva, all’ultima vignetta, irrompono “i selvaggi”, che nelle fattezze sembrano rimandare ai celebri “kanaki di Matarewa”. In questo caso sono al servizio degli schiavisti arabi e dei due “vilain”, che nel racconto giocano il ruolo dei malvagi di turno. La 31a tavola è dedicata al re dei selvaggi (“ … un uomo che il vizio dell’alcool ha portato prematuramente all’estremo limite della decrepitezza”) ed alla sua scalcinata corte. Le vicende della storia portano il capitano di 15 anni in altre aree di quel territorio, la qual cosa permette a Caprioli di dipingere canoe, fiumi, villaggi palafitticoli e cascate, prima che il racconto si concluda con la sconfitta (e morte) dei malvagi e l’immancabile lieto fine.

 L'Asia

 I pescatori di perle (testo di Roudolph).  Ceylon. 1600

"Ceylon è l'isola che ha cento attributi.  E' detta "l'isola delle palme", "La perla delle Indie".  Primo a darne notizia, Marco Polo. I portoghesi vi sbarcarono nel 1505 con Almeida e ne furono gli audaci colonizzatori. Francesco Saverio la evangelizzò. Ai portoghesi la tolsero gli olandesi nel 1654, espugnando la fortezza di Colombo, ma a loro volta essi la dovettero cederla agli inglesi. Sotto un cielo perennemente limpido, a Ceylon fiorisce l'estate perpetua... Ma Ceylon è soprattutto famosa per le sue perle ... ". E' forse questo, tra i tanti cineromanzi illustrati da Caprioli, quello che più di tutti, ha un suo specifico valore, per quanto concerne il tema trattato (il testo è di Rudolph). Il racconto procede tra accurate descrizioni della pesca e del processo di formazione della perla[3]  e informazioni sul monopolio portoghese statale della pesca delle perle, cui si contrappone la richiesta di una sorta di libero mercato richiesto dagli Olandesi (della Compagnia delle Indie Olandesi, che qui è rappresentata dal perfido Van Jesselton), perché in quel momento storico non sono la potenza dominante nell’area. Qua e là, nel corso del racconto, compaiono citazioni di luoghi, dalla capitale dell’impero coloniale portoghese (Goa, in India) a Jafna, città del nord di Ceyon, ora nota perché epicentro della ribellione tamil.

        Non sappiamo molto degli abitanti di Ceylon; in un caso si fa un accenno a loro sciocche superstizioni, ma quello che importa è che, fondamentalmente, fanno i pescatori di perle, al servizio dei portoghesi e che hanno un capo, che si chiama Otaru (che è fedelissimo al Portogallo). Otaru ha imparato ad apprezzare la rettitudine e la tenacia dei due residenti portoghesi (Manrico Villegas governatore portoghese di Ceylon e Perez Amary, sovraintendente alla pesca delle perle), coprotagonisti della vicenda, accanto al traditore Veragua, uno spocchioso nobile che vuole fare rapidamente carriera.

          Villegas, il governatore, firma una concessione di pesca a favore della potenza rivale (un’azione che può essere giudicata come alto tradimento) per liberare il traditore Veragua che si era finto prigioniero degli olandesi, che simulano la sua impiccagione.  Una volta che la cosa viene risaputa, i due portoghesi vengono, così,  processati dal Viceré di Goa, ma sono salvati da Otaru che, venuto a sapere, da un olandese fatto prigioniero, dei raggiri di Veragua, interviene con i suoi uomini e fa prigioniero lo stesso Viceré. La vicenda assume connotati tipicamente neocolonialisti: "E sarò io a giudicare tutti, per il diritto che Dio mi ha dato facendomi nascere su questa terra che é mia! ... Quando uomini forti e generosi come Perez e Manrico vennero qui, fui io il primo a chiedere di servirli!  Fecero sorgere villaggi … là dov’erano poche e misere capanne ... sollevarono le tristissime condizioni dei pescatori di perle, sfruttati dai mercanti arabi e persiani, e vissero in mezzo a noi di duro lavoro, fedeli sempre alla loro gloriosa bandiera! ... Colombo é in mano delle mie genti! Il vascello è ormai in mio potere! ... Potrei farvi incatenare e cacciare da Ceylon! ... ora vi rimetto tutti in libertà…, eccetto Veragua il traditore! A Ceylon resteranno sempre Manrico Villegas e Perez Amary; ad essi io ho giurato fedeltà… e per essi io resterò sempre il suddito leale della grande nazione portoghese!”. La notizia dell’assoluzione di Perez e di Vallegas e la riconferma di questo ultimo a governatore di Ceylon corrono rapide per l'isola, provocando scene di gioia fra i nativi, mentre  portoghesi e singalesi attaccano gli olandesi, cacciandoli da Ceylon.

  

Il Giappone

 “Il mio cuore è una spada”, del 1970, rappresenta una rara incursione di Caprioli nel lontano Giappone (del secolo XVIII, al tempo dello shogunato) Il protagonista è un mercante che, in quanto tale, è agli ultimi posti della scala sociale, ma che si schiera dalla parte di un principe, che è finito vittima dei complotti di un alto dignitario dello shogun e che ha scelto di morire facendo karakiri. Le avventure in cui il mercante si trova coinvolto, permettono a Caprioli di illustrare le fogge dei samurai, i contadini al lavoro nei campi di riso, le battaglie, le avventure con i briganti (la 6a tavola è eccellente con la sua rappresentazione delle arti marziali, usate da un nobile samurai per difendere il fedele mercante), le giunche, gli edifici in legno dei piccoli villaggi. Particolarmente ricca è la 10a tavola, nella quale si staglia in particolare il colore giallo (delle casacche dei guerrieri, delle pagode sullo sfondo, degli ornamenti delle capigliature delle donne), in un contrasto sapientemente articolato dei colori.

         In un racconto estremamente variegato, in cui le tavole sono strutturate con un alto numero di riquadri, in cui eccellono i piani piuttosto che i campi, qua e là spuntano squarci ambientali, in vignette di maggior respiro: l’entrata di una casa, in quinta, sullo sfondo un ponte su uno specchio d’acqua, in lontananza alberi ed una pagoda, figure femminili in primo piano (sempre il color giallo che domina nelle tuniche), cavalli lanciati al galoppo (in quinta, a sinistra il muso di un destriero), i ronin “rivestiti nelle loro fantastiche armature”. Poi l’esplosione delle immagini in vignette ampie nella terzultima e penultima tavola, per lo scontro finale tra i fedeli del principe morto e gli uomini del ciambellano dello shogun responsabile di quel misfatto.

     L'India

          E' con "Kim. il piccolo amico" ("il Vittorioso", n. 19/1950) che Caprioli

disegna il continente indiano, a partire da Lahore, dove vive il ragazzo, fino a Benares, la meta finale del pellegrinaggio del lama che cerca il fiume dove il Buddha scagliò la sua freccia. Già nel Museo di Lahore, Caprioli ci presenta stupende statue del Buddha, poi le immagini dei diversi siti indiani, gli accampamenti militari, rendendo, contemporaneamente con estrema perizia l'atmosfera dell'India coloniale inglese e delle trame dei servizi segreti (l'amico di Kim, un afgano mercante di cavalli, altro non è che un agente segreto al servizio degli inglesi). Coinvolto nelle vicende del suo personaggio, Caprioli eccelle anche nel dipingere le figure umane con cui quello viene in contatto, dal lama, al mercante afgano e agli ufficiali inglesi che, avendo scoperto che Kim è un inglese, lo vogliono educare come un suddito di Sua Maestà.  Fuggito dal collegio, ansioso di passare le vacanze in libertà, raggiunge il suo "amico" afgano e con lui (non senza aver fatto arrestare due cospiratori) si avvia verso le montagne, che compaiono, per la prima volta, in una stupenda vignetta dell'11a tavola.                         Direttamente ingaggiato dal servizio segreto inglese, Kim viene addestrato da un fmto mago (anche questi agente segreto) ed ecco che Caprioli ci presenta le maschere e i manichini paurosi, che costituiscono l'armamentario (o meglio la “copertura”) del mago. Durante le vacanze Kim, ormai impegnato nel "Grande Gioco", viaggia per l'India. Ed ecco Luknow, Kim vestito da lama o che trasforma un compagno in una sorta di fakiro, i paesaggi del nord (dove si aggirano emissari di una potenza europea che ha mire sull'India), l'Himalaya, con i suoi picchi, le sue vallate ed i suoi abitanti (eccellente, tra le tante, la 9a tavola del 2° episodio, "Il grande gioco")

 Cina, Mar Cinese del Sud, Indonesia

 I fanti di Picche.  Cina. Immediatamente dopo la seconda guerra mondiale

          Siamo in Cina, uno dei più affascinanti Paesi del globo. La guerra (la seconda guerra mondiale) è da poco passata su Fun-Cen. E gli abitanti, con la tranquilla indifferenza che caratterizza gli asiatici, son tornati ai propri pacifici lavori e ai loro traffici (così ci si presenta il quadro generale). Scontata la trama (che richiama in certo qual modo precedenti esperienze dello stesso Caprioli): un pittore italiano, tale Stefano Gioberti, incontra un’affascinante fanciulla, Danielle; incidente d'auto, furto di documenti relativi ad una scoperta di un non meglio identificato raggio disintegratore. Entra in gioco una setta (la setta misteriosa è un elemento ricorrente nei cineromanzi dell’epoca), in questo caso, dei "Fanti di picche", con rapimenti e lotta contro un’altra associazione misteriosa, i “Draghi Verdi”.

Le atmosfere sono da intrigo, con una bella rappresentazione dei luoghi frequentati dai residenti bianchi e con tanto di “british club”. Qui si rivede (sembra di ritornare alle prime storie del Pacifico), si fa per dire, l’elemento erotico, un raffinato e sottile erotismo, con la bella Danielle, che appare più discinta di quanto non lo richiedano le situazioni.

 Nel mar Cinese del Sud. La tigre di Sumatra. Sumatra (Indonesia).  Immediatamente dopo la seconda guerra mondiale

Nuove imprese dei "Fanti di Picche", con il mare che la fa da protagonista (e con uno dei suoi “abitanti” più ricorrenti nelle storie a fumetti: la piovra).

Ci sono ancora gli olandesi; è appena terminata la 2a guerra mondiale, ma  l'Indonesia non ha ancora conquistato l'indipendenza.  Si accenna a non meglio identificati di ribelli borneani, ma non sembrano esserci rapporti con il movimento nazionalista antiolandese, che investiva allora le isole più popolate, Giava, Sumatra, e le Molucche[4]. Sukarno e l’indipendenza indonesiana non c’entrano assolutamente; siamo in un racconto di pura avventura, che si estende nel cineromanzo successivo. Lo ricordiamo, in particolare, per le belle raffigurazioni dei templi buddisti e della giungla, con i suoi animali ed i suoi villaggi.

 

Il Pacifico.  Isole del Pacifico

Fra i kanaki di Matarewa. L’Isola Giovedi, L'isola Tabù

E’ proprio qui, in queste che sono state tra le prime storie disegnate da Caprioli, che il paesaggio, gioca un suo specifico ruolo. Ne troviamo una conferma formale nella prefazione all'albo che l'Editore Conti ha ristampato e che è dedicato ai primi due cinemaromanzi. Si legge che Caprioli li avrebbe ideati e realizzati tra un richiamo alle armi ed un altro (tra il 1939 ed il 1941) e che nelle scene che ci presenta sembra quasi che voglia tradurre il suo desiderio di vivere in un mondo finalmente libero dalle guerre, laddove i panorami del Pacifico stanno a simboleggiare la serenità della pace.  Ed è per questo che non vale la pena dare eccessivo peso alla debolezza della trama; quello che importa é lasciarsi trascinare dalla bellezza dei quadri ambientali che Caprioli dipinge.  Lo stesso potremmo dire dell'Isola Tabù, dove abbiamo sempre due giovani, un ragazzo e la figlia di un capitano alle prese con i malvagi di turno.

Trame sempre esili, ma con tutti i richiami  classici all'avventura: ecco uno scorcio di Papetee, il quartiere del porto, con le sue povere capanne e l'immancabile taverna, con annessa rissa. Alla terza tavola incontriamo Matarewa, che non è un atollo pianeggiante, ma un'isola aspra, di natura vulcanica. Non manca, però, la laguna, alla quale si accede attraverso un vero e proprio fiordo; subito facciamo conoscenza con gli indigeni, superbamente rappresentati e con il loro modo di vivere: un piccolo capolavoro è l’immagine della tipica canoa a bilanciere.  E' su questi disegni che abbiamo sognato, noi che non avevamo a disposizione la televisione o i videogiochi e poco ci importava, in fondo, di una storia che vedeva un farabutto imprigionare un capitano, per farsi rivelare la posizione di un'isola, dove dovevano essere abbondanti le ostriche perlifere.  E di nuovo ci ritroviamo di fronte al classico topos dell'avventura nei Mari del Sud: la pesca delle perle, che aveva fatto la sua comparsa in quel bel racconto storico, di cui abbiamo già scritto, che è "I pescatori di perle", appunto.

Le vicende ruotano attorno ad un protagonista, sempre un giovane italiano[5]; siamo nel Pacifico e la ricerca di un'isola porta inevitabilmente ad incontrarne delle altre, con i loro animali, le loro piante e le loro popolazioni. Sono bellissime le tavole in cui Caprioli descrive lo sbarco nell'Isola di Giovedì, la spiaggia con le palme lussureggianti che si protendono sul bagnasciuga, poi gli animali, dalla balena alla piovra (non c'è storia di mare in cui non se ne incontri una, magari, in cui non ci sia un'epica lotta di qualcuno contro questo "mostro" marino), il babirussa (un suino originario, ci dice una appoggiatura, della Melanesia che si trova, però, anche nelle isole più meridionali del Pacifico: e noi, a cercare Melanesia e Polinesia, sull'atlante). 

          La descrizione della vegetazione è puntuale: le palme da cocco, le felci, la canna da zucchero, le susine e le mele selvatiche, per finire con il celeberrimo albero del pane. Abbondano le didascalie a spiegare la formazione degli atolli e non mancano i riferimenti ai luoghi reali (a parte Papetee, si accenna ad una missione di Aukland, nella Nuova Zelanda).

Gli oceani non conoscono solo la calma ed inevitabilmente le navi che vi si avventurano incontrano la tempesta, la signora dei racconti di mare, di cui forse Caprioli è il massimo pittore; qui le sue tavole raggiungono il massimo dell'espressività.

Né poteva mancare all'appello un altro classico dell'avventura nel Pacifico, l'incontro con il mistero dei moai (con tutte le ipotesi di antichi regni o di sbarchi di alieni) che qui si trovano anche in isole altre da quella di Pasqua.  Gli indigeni sono dipinti mirabilmente, nelle danze, nelle battaglie, nella loro vita quotidiana (la Casa dei Canti). Occorre, poi, rilevare come curatissirna sia la resa delle ragazze protagoniste, Maya o Frances, splendide fanciulle, a volte dipinte in pose languide o abbastanza svestite (per quei tempi, naturalmente), trattate con un personalissimo pointillismo, a ricordare che c'era anche un Caprioli che lasciava intravedere una sua propensione per un delicato e raffinato erotismo.

 

L'isola misteriosa

Prettamente geografico, con riferimenti spaziali che saranno conosciuti dopo un oculato esperimento che individua longitudine e latitudine dell'isola che sarà al centro della storia, in stretta connessione con il racconto di Verne, di cui opera una splendida riduzione a fumetti, è "L'isola misteriosa”, uno dei più bei racconti di Caprioli.

Com'è noto, la vicenda ha una sua chiara collocazione temporale, il 1865, quando, durante la Guerra di Secessione americana, cinque prigionieri nordisti (in fondo più internati che prigionieri, dato che circolano liberamente per la città assediata dalle truppe dell'Unione), evadono da Richmond (Virginia) e finiscono, dopo un viaggio su un pallone aerostatico, in un'isola misteriosa. Naturalmente sarà una tempesta ad "abbattere" il pallone e a gettarli sull'isola, ciò che permette a Caprioli di offrirci stupende tavole, come la quarta, quando vediamo i "nostri" letteralmente scaraventati sugli scogli. Non è certamente il caso di entrare nel merito della storia (egregiamente sceneggiata da Claudio Nizzi), perché quello che ci attira sono le immagini che dell'isola e delle attività dei "nostri" ci fornisce Caprioli: il bosco dove raccolgono legna, il rifugio tra le rocce, i volatili che diventano la loro cena, il monte che domina l'isola, gli animali (capibara, foche, pinguini, lepri, tartarughe giganti, mufloni).  Caprioli disegna con accuratezza gli strumenti (con una serie di immagini precise nei particolari) con i quali i naufraghi organizzano la loro vita nell'isola. Riescono, praticamente, a fare tutto: a fondere i metalli, a fabbricare nitroglicerina e mattoni, a costruire carrucole e nuovi rifugi, candele e mobili, ponti, canoe e navi (con tanto di disegno che ne illustra la nomenclatura), ad improvvisarsi agricoltori, con annesso mulino per ottenere la farina da panificare. Con estrema cura, Caprioli dipinge le diverse fasi della costruzione, "commenta” con i suoi disegni tutti i dettagli, tutti gli oggetti, tutti gli strumenti, che combinati con le didascalie, fanno de "L’Isola Misteriosa" un prezioso saggio geoscientifico.

          Ma quelle che ci colpiscono maggiormente sono le tavole di esplorazione dell'isola: la caverna (30a tavola) sotto il vecchio sbocco del lago, la 40a in cui si descrive il percorso del fiume "Mercy", quelle dedicate alle battaglie in mare con i pirati e quelle che descrivono il rifugio sottomarino del Capitano Nemo (tavole 74 e 75), per chiudere con le ultime due (tavole 79a ed 80a) che illustrano l'esplosione dell'isola.

  

Il tesoro di Tahorai-Tìki Tabù

Dedicato all'epopea della caccia alla balena, il cineromanzo è ambientato nel 1835 ed immediatamente inquadrato da una carta che individua l'area d'azione nel Pacifico, nel "triangolo" compreso tra l'isola di Tahiti, le isole Cook e le isole Tubai. Le prime quattro tavole sono tra il meglio che la rappresentazione fumettistica abbia mai dedicato alla caccia alla balena (con rapidi cambi di prospettiva e di inquadratura, le evoluzioni dei cetacei, le lance in mare, il lancio del rampone, la morte della balena colpita) e si concludono con una stupenda immagine di uno scorcio dell'albero maestro, con gli uomini che ne riducono l'alberatura. Poi, in linea con lo schema narrativo di tutti questi racconti di mare, due tavole che illustrano la tempesta (con il pointillinismo che segna le grandi onde), due ragazzi in mare, Gino e Franco, che si trasformano, come sempre accade, in naufraghi, che le onde gettano in un'isola sconosciuta, dove troviamo, di nuovo, i "maoi"[6]. Incontro con il "Robinson Crusoe" di turno, un americano, anch'egli naufrago, che li rende edotti della situazione e del fatto che nell'area (non tanto sull'isola) si muovono i kanaki e pirati: nell'11a tavola bellissime immagini della laguna, con la solita canoa con il bilanciere e la capanna di Victor (l'americano), con una palma "in quinta", a tutto vignetta. Nuovi e bei disegni nelle tavole seguenti (di nuovo la laguna in una vignetta che occupa quasi tutta la 12a tavola), con le consuete "incursioni" sui dettagli e sui particolari: gli animali di Victor, un paguro, un cespo di banane "in quinta”[7], una piccola piramide, un "maoi".  Di nuovo protagoniste le canoe a bilanciere nella 14a tavola, poi tre tavole in cui dominano due gruppi di guerrieri kanaki, che si scontrano sulla spiaggia (bellissimo il capo Talifatau, il viso completamente tatuato). I nostri intervengono in difesa del gruppo più debole e lieto fine della vicenda, cui seguirà un'esplorazione dell'isola, alla ricerca di un tesoro, che vi si celerebbe (22a tavola). Poi si giunge ad una sorta di tempio (23a tavola) e successivamente alla cripta del tesoro: bellissima immagine di un idolo di fattura precolombiana, con didascalie esplicative (secondo la consuetudine di questi racconti che sembrava si ponessero anche il fine di istruire: " ... lungo le pareti, su zoccoli di pietra, stanno sei mummie su posizione rannicchiata secondo l'antico rito peruviano … Si tratta dei corpi di alcuni capi “chimu”, che più di 1500 anni fa, per sfuggire agli Incas conquistatori delle loro terre, presero il mare alla ventura, con le loro tribù …”). E rappresentazioni di oggetti funebri e ninnoli vari. Il tentativo di lasciare l’isola con un’imbarcazione costruita dai tre, fa intervenire di nuovo il mare con le sue tempeste, uomo in mare, salvataggio, incontro con i pirati, abbordaggio di questi ultimi ad uno yacht, nuove tempeste e un lieto fine, amareggiato dalla morte del vecchio amico Victor.

 

Il Mediterraneo. I falchi del mare

        Se pur meno frequentato, perché a noi “vicino” (ed in quanto tale privo del fascino dell’esotico) anche il Mediterraneo è spazio per le avventure illustrate di Caprioli, ovviamente nelle sue propaggini africane, prima e più facile uscita verso quel “lontano” che tanto affascinava (affascina ancora?) i giovani lettori. Ne “I falchi del mare” il punto di partenza è un mare “locale”, il mar Tirreno, che si apre con il molo di Anzio, con le onde che battono il lido e le paranze dei pescatori ormeggiate, al riparo dalla tempesta.

        Tutta la storia (i testi sono di Atamante) sembra muoversi lungo i sentieri di una grande metafora, che assume, poi, concretamente, le sembianze di sottomarini che, di tanto, in tanto, fanno la loro minacciosa apparizione: la guerra fredda, con le sue battaglie segrete di spie, che qui assumono le sembianze di vere e proprie sette (ancora!): i “Falchi Neri” e gli “Azzurri”. Nella storia, di cui sono protagonisti due ragazzi, Mino e Dario, i Falchi” sono il male, mentre gli “Azzurri” rappresentano il bene (se facessimo riferimento alla storia “segreta” del nostro Paese, quella che ci verrebbe in mente, è “Gladio”, la struttura segreta, in funzione anticomunista). Già è molto se i “Falchi” sono neri, invece che “rossi”!

        Il racconto deve molto a Caprioli, quando, lasciate le scogliere del Tirreno, immerge i suoi lettori nelle atmosfere africane del Cairo, laddove dipinge, con la consueta perizia, personaggi (i “nakuda”, ad esempio, i piloti dei sambuchi del Nilo) e paesaggi (dai vicoli della capitale egiziana, alle tende dei nomadi del deserto). Eccellenti le tavole in cui descrive il sito di Sidi el Malek (7a), le contrade a monte della diga di Assuan (12a), l’oasi di Arfa (13a) el il Nilo (18a).

 

 

L’America. Dakota Jim

        L’ambiente, questa volta, sono i territori del nord-ovest americano e gli anni sono quelli della fine dell’epopea del west: il 1890. Le azioni del protagonista, tale Dakota Jim, ci permettono di “scorrere” nelle “selvagge vallate dell’alto Missouri”: canoe travolte da rapide (l’acqua è sempre agitata in Caprioli), boschi di conifere, picchi maestosi, città di “frontiera”, in un contesto narrativo che vede il solito prepotente (una tipica figura della narrativa western), questa volta nei panni di un titolare di miniere, che si impadronisce, con la prepotenza, dei vari ranch vicini alle sue proprietà, per assicurarsi della continuità dei filoni.

        Vittima dei suoi soprusi sarà anche una famiglia di onesti contadini, che aveva allevato un giovane indiano, che Dakota Jim aveva avuto occasione di salvare, sin dalle prime battute del cineromanzo. Morirà presto di crepacuore il capo di quella sfortunata famiglia (a seguito degli “attentati” del losco proprietario delle miniere) ed il ranch sarà rilevato alla vedova (un classico, lo abbiamo ritrovato anche in Tex) dal prepotente. Qui non ci sono il mare e le tempeste, ma ci sono i cavalli (che dominano nella 9a tavola) e gli scenari della montagna. Il racconto tende, però, più ad articolarsi sul "parlato" e le vignette sono, in genere, piccole e simmetriche tra di loro. Dakota Jim si muove con l'amico indiano, “Orso del Sentiero", in un sodalizio che ricorda quello di Lone Ranger, si batte in favore della di lui famiglia "adottiva" e protegge la giovane ragazza (la figlia), che, frattanto, per varie vicissitudini è diventata proprietaria di una miniera d'oro, ambita, ancora una volta, dallo stesso prepotente che aveva spogliato lei e la madre del ranch. Il malvivente non ce la fa questa volta e finisce arrestato, assicurando il lieto fine ad un racconto che è considerato "minore" nella produzione di Caprioli, ma che comunque gli ha permesso di fare un incursione negli ambienti montani, in analogia a "L'Ussaro della Morte".

 

Attraverso il tempo

 Roma imperiale: Aquila Maris

 E' sul numero 33 del 19 agosto 1951 che inizia quello che, in copertina, viene definito, un "grande cineromanzo storico": Aquila Maris. Non c'è dubbio che non sia un capolavoro in senso assoluto; sceneggiato da E. Belloni, le prime due tavole ci presentano uno squarcio della Roma imperiale al tempo di Nerone, che in una appoggiatura introduttiva, così viene descritta: "... Il lusso e la cupidigia hanno corrotto la città. I tempi gloriosi di Scipione e di Cesare sono tramontati da un pezzo ... Orazio e Virgilio non sono che cenere. Siamo nell'anno 64 e dopo una immagine di Nerone, con l'immancabile cetra in mano, ecco il Circo, gremito di popolani ed i gladiatori (che entrano dalla porta detta "Sanavinaria", ci dice una dotta didascalia), tutti i personaggi con il volto segnato da un cenno di "puntillismo". Il protagonista è un ceto Fulvio dei Luceri, un "questore classico" (un ufficiale della marina da guerra), proscritto da Nerone, perché coinvolto in un piano per rovesciare l’Imperatore. Fulvio cerca la fidanzata Marcella, ma ecco che alla quarta tavola, si presenta la "vera" protagonista del cineromanzo, l’"Aquila Maris", una stupenda bireme, già comandata da Fulvio, con la quale si era sottratto all'arresto, diventando, di fatto un ribelle ed un pirata. Ora il "nostro" si reca dalla madre, che, ovviamente è diventata cristiana e non vuole sentire le parole di odio che il figlio proferisce nei confronti di un ex amico, Caio Sistilio, che sta tentando anche di strappargli la fidanzata. Al di là della storia, a noi interessano gli ambienti che Caprioli illustra, seguendo Fulvio, che si muove per Roma (gli squarci della Suburra e del Palatino), in fuga per sfuggire all'arresto, il porto fluviale, le barche ed i pescatori. La dodicesima tavola è eccezionale e descrive l'incendio di Roma, con i cavalli che corrono all'impazzata lungo le vie lastricate della città, i leoni sfuggiti dal circo che, terrorizzati, si muovono tra i fuggiaschi, le fiamme che divorano i palazzi e le statue che sembrano pallidi fantasmi e, a chiusura Nerone, che canta con la sua cetra. Fulvio riesce a recuperare la madre, che tanto influisce sul suo comportamento, che lascerà liberi dei pescatori (ingaggiati da un traditore, prezzolato da Caio Sistilio, che lo segue continuamente), che avevano tentato di catturarlo, allettati dalla taglia che pesa sul suo capo. Poi, finalmente, Fulvio riesce a raggiungere la sua "Aquila Maris", che lo attende alla fonda in una piccola insenatura, presso il Circeo; e qui, in grandi immagini, alle tavole 17 e 18, possiamo ammirare, di nuovo, la stupenda bireme. Non manca una piccola tempesta, mentre Caprioli si diverte, in piccole ma preziose vignette, ad illustrarci strumenti e situazioni della vita sul mare, ai tempi di Roma: i "remiges" che remano sotto la sferza dell'aguzzino e il “corvo”per l’abbordaggio. Poi di nuovo in terraferma, nella villa di Caio Sistilio, dove troviamo, praticamente prigioniera, la bellissima, Marcella, che Fulvio, sbarcato nottetempo, libererà. Tallonato dalle navi che danno la caccia all"'Aquila Maris", Fulvio sfuggirà, ancora una volta alla cattura e finirà in un villaggio di poveri pescatori (" ... villaggio, che è costituito da poche case di stile punico aggruppate ad un antichissimo "nuraghe"), ciò che permette a Caprioli di dare ancora una volta una prova della sua arte. Arriveranno dei barbari, di stirpe celtica, con la loro tipica nave del nord: c’è un saccheggio e qui possiamo ammirare una vignetta che richiama la deposizione del Caravaggio. I predoni fanno prigioniero Fulvio e lo caricano sulla loro nave, ma ecco riapparire l"Aquila Maris" e il "nostro" viene salvato; Fulvio libera il capo dei predoni e prova la gioia del perdono. Poi un'escursione a Tagaste in Numidia (dove si trova Marcella, la fidanzata) dà l'occasione a Caprioli di dipingere scenari orientali. Il finale è quello che ci si aspetta, con Fulvio che apprende che anche sua madre è morta martire, gettata, in quanto cristiana, nel circo in pasto alle belve. Conversione di Fulvio, che libera gli schiavi al remo, distribuisce le sue ricchezze e dà alle fiamme la superba "Aquila Maris" "... il simbolo dell'odio, della vendetta, di un mondo che tu vuoi rinnegare", gli mormora, accanto, Marcella.

 

Il medioevo

           Con "Le rose tra le torri" ("il Vittorioso" , 8/1946), siamo m Italia, vicino ad Orte e la vicenda narra la storia di un ragazzo, Arriguccio, che diventa paggio di Ser Guido, l'uomo di fiducia del signore del castello. Nei volti dei vari personaggi, compare il "puntillismo"; belle le scene e le atmosfere di notte, con il castello nero sullo sfondo (quando il paggio svolge un’oscura commissione per Ser Guido) e la rappresentazione dei momenti di vita nel castello. Ingiustamente scacciato come ladruncolo, Arriguccio vaga per la campagna ed i lettori possono ammirarla assieme alla stupenda rappresentazione dei pastori-banditi che lo accolgono e con i quali vivrà per anni (piccoli capolavori l'8a e la 9a tavola, laddove  il  nostro" salva da un "bufalotto" la nipote del signore del castello, da dove era stato, tanti anni prima, scacciato). Come salvatore della fanciulla, Cannuccia, Arriguccio rientra nel castello (con intenti di vendetta nei confronti di Ser Guido), poi ritorna da chi l'aveva accolto da ragazzo e con questi medita un colpo. Questi andirvieni danno a Caprioli l'occasione di dipingere campagne e grotte, figure di banditi, variamente agghindati (bellissima la 1a vignetta della 15a tavola) e feste signorili. Nel terzo episodio entra in gioco San Francesco: quindi bellissime immagini di Assisi. Il racconto si mette a seguire le vicende di San Francesco e di Santa Chiara, per concludersi con la ricomparsa di Arriguccio, che salva Vannuccia da uno strepitoso incidente ad una carrozza (reso efficacemente nella 21a tavola), un intervento che è un preludio al loro matrimonio.

 

 L'ottocento

 

Haiti

 Il racconto ("Cuori nella tempesta", "il Vittorioso", n. 38/1945) prende le mosse dal decreto della Rivoluzione francese che aboliva la schiavitù e che non venne riconosciuto dai francesi residenti in Haiti. I rapporti tra un benevolente medico francese e il suo vecchio servitore Eustachio ci permettono di avere un'idea sulle, problematiche del colonialismo, con il negro che afferma essere i suoi simili uomini sì, ma con meno cervello dei bianchi e bisognosi dell’aiuto di questi ultimi ("... perché noi essere come bambini ... "), ma quello che importa sono le immagini con cui Caprioli rende i due personaggi, gli ambienti dei coloni francesi ed i negri successivamente in rivolta.  Alla 6a puntata compare il mare ed un'imbarcazione che accoglie i protagonisti della storia, un giovane marinaio, Raul, Elena, la figlia del "buon" dottore ed altri amici di famiglia.. Il mare significa isole, il soggetto preferito di Caprioli ed ecco che si arriva all'Isola dei Gabbiani, con i suoi picchi rocciosi, la vegetazione lussureggiante e le noci da cocco. In questo ambiente di favola, Caprioli eccelle anche nella rappresentazione degli interni (magari di misere capanne), delle figure umane (vedi l'11a, la 12a e la 13a tavola) e dei centri urbani (in questo caso di Santo Domingo, con le case distrutte dei possidenti francesi). La storia volge al suo finale, con i vari protagonisti che si liberano e si incontrano, sempre sullo sfondo di una natura lussureggiante nella cui rappresentazione Caprioli dà il meglio di se stesso. In un intermezzo, prima della fine, si ritrovano tutti, momentaneamente prigionieri su un brigantino pirata, che incappa nella consueta tempesta.

  

L'Ungheria

 "L'Ussaro della morte", scritto da Roudolph, è uno dei più bei cineromanzi storici, ambientati nel vecchio continente. Siamo sulla linea dei racconti antiaustriaci, con riferimento al Risorgimento, che di tanto in tanto spuntavano nei nostri giornali per ragazzi[8]; in questo caso però l'attenzione è spostata verso l'Ungheria, in rivolta contro l'Austria.  Dopo tutto non è che i ragazzi sapessero molto di questo tentativo rivoluzionario dei magiari ed in certo qual modo il racconto avrà contribuito a colmare anche lacune di carattere storico. Di non facile interpretazione, invece, dal punto di vista geografico, dato che tutta la storia si impernia sulla resistenza degli ungheresi sui Monti Tatra. Caprioli illustra con belle immagini castelli montani, capanne di montanari, gole profonde, con una resa eccezionale dei costumi della regione. Ma i Monti Tatra sono nell'attuale Slovacchia, al confine con la Polonia; al tempo in cui Rudolph scriveva erano nella Repubblica Cecoslovacca. Quella catena montuosa era però compresa in quella parte dell'Impero austro-ungarico, che con il Compromesso del 1867 si chiamò Ungheria, e solo in tal senso possiamo ambientare resistenze magiare nei confronti degli austriaci sui Monti Tatra. La storia, un po' debole, ruota attorno ad un giovane nobile, discendente da una casata che aveva oppresso i montanari, che fatica a conquistare la loro fiducia, fino a quando si trasforma in un combattente solitario, che compare ovunque ci sia un sopruso da combattere. La nascita della leggenda dell’Ussaro e lo slargarsi del campo di battaglia, permette a Caprioli di sopperire alle debolezze della trama con stupende tavole: la morte e l'Ussaro (n. 5), la pusta (n. 15), i conventi, le scene di vita contadina, come quando compare la "Csarda di Kalpuyar", una grande abitazione adibita ad osteria campestre, che diventa centro di grandissime fiere. Dalla montagna e dalla pusta alla città, a Budapest, laddove Caprioli, il disegnatore del mare e della natura, eccelle dipingendo, questa volta, gli agglomerati urbani.

 

La Russia 

         Ancora una volta con Roudolph autore della riduzione, Caprioli che si cimenta con Jules Verne, con “Michele Strogoff, il corriere dello zar”. Notissima la storia, osserviamo in prima istanza i disegni, con i quali Caprioli introduce il racconto nel volume delle Edizioni Paoline del 1974: belle le figure  dei regnanti e della gente del popolo, degli animali e dei soldati e tra questi i tartari, i volti di tutti segnati dal consueto pointillismo.

         Qui non c’è il mare, se non “quello verde” delle foreste della Siberia, ma la grandezza di Caprioli balza immediatamente di fronte al lettore, già nella 2a tavola, con la raffigurazione, a metà tavola ed in primo piano, di un cavaliere tartaro, lanciato al galoppo, cui fa da contrappunto la tavola che segue, quasi tutta ripiena di primissimi piani, ad illustrare il dialogo tra lo zar ed i suoi generali. Michele Streogoff entra in campo alla 4a tavola, in una splendida uniforme, dai colori vivacissimi (giallo, verde, nero e rosso e marron), piano intero e piano americano. Poi il lungo viaggio, i volti delle persone che il corriere incontra (ed è noto come il “nostro” sia abilissimo nella loro raffigurazione). Il paesaggio degli Urali, con il temporale che fa le veci della tempesta sul mare e con la carrozza che si rovescia, al posto della nave che finisce contro gli scogli. Un orso fa la sua apparizione alla 12a ed alla 13a tavola, in tutta la sua potenza; poi ci sono i fiumi e i cavalli lanciati al galoppo. Cambia il paesaggio; alle montagne subentrano le paludi, ai villaggi le itsba ed infine l’accampamento dei tartari, dove finirà recluso il “nostro” corriere. Drammatica l’immagine con la quale Caprioli illustra l’”accecamento” di Michele Strogoff, primissimo piano del volto rovesciato del corriere e della scimitarra arroventata.

         Ma è pur sempre nelle ambientazioni che Caprioli mostra la sua bravura, si che si tratti di natura, sia che si tratti di uomini: la zattera lungo il fiume tra i ghiacci che si stanno sciogliendo, una battaglia con i lupi, nella neve (31a e 32a tavola), lo scontro decisivo con i tartari, il cavallo che disarciona, uccidendolo, il loro capo.

 

Il mare

          C’è poi, per concludere, una serie di racconti brevi nei quali, al di là degli specifici riferimenti geografici, l’elemento dominante ed esclusivo è il mare, qualunque tipo di mare.

         Prendiamo in esame qualcuno di questi racconti.

         “Otto giorni su una zattera” (da un racconto di Mark Twain, ridotto da Renata Geraldini), inizia con la descrizione di un naufragio, in mezzo all’Atlantico (questa è la collocazione spaziale) e con una bella immagine di un’onda increspata. Alla quarta tavola, mentre in una vignetta si mostra in primo piano uno squalo a fauci spalancate, compare, in tutta la sua imponenza il veliero che raccoglierà i naufragi; il salvataggio avverrà di notte, ciò che permette a Caprioli di giocare con il contrasto della luce e del buio.

         “I corsari del Rio Grande del Sud” (dalle memorie di Giuseppe Garibaldi, con adattamento ancora di Renata Geraldini) è, anch’esso, un racconto breve di 12 tavole. La storia vede Garibaldi lottare per la Repubblica del Rio Grande del Sud (contro il Brasile) ed impadronirsi di una nave passeggeri, con la quale intende portare avanti la sua lotta. Sfuggito all’attacco di due barche armate di uruguaiani, l’imbarcazione di Garibaldi (ribattezzata “Farropilha”) risale il fiume Paranà e riesce a sfuggire alla caccia dei nemici. La lotta riprende impari, da una parte i suoi lancioni armati  e dall’altra la flotta imperiale brasiliana (quanti ricordano o sanno che a quei tempi il Brasile era un Impero?). Con belle vignette Caprioli ci fa ammirare la Lagoa dos Patos, nel Rio Grande del Sud, il trasporto delle barche via terra, su due enormi carri trainati da duecento buoi, per sfuggire ad un imbottigliamento nella laguna, poi l’inevitabile tempesta che inabisserà il suo lancione, una volta guadagnato l’Oceano Atlantico. Nella penultima tavola, i naufraghi che a fatica raggiungono la riva, i gabbiani che volano in alto nel cielo nero, le rocce a picco sul mare. Poi il lieto fine.

         “Una discesa nel Maelstrom” (da un racconto di Edgar Allan Poe, ridotto da Alfredo Castelli), sembra una serie di fotogrammi del gorgo fatale. Inizia con l’immagine (una vignetta aperta che riempie quasi totalmente la tavola) del vortice, che ritorna, seguendo il racconto  del protagonista, di nuovo alla 3a tavola (di nuovo una vignetta gigante), per mantenersi nelle successive (per una storia di complessive 6 tavole). Significativa, tra le altre, la 5° tavola, dominata dal color verde, a significare l’orrore dell’abisso liquido.

 


 

[1] 

 Ci sono delle immagini che si fermano e si consolidano nella memoria.  In chi scrive, ad esempio, restano indelebili, tra le tante (per uscire dal mondo di Caprioli), le scene dell'eruzione dei Vesuvio, disegnate da Ferrari per "il Vittorioso" o la capanna dell'eremita, lungo il fiume, a cui Qui, Quo, Qua venderanno l'organo a vapore, in una delle più belle storie di Barks.

 

[2]  Come se i colonizzatori, ovunque e sempre, non si fossero impadroniti delle terre migliori, scacciandone i nativi! Qui si sfiora il ridicolo; sono i colonizzatori che devono convincere i nativi a trasferirsi nelle terre migliori! Ma il finale contraddice un po' quanto si era andati sostenendo. I “nostri” giungono finalmente alla meta e incontrano il padre di Gino, che, con orgoglio, mostra al figlio e a Piero i suoi possedimenti con un: "Questo è vostro. Noi abbiamo versato il sangue e duramente sofferto per conquistare alla patria queste terre abbandonate e incolte. A voi, ora, il compito di valorizzarle e di difenderle, voi che siete le forze giovani della nostra bella Italia".

 

[3]  E’ tipica de “il Vittorioso”, questa propensione per le didascalie che commentano e arricchiscono il racconto.

[4]  Alle Molucche c’era anche una spinta autonomistica, dovuta al fatto che la popolazione era in maggioranza cristiana (in un'area totalmente musulmana, com’è l’Indonesia). Una situazione di scontri interreligiosi, tra cristiani e musulmani, che si è ripresentata in questi anni, dopo la caduta del regime di Suharto.

[5]  Costretti a cercare l’esotico per attirare i lettori, non si poteva, però, fare a meno, di accondiscendere alla retorica del regime; lontano sì, ma sempre con eroi italiani!

[6] "Tali monumenti, millenari, sono frequenti nella Polinesia, dall'isola di Pasqua alle Gilbert", recita la didascalia.

[7] Una didascalia ci informa sulle risorse alimentari dell'isola: "I pasti di Victor sono quanto mai frugali e poca è la fatica che gli costa procacciarseli: noci di cocco, banane, taro (una specie di patata), e frutti dell'albero del pane (artocarpus) che, con grande delusione di Gino non somigliano punto a panini belli e pronti, bensì a piccoli poponi, richiedenti una speciale manipolazione e cottura, avanti di mangiarli.  Nell'isola abbondano anche capre, porkers e colombi, ma Victor non mangia quasi mai carne ... )

[8]  Non troppo frequenti, in verità (vedi il nostro precedente articolo “Il risorgimento a fumetti”, “Il fumetto”, XII, 2003, 48).

 

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