7 febbraio 2005

 

AUSCHWITZ

 

         Avevo già letto, su una rivista specializzata, di “Auschwitz”, un fumetto francese di Pascal Croci, tradotto e distribuito in Italia da una piccola editrice di Genova, il Melangolo. Ordinato via Internet il volume mi è pervenuto a pochi giorni di distanza da “IL GIORNO DELLA MEMORIA”, la data che in tutto il mondo ricorda l’anniversario della liberazione del campo di Auschwitz. Di qui una lettura in un contesto che non poteva essere più coinvolgente.

 

 

 

        

Con immediatezza occorre dire che “Auschwitz” di Pascal Croci (Emmanuel Proust Editions, 7 rue d’Assas, 75006 Paris) è un capolavoro, che richiama, in quanto a tema, il celeberrimo Maus di Spiegelman. Qui, a differenza di “Maus”, dove le vittime dell’olocausto sono rappresentate nelle vesti di topi e gli aguzzini nazisti in quelli di gatti, il disegno è realista, assolutamente in bianco e nero, senza alcuna indulgenza verso un qualsivoglia estetismo. Scrive espressamente l’autore: “Je voulais un rendu realiste en noir et blanc, sans effets de style. Mon premier souci, plus que la reconstitution historique, a été d’éviter tout voyeurisme …”. In bianco e nero, abbiamo scritto: in verità, forse anche perché siamo coinvolti psicologicamente da ciò che vediamo e da ciò che leggiamo (alla 12° tavola un internato spiega ad un nuovo arrivato che quelli che vede volteggiare non sono fiocchi di neve, ma cenere), è il grigio quello che ci appare dominante, il grigio della cenere, appunto. Il disegno è lineare, secco, non indulge ai tondi ed alle sinuosità; i volti sono emaciati, con evidenti riferimenti all’iconografia del cinema espressionista tedesco, laddove compare il volto del Nosferatu di Murnau, a conclusione di un delirante discorso di un ufficiale nazista, che parla di “Combattre la peste juive! Les anéantir tous! Sans exception!”). In questo desolante deserto iconografico, si stagliano le figure femminili, con i loro occhi, grandi, immensi, profondi, come quelli di Cessia o della giovane che si ribella nelle prime battute del libro.

Colpiscono, nella loro crudezza, le tavole dedicate all’osceno lavoro affidato ai Sonderkommando, gli internati ebrei che erano incaricati di estrarre dalle camere a gas i cadaveri dei compagni. Sembra di leggere un brano di Gradowski, Des voix sous la cendre”: “ … Bisogna indurire i cuori, soffocare qualsiasi sensibilità. Smussare ogni sensazione dolorosa … Si tira, si estraggono a forza i cadaveri da questa matassa, chi per un piede, l’altro per una mano, come viene meglio. Sembra che stiano per smembrarsi, tanto vengono stiracchiati in tutte le direzioni. Si trascina il cadavere sul pavimento di cemento gelido e macchiato e il suo bel corpo d’alabastro levigato spazza via tutta la sporcizia, tutta la frangia lungo il passaggio. Si afferra il cadavere insozzato e lo si stende fuori, con la faccia rivolta verso l’alto. Due occhi gelidi ti fissano, come per chiederti: “Che cosa farai di me, fratello?” Più di una volta rivedi qualcuno che conosci, con il quale hai trascorso un po’ di tempo prima che entrasse nella tomba …”[1].  Il dramma si aggiunge al dramma, quando il padre, nel Sonderkommando, trova la figlia “miracolosamente” vivente, laddove l’autore si è riferito ad un fatto realmente accaduto, quando, una giovane sfuggì a quella morte: il suo volto era schiacciato e rivolto al suolo ed il gas zyklon B non aveva agito in quell’ambiente umido[2].    

Profondamente venato di pessimismo, con i sopravissuti che ricordano la gioia dei polacchi quando passavano i treni piombati che li portavano ad Auschwitz, che auspicano un mondo in cui si possa odiare in pace (“Ne pourrait-on pas se hair en paix?”) e che finiranno fucilati, travolti dalla follia dell’ex Jugoslavia, la storia di Pascal Croci è anche un esemplare libro di testo, tra l’altro arricchito da 9 pagine di commento articolato in cui l’autore racconta del suo lavoro, dei testimoni che ha incontrato, delle fonti che lo hanno guidato. Una vera e propria opera pedagogica e Paci ci dice come abbia risposto alle domande che una bambina di 11 anni, che aveva già letto “Maus” e che continuamente gli poneva domande in merito ai suoi disegni. E conclude: “Il est nécessaire d’éduquer, de raconter les choses sérieusement pour que ça ne recommence pas. C’est pouquoi j’ai conçu cet album, pour qu’il soit lu aussi bien par les adultes que par les enfants”.

Chi scrive lavora nella scuola da una vita ed è pienamente d’accordo con quanto sostiene Paci; il suo “Auschwitz” dovrebbe entrare in tutte le aule scolastiche e non ci sarebbe nemmeno l’ostacolo della lingua, per chi con conosce il francese, perché tutto è giocato su un linguaggio essenziale che, con l’intuizione e qualche aiuto dell’insegnante, è alla comprensione di tutti[3].

 


 

[1] La citazione è presa da Zalmen Gradowski, L’ultimo diario di un kapò di Auschwitz, in “Liberazione”, 27.01.05, che riprende, a sua volta, la traduzione del testo di Gradowski pubblicata sull’ultimo numero del settimanale francese “L’Express”.

[2] Come nella storia a fumetti, nella realtà gli ufficiali tedeschi non seppero cosa fare, per un lungo interminabile quarto d’ora, decidendosi, poi, ad uccidere la ragazza con un colpo alla nuca, per timore che raccontasse quello che aveva visto (i nazisti non lasciavano testimoni; anche i membri dei Sonderkommando erano eliminati a tempi prestabiliti e continuamente rimpiazzati).

[3]  A livello di lingua, il pensiero va alle tesi di Bernard Cassen, che auspica ed ipotizza (ne “Le Monde Diplomatique, Un monde poliglotte pour échapper à la dictature de l’anglais”), per le lingue “romane”, uno statuto mondiale “de cohypercentralité avec l’anglais” se gli Stati di lingua “romana” prendessero la decisione di promuovere insieme nei loro sistemi educativi rispettivi dei metodi d’apprendimento dell’intercomprensione.

 

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