6 marzo 2007

Dario Ghelfi

 

Inés della anima mia

  

         Nell’Enciclopedia Wikipedia (versione in lingua castigliana) si legge che Inés de Suarez, nasce in Plasencia-Spagna e conosce all’età di 19 anni, il suo primo marito, Juan de Málaga, una sorta di avventuriero, espertissimo nelle arti amatorie, che l’abbandonà per recarsi nel Nuovo Mondo. Si imbarca, anche lei, per le Indie nel 1537, in cerca del marito (che sarebbe morto in Perù, al servizio dei Pizzarro) e a Cuzco conosce Pedro de Valdivia, maestro di campo di Pizarro e poi conquistatore del Cile. E’ amore e passione al primo incontro e nell’avventura cilena Inés si mostrerà insostituibile, trovando acqua in mezzo al deserto, vigilando gli indios del seguito (una sorta di schiavi-ascari, chiamati yanaconas) e salvando la vita al suo amante, che avrebbe dovuto essere vittima di un complotto. Si distinse, poi, per la sua attività frenetica ed efficiente, volta ad organizzare la città che stava nascendo, passando contemporaneamente dagli impegni di tipo pratico, quali la cura della casa e dell’orto, la preparazione del cibo, l’allevamento degli animali domestici ed in particolare dei cavalli, alla più impegnativa cura dei feriti, in cui eccelleva. Il momento di maggior gloria lo ebbe nella difesa della appena fondata città di Santiago, quando, stretti ormai i difensori ad un estremo ridotto, spada alla mano, decapitò otto cacicchi tenuti in ostaggio, lanciando le loro testa sui mapuche avanzanti, che, presi dal terrore, fuggirono.

 

 

 

 

Quando la Chiesa pone a Pedro di Valdivia, che nel frattempo aveva aiutato il rappresentante del Re in Perù a sconfiggere Pizarro, il problema della sua situazione illegale di convivenza con Inés  (avendo egli, seppur insipida, una sposa legittima in Spagna), il nostro appassionato (di Inés) conquistador, non si dà cura di suggerire egli stesso la soluzione al problema, rompendo con la sua amante ed invitandola a convolare a nozze (il che le avrebbe, altresì, permesso di rimanere in Cile). Le farebbe avere, tramite un compiacente sacerdote, compagno dell’avventura cilena, anche un elenco di possibili candidati, ma Inés, sbollita la rabbia e la furia per essere stata lasciata come una scarpa vecchia (sono parole sue), lei che aveva salvato la spedizione trovando l’acqua nel deserto di Acatama e Santiago dall’assalto degli indios, si sposa il luogotenente di Pedro, Rodrigo de Quiroga, che l’amava in silenzio da anni. Rodrigo sarà poi nominato Governatore del Cile ed Inés si ritroverà di nuovo ad esserne la Governatrice, e questa volta legalmente, e a Santiago morirà  a settant’anni, onorata e riverita.

Con una punta di malizia, Inés nota che Pedro aveva rimpiazzato lei, una donna ancora piacente, ma di quarant’anni, “con due di venti”: infatti il conquistador del Cile si era messo a convivere con due spagnole, una signora e la sua domestica, con le quali sembrava condividesse contemporaneamnete il letto. Si diceva , infatti, che la signora avesse istruito la sua domestica “per compiere a letto le piroette che lei non aveva lo stomaco di fare. Se era vero, mi domando, in quali vizi avessero invischiato Pedro, che era un uomo dalla sensualità sana e diretta ...”, lo stesso Pedro che aveva avuto con la moglie, un’esperienza amorosa a dir poco snervante. La giovanissima moglie, infatti “ … Ignorava completamente cosa sarebbe successo la prima notte di matrimonio … Il suo corredo comprendeva diverse camicie da notte di batista, lunghe fino alle caviglie e chiuse al collo e ai polsi con nastri di raso, provviste, sulla parte anteriore, di un occhiello a forma di croce. Non le era venuto in mente di domandare a cosa servisse quell’apertura e nessuno le aveva spiegato che grazie ad essa sarebbe venuta in contatto con le parti intime del marito. Non aveva mai visto un uomo nudo e credeva che la differenza tra maschi e femmine consistesse nella peluria sul viso e nel timbro della voce. Quando al buio sentì il respiro di Pedro e le sue grandi mani tastare tra le pieghe della sua camicia in cerca del meraviglioso occhiello ricamato, lo respinse con la caparbietà di una mula …”.

         Isabel Allende scrive di aver studiato, per più di quattro anni, libri e documenti sulla storia di Inés e di averne trascritto semplicemente la storia (che qui è presentata come un’autobiografia che Inés lascia ai posteri: Isabel Allende, Inés dell’anima mia, Milano, Feltrinelli, 2006), arricchendola solo con la sua immaginazione, per porgere un’omaggio, ad una donna eccezionale, simbolo delle tante donne che hanno compiuto imprese formibadili  nella loro vita e che sono state in seguito dimenticate dalla storia (scritta dagli uomini).

         Perché Inés è stata veramente una donna eccezionale ed incredibilmente moderna, anche misurata con il metro di oggi. Una donna bella, affascinante, contemporaneamente indipendente e capace di dare tutta se stessa all’uomo che ama, e tutti gli uomini che la ebbero come amante o moglie a lei dovettero tutte le loro fortune e caddero, comunque, quando si allontanarono da lei.

        

 

 

 

 

         Inés é una giovane senza inibizioni (aveva sperimentato, tra l’altro, al meglio, la passione amorosa con il primo marito, insupeabile come amante), bellissima, audace, tanto da affrontare con piglio ed energia un’impresa da far tremare i polsi: una donna sola che si imbarca e si avventura nel Nuovo Mondo, percorso da conquistadores e da avventurieri, tutti in cerca di oro e di ricchezze (e a corto di donne bianche). Quanto succede è narrato con disinvoltura da una scrittrice che  indulge all’ironia, richiamando i toni del romanzo picaresco spagnolo, tanto che anche i fatti più orribili e tragici sono quasi sempre resi con un linguaggio disincantato e leggero.

         Lo cogliamo immediatamente, dallo stesso incipit: “ … venni alla luce dopo la carestia e la pestilenza che devastarono la Spagna alla morte di Filippo il Bello. Non credo fosse stata la morte del re a provocare la peste, come diceva la gente vedendo passare il corto funebre che lasciava dietro di sé, sospeso nell’aria, un odore di mandorle amare, ma non si può mai dire … La Regina Giovanna, ancora giovane e bella, percorse in lungo e in largo la Castiglia per oltre due anni portandosoi appresso quel feretro che apriva di tanto in tanto per baciare le labbra del marito, nella speranza che resuscitasse. A dispetto degli unguenti dell’imbalsamatore, il Bello puzzava …”

Lo possiamo leggere in diversi modi, “Inés dell’anima mia”: un libro d’amore e di passione, un libro di avventura e, anche, uno spietato atto di accusa contro quello che altro non è stato che un vero e proprio genocidio degli spagnoli nei confronti degli indios e del popolo mapuche, in particolare. Inés, che pure, lo abbiamo visto, ha mozzato il capo a otto cacicchi mapuche ostaggi, nel corso dell’assedio di Santiago, gettandone le teste contro gli assalitori, ha grande ammirazione per il coraggio degli indios e, di volta in volta, non esita a raccontare, raccapricciata, gli eccidi e gli orrori di cui sono stati vittime.

Ritorna spesso nei suoi ricordi la figura dell’amico di Pedro di Valdivia, quel Francisco de Aguirre, che al Nord massacrava gli uomini, mettendosi poi d’impegno ad ingravidare le donne, per ripopolare il territorio, mentre lei stessa è testimone delle efferatezze che accadono nel corso della spedizione in Cile. Quando gli spagnoli (per gli indios, virachocas) scoprono una spia dell’Inca: “ …Don Benito chiese a Valdivia il permesso per interrogarlo. I neri lo torturarono a fuoco lento … Per sfuggire alla morte il messaggero aveva ammesso di venire dal Perù con la consegna per gli indigeni del Cile di impedire l’avanzata dei virachocas … Dopo la confessione terminarono di arrostirlo sul rogo perché fosse da monito …” . Un testimone del precedente tentativo di conquista del Cile da parte di Diego de Almagro, racconta: “Quando venni con don Diego da Almagro, gli indios cileni non solo ci riservarono dimostrazioni d’amicizia, ma ci consegnarono anche il tributo in oro che spettava al sovrano inca, dal momento che sapevano che era stato sconfitto. Insoddisfatto e sospettoso, l’adelantado li convocò a una riunione con allettanti promesse e, non appena si fu guadagnato la loro fiducia, ci diede l’ordine di attaccarli. Molti morirono nello scontro, ma catturammo trenta cacicchi, che legammo a dei pali e che poi bruciammo vivi …”. E ancora, durante l’ultima avventura di Pedro nel sud: “Stando alle notizie che arrivarono a Santiago, Valdivia catturò all’incirca trecento prigionieri … e ordinò di torturarli: tagliarono loro la mano destra con un colpo d’ascia e il naso con un coltello, mentre alcuni soldati costringevano i prigionieri a sistemare il braccio su un ceppo, sul quale gli aguzzini neri assestavano il colpo d’ascia, altri cauterizzavano i moncherini immergendoli in sego bollente, così che le vittime non morissero e potessero essere di monito alle loro tribù. Più in là, altri ancora mutilavano le facce dei poveri mapuche. Vennero riempiti canestri di mani e nasi mentre il sangue inzuppava la terra …”. I mapuche, che prima dell’arrivo degli spagnoli, non conoscevano l’inganno e la tortura, si inebrieranno di odio nei confronti degli spagnoli. Alla fine, agli ordini  di un capo prestigioso, Felipe-Lautaro (che era vissuto, da giovanissimo, anni presso gli spagnoli, per impararne usi e costumi e tecniche di combattimento), sconfiggeranno Pedro di Valdivia e praticamente se lo mangeranno arrosto vivo, affettandolo per tre giorni, finché la morte non lo liberò. Ed anche nei confronti di quel giovane capo, Inés, che sogna Pedro che muore invocandola, mostra la stessa ammirazione che continuamente non ha mancato di riservare al suo indomito e fiero popolo.

 

 

 

 

 

 

 

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