6 gennaio 2003

Dario Ghelfi

GLOBALIZZAZIONE (AMERICANA) E STATO NAZIONALE

 

Non si contano più gli interventi sulle riviste e sui quotidiani sulle problematiche indotte e legate al fenomeno della globalizzazione post 1991 (ci piace definirla così, perché la globalizzazione come fenomeno di supremazia del capitalismo delle multinazionali, sostanzialmente legato all’unica superpotenza rimasta, si afferma e diventa invasiva a partire dalla caduta del bipolarismo, conseguente alla scomparsa dell’Unione Sovietica). Le librerie sono piene di saggi sull’argomento.

Ha senso, dunque, scriverne ancora e da parte di chi non fa parte degli addetti ai lavori?

Sì, quando, sia pure con estrema modestia, si voglia dare spazio ai pensieri in libertà del comune cittadino.

I referenti primi dei nostri pensieri in libertà sono "Le Monde Diplomatique" (e in particolare gli articoli di apertura della rivista di Ignacio Ramonet) e i "maitres à penser" dei movimenti.

Siamo con loro d’accordo quando sostengono che la proliferazione di stati che ha coperto in questi ultimi 10 anni lo spazio geopolitico mondiale é legata al fatto che le nuove e le vecchie entità statuali sono in funzione di interessi di frazioni del capitale mondiale, intrattenendo tra di loro relazioni segnate da rapporti di forza economici, diplomatici e militari, che ne disegnano la gerarchia. L’economia tende a diventare transnazionale (c’è un dominio, a livello planetario, di macro-gruppi economici, le multinazionali, sostanzialmente di collocazione statunitense o europea/giapponese), ciò che permette anche l’esistenza di microstati, che non avrebbero mai potuto vedere la luce nel XIX ed nel XX secolo, quando un’entità statuale aveva bisogno, per esistere, di un ampio retroterra di tipo spaziale, a garanzia dello sviluppo e del mantenimento di un’economia autonoma.

In un contesto planetario dominato governato dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale, dall’Organizzazione Mondiale del Commercio e vigilato dalla NATO, dall’OCSDE (nonché dall’esercito USA), possono trovare il loro spazio anche i piccoli Paesi (il locale parallelamente al globale), tanto più facilmente controllabili e utilizzabili nelle istanze sovranazionali (1).

Quella che è entrata in crisi é l’idea di Stato-Nazione, così come si era affermata nel corso dei secoli passati. Lo Stato appare incapace di regolare e di pianificare; non potendo assicurare la coerenza e l’autosufficienza dell’apparato produttivo nazionale, gli Stati altro non possono che favorire l’emergere di oligopoli nazionali, in grado di operare sul mercato mondiale ed organizzare il ripiegamento o la scomparsa di quella parte del capitale nazionale che è incapace di operare nella nuova situazione (2): Da parte loro la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale impongono i loro programmi di adeguamento strutturale alle diverse economie degli Stati nazionali.

Ricordiamo, poi, come le nostre siano democrazie rappresentative, in cui assume un’importanza rilevante il sistema di organizzazione del consenso (attraverso il possesso del denaro ed il controllo dei mass media(3)), ai fini di dirigere il sentimento popolare, in occasione degli unici momenti in cui il cittadino veramente esprime la propria volontà, quello delle elezioni. A ciò si aggiunga un sistema elettorale come quello uninominale, che mette in crisi la partecipazione, con il risultato che nelle "democrazie elettorali" la percentuale dei votanti ormai tende continuamente al basso(4) (è ormai, una minoranza, nelle elezioni non nazionali: si vedano anche le ultime elezioni provinciali, in Italia).

I governi eletti con così scarsa legittimazione elettorale si trovano a gestire uno Stato che è sottoposto a profondi cambiamenti; da una parte, in tutta una serie di settori, si affermano apparati sovranazionali, infranazionali e locali (vedi la regionalizzazione di certe attività economiche), in opposizione ad un centralismo statuale, che, per contro, si rafforza nell’ambito del controllo interno.

Non possiamo non riconoscere, con I.Ramonet come, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la violenza di riferimento socio-politico, non è mai stata così debole come oggi, dopo la scomparsa di quasi tutte le guerriglie (uniche eccezioni la Columbia e il Nepal), altro significato avendo le guerre in Africa e l’islamismo radicale. Di contro, le ineguaglianze, ovunque, hanno assunto dimensioni inedite e rivoltanti, con metà dell’umanità che vive in una situazione di povertà, con un terzo nella miseria, 800 milioni di malnutriti, un miliardo di analfabeti, un miliardo e mezzo senza acqua potabile, 2 miliardi senza elettricità, tanto da far porre a Lula, nuovo presidente del Brasile, come obiettivo da raggiungere, l’assicurare tre pasti al giorno ad ogni brasiliano!

Queste ineguaglianze si traducono in violenza sociale, spesso di poveri contro poveri, in delinquenza ed in criminalità, per cui sempre più viene chiesto allo Stato di investire quote rilevanti del proprio PIB per proteggere i propri cittadini (e non solo, in senso stretto i più ricchi(5)), potenziando i settori della repressione e del controllo. Varrebbe la pena ricordare come questa situazione non sia esclusiva dei Paesi dell’America Latina o dei cosiddetti Paesi del Sud del mondo, con le loro immense e disperate megalopoli, ma investa i Paesi industrializzati. Gli Stati Uniti, a fronte di una popolazione complessiva di 286 milioni, ne hanno una carceraria di poco inferiore ai due milioni di persone, circa lo 0,70% (con i più poveri a pagare il prezzo più alto, dato che i neri detenuti sono quasi 900.00, nonostante costituiscano solo il 13% della popolazione stessa). "la Repubblica", il 5.01.03 (su fonte finlandese), ritornava su questi dati, pubblicando una scheda, secondo la quale il numero dei detenuti era pari a 657 /°°°°, ciò che significa lo 0,65% della popolazione (più o meno la stessa percentuale). Se ai quasi due milioni di persone che si trovano fisicamente dietro le sbarre, sommiamo una popolazione di oltre 4 milioni che è in libertà vigilata o libera sulla parola, in pratica abbiamo quasi sei milioni di cittadini americani (2,09% sul totale)(6) che ha a che fare con il sistema detentivo statunitense(7).

Se a questo aggiungiamo il clima che gli eventi dell’11 settembre 2001 hanno innestato, laddove, in nome della lotta al terrorismo, ogni critica è vista con sospetto, ci rendiamo conto di quanto possano essere concrete le minacce alla democrazia (basterebbe rammentare il corpo giuridico posto in essere negli Stati Uniti, in particolare avverso ai cittadini stranieri; la cosa, purtroppo, non concerne solo quel Paese).

Dunque è pericoloso criticare questo tipo di globalizzazione (non quella dei diritti, di cui non si parla quasi mai). E, in questo contesto, che ruolo si vorrebbe avesse quello Stato nazionale che ha visto cadere molti dei suoi apparati e delle sue funzioni, ma che ha visto crescere i suoi poteri di controllo?

Convinti come siamo che gli scrittori utilizzino il linguaggio più comprensibile, rispondiamo con le parole di un’autrice che amiamo, quella Arundathi Roy, di cui abbiamo recentemente recensito "Il dio delle piccole cose"(8): " … Nel villaggio globale la rivolta civile sta per esplodere. In paesi come l’Argentina, il Brasile, il Messico, la Bolivia e l’India, crescono i movimenti contro la globalizzazione economica. Per contenerli i governi stanno rafforzando il loro controllo. I contestatori vengono bollati come terroristi e trattati come tali. Ma rivolta civile non significa solo marce, manifestazioni e proteste contro la globalizzazione. Purtroppo significa anche una discesa verso il crimine e il caos e ogni genere di disperazione e disillusione che, come sappiamo dalla storia (e da quanto abbiamo visto con i nostri occhi), diventano gradualmente un fertile terreno di coltura per cose terribili - il nazionalismo culturale, il fanatismo religioso, il fascismo e, naturalmente, il terrorismo.

Tutte cose che vanno a braccetto con la globalizzazione. Si va diffondendo l'idea che il libero mercato spezzerà le barriere nazionali e che l'obiettivo finale della globalizzazione economica è un paradiso hippy dove il cuore sarà l'unico passaporto e noi tutti vivremo insieme felicemente dentro una canzone di John Lennon (Imagine theres no country ... ). Sciocchezze. Il libero mercato non minaccia la sovranità nazionale ma la democrazia. Mentre la differenza fra ricchi e poveri aumenta, il pugno nascosto ha un grosso lavoro da fare. Le multinazionali a caccia di accordi locali che generano profitti, enormi non possono far passare questi accordi e amministrare i loro progetti nei paesi in via di sviluppo senza l'attiva connivenza della macchina statale - la polizia, i tribunali, a volte perfino l'esercito.

Oggi la globalizzazione economica ha bisogno di una confederazione internazionale di governi leali, corrotti e preferibilmente autoritari nei paesi più poveri che approvino riforme impopolari e soffochino le sommosse. Ha bisogno di una stampa che finga di essere libera. Ha bisogno di tribunali che fingano di dispensare giustizia. Ha bisogno di bombe nucleari, di eserciti, di leggi più severe sull'immigrazione e di efficaci controlli costieri per accertarsi che siano solo i soldi, le merci, i brevetti e i servizi a essere globalizzati - non la libera circolazione delle persone, non il rispetto dei diritti umani, non i trattati internazionali sulla discriminazione razziale o sulle armi chimiche e nucleari, sulle emissioni dei gas serra, sul cambiamento del clima o, Dio non voglia, sulla giustizia"(9). C’è di che riflettere; l’importante è pensare che queste cose non sono esclusivo appannaggio dei "paesi più poveri".

 

1 - chi sostiene che la guerra contro l’Iraq avrebbe una sua legittimità se sancita dall’ONU, non viene in mente che l’Assemblea di New York è costituita dai rappresentanti dei vari Stati del mondo, grandi ma anche piccolissimi, sui quali l’influenza delle grandi potenze, e degli USA in particolare, è pesantissima? Quanto pensano sia ampio lo spazio di manovra delle microrepubbliche dei Caraibi e del Pacifico, dei vari emirati e sultanati arabi o delle Repubbliche dell’ex Unione Sovietica, dove già stazionano truppe americane?

2 - La crisi della Fiat non ci dice nulla, in questo contesto?

3 - E’ significativo come negli Stati Uniti i politici siano quasi tutti di estrazione miliardaria. Il caso italiano, poi, non è unico: note sono le situazioni del Madagascar e della Thailandia, i cui "premier" sono tra i più ricchi (se non i più ricchi) dei rispettivi Paesi.

4 - Fino a poco tempo fa, emblematico era l’esempio degli Stati Uniti, in cui, di fatto, il Presidente era eletto da poco più del 25% degli elettori (il 50-51% di quel 50% che aveva votato); oggi vediamo fallire, in sequenza, ben due elezioni presidenziali in Serbia, per mancato raggiungimento del quorum degli elettori.

5 - Ecco perché nutriamo un senso di frustrazione, in occasione dei continui fatti di sangue, cui la cronaca ci sta abituando. Siamo disarmati di fronte ai singoli avvenimenti (quando appare inutile ed assurdo dividersi tra chi si richiama, genericamente, a "colpe della società" e chi richiama le "responsabilità personali e la volontà individuale", che pur ci sono), quando, nei tempi lunghi il problema è sostanzialmente politico (la qual cosa non escluderà, evidentemente, il persistere, in ogni tipo di società, della patologia criminale).

6 - Dati contenuti nel rapporto del Dipartimento della Giustizia Usa "Prison and Jail Inmates at Midyear 2001" e precedenti.

7 - Significativo è un altro dato sulla violenza sociale. Sempre "la Repubblica", 12.01.03, scrive in relazione ai condannati a morte negli U.S.A.: " … Non ci sono assassini con reddito oltre i 100.000 dollari l’anno, nei "bracci" … In compenso ci sono 1700 neri, su 3600 nella "waiting list" nazionale, il 43 per cento dei sentenziati a morire, pur avendo gli americani di colore commesso il 25 per cento dei reati violenti …".

8 - Vedi la recensione del … in ARGENTOENO "Parole".

9 - Arundhati Roy, Guerra e potere, Frontline, riportato in "Internazionale", 459, 18 ottobre 2002.

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