6 febbraio 2007

 

Dario Ghelfi

VOLEVO LA LUNA

 

         Pietro Ingrao è stato un protagonista della storia del partito Comunista Italiano e dell’Italia. Una figura mitica, uno di quei personaggi “solidi” della nostra vita politica, a cui non siamo più abituati. Chi scrive ha aderito al P.C.I. dopo lo scioglimento del P.S.I.U.P., ma non avendo svolto una vita politica attiva (cioè da militante impegnato nelle sezioni e nelle iniziative) non ha mai avuto occasione di incontralo personalmente, di conoscerlo dal “vivo”. I miei ricordi mi rimandano un Ingrao battagliero, un combattente comunista, con l’aura di essere anche della “sinistra” del Partito (anche se allora non si parlava di schieramenti nel P.C.I.). Come sempre accade in questi casi, quando una persona la si conosce solo mediata dalla stampa, sapevo poco di Ingrao; per il lato politico pensavo ad una figura senza la minima debolezza, a qualcosa di diverso da me, che di dubbi ne avevo a non finire (la realtà dell’Unione Sovietica, la rivolta di Berlino, la Polonia di Gomulka, la “rivoluzione” magiara, per poi arrivare allo spartiacque della primavera di Praga).

         E’ appena uscita, ora, una sua autobiografia (Pietro Ingrao, Volevo la luna, Torino, Einaudi, 2006) che già nel titolo rimanda a qualcosa, di personale, di privato, di fanciullesco ed infatti si riferisce ad un’espressione, ad un capriccio di un Ingrao piccolissimo, della prima infanzia.

 

Ed è stupefacente, in particolare, la prima parte del volume di Ingrao, laddove racconta della sua prima infanzia, della sua fanciullezza e della sua giovinezza. E’ un Ingrao intimo quello che si palesa a noi e ci sono pagine che rimandano a quelle, altrettanto intime, di Rossana Rossanda, che raccontano la morte della madre. Sono parole struggenti, di un giovane, già militante comunista, che non riesce a capacitarsi, in un momento in cui il mondo intero è sconvolto da stragi immane ed orrende, della morte naturale di un singolo essere: sua madre, un evento di fronte al quale si sente completamente impotente:

 

         In tempi di massacri non sopportavo lo spegnersi di quella

         singola presenza. Forse perché era incalcolabile e misteriosa

         più delle cataste di morti che ammorbavano il continente, per

         i quali potevo dire, ecco la causa, la fonte, e credere in un

                   percorso ed in una ragione che riportasse la pace. In fondo

                   io pensavo che Hitler potesse essere abbattuto e distrutto.

                   Credevo nei salvati e in quelli che ancora si potevano salvare.

                   Potevo spiegarmi la scomparsa, la morte di amici carissimi:

                   era il prezzo; e io potevo conoscere la fonte della sciagura

                   e il nemico, e forse averlo nelle mie mani e controagire.

                   Ora invece incontravo l’arbitrio dell’evento; il prezzo

                   inaudito e improvviso che pagavo senza ragione.

 

         Ed é bella la lingua di Ingrao, che manovra con competenza le parole e dà loro luminosità e gioco di forme, forse in ricordo della sua passione per il cinema, che lo attrasse in particolare da giovane.

         Ed è “luminosa” la parola che definisce la figura di quella Laura che diventerà sua moglie. Laura percorre tutto il libro, anche quando le pagine di Ingrao sono tutte protese a descrivere le vicende politiche che agitarono il P.C.I., l’Italia ed il mondo. Laura c’è sempre, magari in qualche riga, qua e là, una sorta di coscienza vigile del marito, che non parla della sua morte, ma ne accenna con parole che sembrano scolpite nella pietra: “ Provai un dolore assai aspro quando quella sua luminosità umana mi abbandonò”!

         Laura era un intreccio di rigore e di dolcezza e non aveva esitato (è uno dei pochi momenti che suscitano il sorriso nel libro), quando il giovane Pietro aveva allungato le mani  “sul suo corpo con un gesto sconveniente”, ad allungargli “uno schiaffo sonoro sulla guancia”. Poi l’amore, il matrimonio, i figli o meglio le figlie e qui Ingrao si produce in una confessione che ci coinvolge un po’ tutti, come uomini:

 

                   Ogni tanto sentivo scattare dentro di me un chiaro rimorso.

                   Da giovane maschio reazionario – ma anche perché il

                   lavoro al giornale era assillante – non mi impicciavo quasi

                   nulla del mangiare, del comprare, del pulire, dell’aggiustare …

                   E anche per ciò che concerneva quella mia prima figlia di

                   incantevole impertinenza, non mi occupavo gran che della

                   sua cura, mentre amavo rotolarmi con lei, all’infinito,

                   nel letto, pizzicandola e sbaciuccandola.

 

         E tutto questo non impediva a Laura di leggere la realtà, spesso con maggior acume del marito e dei politici, come quando era stata molto prudente nelle previsioni dei risultati delle disastrose elezioni del 1948, quando tutti si aspettavano una vittoria del Fronte Popolare e Roma e l’Italia erano tappezzati di manifesti in cui si leggeva: “Il Fronte vince, vota per il Fronte”:

 

                   Per fortuna ebbi un forte sostegno in famiglia. Laura era stata

                   molto prudente nelle previsioni. M’aveva detto subito i suoi

                   dubbi su quel nostro manifesto. E poi aveva quell’indicatore

                   prezioso che veniva dal rapporto di ogni giorno, al mercato,

                   tra le bancarelle, nei negozi. Mi diceva: - La gente ha paura,

                   le parrocchie sono molto attive -.

 

         Poi la cronaca della storia del P.C.I. ed il lettore che ritrova, in parte, le sensazioni che gli ha già dato la lettura dell’autobiografia di Rossana Rossandra (che abbiamo recensito recentemente in queste stesse “pagine”), quando avverte che molti di quei dubbi che lo agitavano erano condivisi dai “grandi” del Partito, mentre avevamo, in molti, l’impressione che il “centro” fosse granitico e sicuro (la forza del “centralismo democratico”).

Con l’annotazione finale del riconoscimento della sconfitta che lo stesso Ingrao maturò nell’ambito del suo stesso Partito, vediamo scorrere i momenti più significativi della storia politico-sociale d’Italia (e del mondo). Le pagine dedicate al 25 luglio 1943 ed alla figura di Togliatti (sempre chiamato “quel capo”) ed alla svolta di Salerno (“E senza nemmeno un giorno di riposo (e anche, perché no? Di ascolto e consultazione della sua parte”) lanciava una proposta dirompente. Ed è uno dei pochi a ricordare, nell’ambito dell’avanzata degli alleati in Italia, la parentesi dolorosa e tragica delle marocchinate.

Poi il Cominform e la diffidenza di Ingrao che vedeva in quella politica staliniana un ostacolo alle politiche delle alleanze che il PCI perseguiva in Italia, quell’Italia così caratteristica per il “valore” dei suoi municipi e dei suoi borghi; il 1948 e l’attentato a Togliatti; l’amore del nostro protagonista per la Calabria; la legge truffa (e le assonanze con Rossana Rossanda); il Vietnam. E ancora, il XX Congresso del PCUS e l’esplosione del dissenso dall’URSS, poi Poznam e l’Ungheria; i rapporti con il mondo cattolico; la vicenda Tambroni; i metalmeccanici e l’unità dal basso, con Trentin, Carniti e Benvenuto e la fine del sindacato come cinghia di trasmissione. Per chiudere con Reggio e i “Boia chi molla”, il Cile ed il compromesso storico e l’assassinio di Moro.

 

 

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