6 aprile 2005

Dario Ghelfi

Il Giappone dei Meiji

 

“Ai tempi di Bocchan” è una saga, in 8 volumi presentata, appunto, dalla Coconino  Press di Bologna, nella collana “Maschera Gialla”, diretta da Igort, un nome conosciutissimo nel mondo del fumetto italiano ed internazionale. La serie è opera di Jiro Taniguchi (di cui è uscito, tempo fa, in Italia, il celebre “L’uomo che cammina” della Planet Manga, con una serie di storie quotidiane, che ci danno il quadro di un Giappone minimale, della vita di ogni giorno, con squarci paesaggistici che sembrano miniature) e di Natsuo Sekigawa.

Se mai ci fosse un qualche dubbio sul fatto che il fumetto é un mezzo con il quale si raccontano degli avvenimenti o si comunicano dei sentimenti, “Ai tempi di Bocchan” ne é la smentita più efficace. Alla storia disegnata è di supporto una presentazione, in ogni singolo volume:  pagine e pagine di commento sui personaggi e sul periodo storico trattato. Tutti i volumi sono presentati nell’impaginazione, alla giapponese, con apertura dalla parte opposta rispetto ai nostri libri e con i fumetti che si leggono da destra a sinistra. Fatto non comune, diremmo eccezionale, è che tutti i volumi sono arricchiti da una serie di articoli di supporto (di parecchie pagine ciascuno), che ci parlano dei personaggi trattati e del periodo storico nel cui contesto quelli si muovono.

Il primo volume è sostanzialmente di introduzione (ma, a parte una sorta di schema narrativo che corre per tutta la saga, ogni volume è a sé stante, anche se concorre a definire la serie complessiva) e racconta, con un approccio minimale alla quotidianeità del vivere, del come Soseki, il protagonista, ebbe l’idea di scrivere un romanzo dal titolo di “Bocchan” (Signorino). Questo libro segue la sua prima opera, in cui l’autore si vede come un gatto (la vita dal punto di vista di un  gatto, che critica la vita degli umani; ed è un gatto quello che compare come protagonista nelle prime tavole del volume ). Nelle ultime pagine c’è un pezzo dedicato a Natsume Kinnosuke (Koseki), che ci rende edotti della vita e delle opere di questo autore, che è considerato “una figura di estremo rilievo nella letteratura giapponese”).

Un secondo intervento è dedicato a Lefcadio Hearn, uno scrittore inglese, naturalizzatosi giapponese, che compare nella storia ed infine un saggio è dedicato al periodo Meiji, del “governo illuminato”, che ebbe inizio nel 1868, con l’ascesa al trono dell’imperatore Mutsuhito e l’abolizione dello “shogunato”, con conseguente trasformazione del Giappone in uno stato moderno.

E’ l’era Meiji che ritorna, come un continuo “leitmotiv”, in quasi ogni pagina della serie (in particolare nei volumi successivi al primo), laddove, tutte le volte che si parla di un determinato un evento, ne viene indicata la data, sempre con la didascalia “ Anno … dell’epoca Meiji”.

        Il meccanismo (che ad un primo approccio può anche apparire disturbante o pletorico, con il ricorso, quasi ossessionante, alle appoggiature che ripetono la stessa frase), alla fine diventa tutt’uno con il racconto, quasi un rafforzativo nell’epopea che Taniguchi scrive e disegna, avendo come riferimento la “rivoluzione” dei Meiji. Sembra quasi scandire, quasi fosse un indicatore temporale, il lento scorrere di quegli anni che cambiarono il volto del Giappone e ne fecero un protagonista della storia mondiale. Alla fine non ci dà più fastidio, quasi ci rassicura, come fossimo bambini di fronte ad una favola ripetuta.

        Con un disegno pulito, chiaro, che richiama, in certo qual modo, la “ligne claire” del fumetto d’expression française (Taniguchi scrive che, volendo rappresentare un’aria più pulita, trasparente, “ … ho cercato di inventarmi un modo diverso di disegnare”), il racconto procede a raccontare la storia di Soseki, i suoi problemi (la depressione, la malattia allo stomaco), la sua attività letteraria, la figura di Lefcardio Hearn. Gli stilemi si occidentalizzano, tanto che Taniguchi ci fa vedere dei giapponesi che assomigliamo fortemente agli occidentali; certamente nulla hanno della classica rappresentazione dei nipponici fatta dal fumetto occidentale. Il tutto, comunque, in un quadro estetico generale di estrema raffinatezza.

        A livello di disegno, comunque, in almeno un caso, ritroviamo la classica propensione per le iperboli, nelle quali, come ben sappiamo, si distinguono, in particolare, i fumetti erotico-pornografici (secrezioni spropositate di umori e di liquidi seminali o altro). Qui la troviamo nelle sette tavole dedicate al bacio di Raicho Hiratsura, da pagina 123 a pagina 128 del primo volume (“Il loro bacio, durato 3 minuti e mezzo, attirò lo sguardo di tutti”, recita la didascalia), nel quale il disegnatore si ferma, in tre vignette (quella di pagina 124, la occupa tutta) ad evidenziare la saliva che esce dalla bocca dei due innamorati.

         Ma torniamo all’opera nel suo insieme. Taniguchi riesce a farci vedere il Giappone del primo Novecento, i suoi paesaggi, le sue atmosfere, ciò che aiuta a rompere con una serie di stereotipi che quasi tutti noi abbiamo di popoli, di Paesi, lontani da noi a livello spaziale e temporale. Le sue immagini sono delicate, con un’attenzione anche alle cose semplici, della vita quotidiana (lo ripetiamo: ha disegnato quel piccolo capolavoro che è “L’uomo che cammina”), alla natura nei suoi aspetti “normali”. Splendida e delicata è la figura dell’albero che apre il secondo volume e altrettanto bella è l’immagine del monte Fuji (che compare nel quinto volume). Una delicatezza che non gli impedisce, poi, di dipingere, con estrema cura e precisione, le “cose meccaniche”, che abbondano nel suo lungo racconto (la nave che solca l’Oceano Indiano, del quinto volume, che sembra rievocare il Titanic, nella sua presentazione della prua che taglie le onde).

Abbiamo già detto dell’efficacia nella rappresentazione delle figure umane dal punto di vista dell’immagine (i personaggi di Tanaguchi sono quasi sempre uomini alti, robusti, a volte con barbe e baffi) e della psicologia dei personaggi (bella la sequenza degli incontri poetici, nelle prime pagine del secondo volume). Poi ci sono le cose. Gli edifici di un Giappone che si sta modernizzando; il tram e la locomotiva (con tanto di dettagli tecnici), la stazione ferroviaria, l’aula scolastica, le strade con le prime auto, i negozi specializzati che vendono penne stilografiche, le fisionomie dei volti che spesso hanno ben poco del cliché dell’orientale. Il tutto affiancato dalla descrizione degli antichi rituali della tradizione, dalla cerimonia del te’ agli incontri di judo.

Molti hanno scritto che il fumetto sempre si pone (se ne renda conto o meno l’autore) come uno specchio della realtà, della società di quel particolare periodo storico che vede la nascita della sua storia; magari potrà essere uno specchio dalle immagini deformate, che tenta di rappresentare quello che la cultura o la classe dominante di quella determinata società e di quel determinato periodo storico vuole sia rappresentato. La saga di Tanaguchi rappresenta correttamente il periodo storico che è oggetto dell’indagine degli autori, che, tra l’altro hanno scelto un approccio di difficile impatto, qual è la storia politica, veicolata dalle storie di scrittori e di poeti (in ultima analisi “Ai tempi di Bocchan” è una storia della letteratura giapponese del periodo Meiji).

E la storia politico-militare è sempre sullo sfondo, quando non entri direttamente nel racconto, come quando racconta dell’attentato mortale teso ad Harbin, in Manciuria, all’ex Ispettore Generale della Corea, nel 1910 (un anno prima della firma del trattato di annessione al Giappone della Corea, che così scompare dal panorama degli stati sovrani, per riapparirvi sono dopo la seconda guerra mondiale).

O come quando si parla dell’affermazione del capitalismo giapponese che

“ … dopo quarant’anni dall’inizio dell’epoca Meiji, concluse il suo stadio iniziale. Ne sono prova l’apparizione di un’elite di potere e l’emancipazione della donna”. O come quando l’autore entra nei dettagli, con uno sguardo all’economia “quotidiana”: “Un intellettuale per riuscire a mantenere la famiglia, aveva bisogno di 60 yen al mese, almeno 700 yen all’anno. Due chili di riso costavano 23 centesimi, la retribuzione a cottimo giornaliera di un carpentiere era di uno yen”.

E le manifestazioni degli anarchici, che parlano alla folla di ”consorzi monopolistici”: compare Osugi Sakae, di cui la didascalia a nota dice. “ 1885-1923. Anarchico del periodo Taisho (1912-1926). Ebbe una vita molto intensa sia nel privato che nel pubblico, fu arrestato parecchie volte (una volta anche in Francia nel 1922), e poi rilasciato. Nella confusione seguita al grande terremoto del 1923, il 16 settembre venne fermato insieme alla moglie e a un nipote, arrestato e picchiato a morte”.

O la rivolta dei coreani del 1923. Il tutto con i consueti rimandi al commento che correda ogni volume (nel secondo belle foto delle battaglie della guerra russo-giapponese del 1905).

         Non tutti i volumi sono ugualmente ricchi di riferimenti storici, intesi esplicitamente come avvenimenti politico-militari, che spesso domina la storia della letteratura giapponese, con le introduzioni ai diversi volumi, che raccontano dei suoi protagonisti (“Ogai”, Mori Rintaro ed il suo “salotto letterario” ).

In relazione alla nostra scelta di privilegiare l’aspetto politico-militare della storia giapponese, ripieghiamo, in particolare, sui volumi settimo ed ottavo, che sono i più ricchi da questo punto di vista.

Essi, infatti, si occupano del cosiddetto “processo di alto tradimento”, un piano per assassinare l’Imperatore, che, in verità, non si avvicinò mai alla fase risolutiva. Ma il solo ideare un piano come questo era reato punibile con la morte, per il codice penale giapponese, ed infatti su ventisei persone, accusate del complotto, ben ventidue furono condannate alla pena capitale, con dodici esecuzioni effettivamente eseguite.

Tutto il racconto ruota attorno alla figura principale del complotto Kokoto Shusui, ma quello che ci colpisce,ora, è scoprire come nel Giappone dell’inizio del Novecento si muovessero anarchici e socialisti. Taniguchi, poi, ci permette di gettare lo sguardo nelle prigioni giapponesi, nella sede della nuova polizia, non tralasciando contemporaneamente di dipingere la natura della sua terra, in vignette che sembrano autentiche miniature: i villaggi, le città, le case isolate tradizionali, i fiumi e le gole di una terra che uno dei protagonisti chiama “fatata”, quasi capace di fargli scordare la rivoluzione.

Il Giappone che ne emerge è quello di un Paese in cui l’ansia per il progresso tecnico si combina con una repressione che trova la sua legittimazione nella venerazione dell’Imperatore (due socialisti furono arrestati, in occasione del matrimonio del principe ereditario, per “aver detto che quel matrimonio non era stato contratto per libera volontà degli sposi”; un ufficiale, di scorta alla carrozza imperiale che sta transitando per una via di Tokio, infilza con la sua lancia, un cagnolino che aveva “osato” tagliare la strada” all’Imperatore: “E’ un affronto … Non si taglia la strada all’Imperatore!”).

Gli argomenti trattati, nel settimo volume, sono tutti squisitamente politici: al Consiglio di Stato si analizza il socialismo, il quarto capitolo è dedicato alla guerra russo-giapponese (molto bella l’immagine di apertura, in primo piano la tolda di una nave da guerra e sullo sfondo la flotta imperiale), fortemente voluta dai circoli nazionalisti, con vasto sostegno popolare e fortemente rifiutata dagli anarchici e dai socialisti (“Ormai i governi russo e giapponese, a causa del loro imperialismo … stanno conducendo una guerra inutile … Per noi socialisti gli uomini sono tutti uguali … Il popolo russo, e noi popolo giapponese abbiamo gli stessi ideali … Siamo fratelli quindi … il nazionalismo e il militarismo sono i nemici comuni del popolo russo e del popolo giapponese …). Questo sostengono i socialisti, mentre i nazionalisti sono responsabili dei tumulti popolari, che avvengono in seguito al trattato di pace di Portsmouth e in favore della prosecuzione della guerra.

L’ottavo volume si apre con un capitolo dedicato al comunismo anarchico e uno degli avvenimenti che Taniguchi illustra è la rivolta alla miniera di rame di Ashio, del 4 febbraio 1907, con i soldati che assediano i  minatori e li stanano con la dinamite. L’episodio diventa il tema che divide i socialisti, al loro secondo congresso; si contrappongono coloro che vedono nel parlamento il fulcro dell’organizzazione politica del Giappone e coloro che lo giudicano (“ … uno strumento creato dai burocrati allo scopo di distruggere il predominio degli aristocratici … uno strumento che limita la libertà di espressione della classe operaia). E’ lo scontro tra i moderati che parlano di suffragio universale e di istruzione delle classi operaie e gli insurrezionalisti che guardano ai minatori di Ashio, “ … che hanno compiuto la loro impresa in soli tre giorni … hanno fatto tremare la classe al potere …”.

Ci sono le manifestazioni ai processi contro gli anarchici, i loro discorsi sotto il ritratto di Marx, espressi dalla leader del gruppo Kanno Sugako (“Non penso che gettando una bomba il mondo possa cambiare, ma si accende una scintilla … Anche in Russia ci sono voluti più di 40 anni … dall’omicidio di Alessandro fino alla rivoluzione di cinque anni fa … noi sappiamo di essere solo delle pedine sacrificabili”. Bellissime le cinque tavole (pagg. 100/104 dell’8° volume), con i problemi che si pone uno dei “futuri” attentatori: “ Se nella carrozza non ci fosse solo l’imperatore, ma anche i principino … I principini …? Supponiamo … Supponiamo soltanto … Io non uccido per odio … ma perché secondo me l’imperatore Meiji è l’obiettivo più adatto. Perché penso che se non si elimina l’imperatore e se non si distrugge la fede che il popolo ha in lui … lo stato anarchico non potrà mai realizzarsi. Io lo facevo per questo … La penso anch’io così! … Io non ucciderò un uomo … ma lo stato assolutista … però ammazzare anche i tre principi … io non ne sono capace … sono solo dei bambini … Non è vero. Anche loro in futuro perpetueranno lo stato assolutista. A causa loro ci saranno nuove guerre … repressioni insensate … fame … e forse moriranno mille, diecimila bambini giapponesi … Noi diventeremo demoni … Se non lo diventiamo non riusciremo mai  . a farlo … Però … io …”.

 

Le immagini a corredo del presente articolo sono dei volumi de “Ai tempi di Bocchan”. Per gentile concessione de:

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