6 agosto 2005
Dario Ghelfi
 

I BEATI PAOLI

 

Una premessa, per i nostri preziosi lettori. Con questa recensione, usciamo dallo schema che ci eravamo dato, tendente, sostanzialmente, a far conoscere le autrici di quei Paesi (che un tempo si dicevano del Terzo o del Quarto Mondo), laddove i diritti delle donne sono estremamente limitati, quando non assolutamente misconosciuti. Approfittando di un periodo di vacanze, cioè di letture al bar della spiaggia, abbiamo affrontato un grosso tomo, del genere storico-popolare, un tipo di lettura con il quale chi scrive aveva dimestichezza nei lontanissimi anni dell’adolescenza. E’ stata una piacevole rivisitazione, con gli occhi di una persona matura (maturissima, purtroppo), di storie dai connotati così forti, come non siamo più abituati ad incontrare; un riandare consapevole alle dicotomie di quell’età che la letteratura allora in auge (Dumas, Salgari, Verne) rinforzava (da una parte i buoni-buoni e dall’altra i cattivi, che peggio non ce ne potevano essere). Culturalmente, una sorta di riinnamoramento.

 

Luigi Natoli, giornalista, scrive il suo romanzo più celebre, “I Beati Paoli”, in 239 puntate, dal 6 maggio 1909, al 2 gennaio 1910 e adesso lo rileggiamo per i tipi della Flaccovio Editore[1], in un volume di 740 pagine, corredato da un formidabile apparato di ben 257 note e da due interventi, l’uno sulla “setta” dei Beati Paoli di Rosario La Duca e l’altro (un saggio veramente eccellente) di Umberto Eco, sul “romanzo popolare”. Non si può che elogiare l’Editore per la cura che ha profuso nella ristampa di questa opera.

 

 

 

 

     Il romanzo si gioca tutto sull’intreccio e sui colpi di scena; i richiami a Dumas (come avverte Eco) sono evidentissimi, con il suo personaggio principale,  Blasco, ricalcato su quello di D’Artagnan (ha anche un duello con tre gentiluomini savoiardi, ma qui la vicenda non si evolve come ne “I tre moschettieri”), un “eroe”, senza macchia e paura, sempre pronto a menar le mani per una buona causa.

Gli elementi del romanzo storico-popolare ci sono tutti: il nobile cattivo che approfitta della morte del fratello, tenta di uccidere la cognata (che morirà poi di suo) e il nipote, usurpa titoli e beni; il giovane protagonista Blasco (che è di quello, a sua insaputa, nipote “bastardo”); una losca figura di poliziotto, vero genio del male e del tradimento e gran tessitore di intrighi; il nobile che sposa la causa dei poveri e che guida la setta vendicatrice dei “Beati Paoli”; la “milady”, sposa del nobile cattivo, pazzamente innamorata del giovane bastardo e che, solo alla fine redimerà la sua insana passione con la morte (alla fin fine i cattivi moriranno tutti). Non manca la classica figura della fanciulla pura e virtuosa, di cui, ovviamente il protagonista si innamora e che é, manco a dirlo, figlia, del nobile cattivo (come succedeva ai malcapitati corsari dei cicli salgariani, con i loro “eroi” che sempre si innamoravano della figlia del loro peggiore nemico, magari assassino dei loro padri). Con una “perla” in più. Il primo nipote, quello legittimo, già vittima degli intrighi dello zio, appena reinserito dai “Beati Paoli”  negli onori e nei beni, si mostrerà così meschino e cattivo da offuscarne il grado di malvagità (giustamente morirà anche lui).

Poi tutta una folla di personaggi che, gira e rigira, si incontrano e si ritrovano sempre, in una Palermo, di fine Seicento, sagacemente descritta. E qui non possiamo sottacere la perizia di Natoli, che diventa una sorta di scrittore geografico, che le strade e le piazze e le contrade di quell’antica Sicilia ci fa vedere, mentre le note ci raccontano dei mutamenti che il tempo ha apportato a quel paesaggio.

Dalla geografia alla storia. Il romanzo è ambientato un un periodo della storia della Sicilia che crediamo poco conosciuta fuori dai confini regionali, quando, a cavallo tra il secolo diciasettesimo e diciottesimo, l’isola cambiò quattro volte padrone, dagli spagnoli, ai savoiardi (con Vittorio Amedeo II, che con la Pace di Utrech diventa re di Sicilia), di nuovo gli spagnoli (“tentativo” dell’Alberoni) ed infine gli austriaci (che subentrano ai Savoia, cui toccherà in cambio la Sardegna). E sullo sfondo la celeberrima controversia liparitana.

E per chiudere l’atmosfera, tipica del “primo” romanzo storico-popolare, di sentita simpatia verso i poveri, vittime da tutelare, contro gli abusi dei potenti. Il portavoce di questo sentimento, espresso con il classico linguaggio dai toni alti e coinvolgenti che connota tutto il romanzo, è il capo dei “Beati Paoli”: “ … La giustizia del re è amministrata da uomini che vedono in essa non un dovere, ma un salario. Essi stanno non già a deliberare, a riconoscere il diritto di ciascuno, ma a garantire il più forte contro il più debole. I forti sono i feudatari, gli ufficiali dello stato, i signori, il clero. Circondati d’immunità, irti di privilegi, foderati di pergamene, essi hanno un diritto per loro conto, che non è il diritto degli altri, dei deboli. I magistrati e le leggi difendono appunto questo diritto particolare e privilegiato, che è invece un’ingiuria e una ingiustizia per la gran massa dei deboli, che sono i più … Perché … non entrate … nel fitto della vita cittadina e delle terre baronali? Ah, voi vedreste quante lacrime, quanto sangue, quante infamie la compongono … Io conosco tutte le miserie della vita; ho penetrato nelle tane dei contadini, veri greggi di schiavi curvi sotto il bastone; ho penetrato nelle case degli artigiani che vivono di stenti; ho veduto la miseria che si nasconde per la vergogna e aspetta la notte per cercare fra le immondizie un pezzo di pane duro, un osso, un torsolo …”.


 

[1] Luigi Natoli, I Beati Paoli, Palermo, Flaccovio Editore, 2003. FLACCOVIO EDITORE, VIA RUGGERO SETTIMO, 37, 90139 PALERMO

 

 

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