5 settembre2004

Dario Ghelfi

 

 

                                  

                             GIAPPONE:  DELITTI AL FEMMINILE

 

 

         Siamo nell’era della globalizzazione, milioni di giapponesi da anni scorazzano, come turisti, in Italia ed in Europa, i prodotti nipponici riempiono i nostri magazzini, ma pochissimo sappiamo del Giappone. Non se parla gran ché nella stampa ed anche gli eventuali viaggi (non comuni, visti i costi) non riescono (come sempre se non si ha una cultura specifica alle spalle) ad arricchire di molto il bagaglio di conoscenze che abbiamo del Paese del Sol Levante. Per cui risulta ancor più apprezzabile, oltre che gradevole, il libro di Kirino (Natsuo Kirino, Le quattro casalinghe di Tokio, Vicenza, Neri Pozza, 2003), che non è solo un noir, ma, indirettamente, anche un documento che ci offre, disseminati in una storia lunga e piena di colpi di scena, molti indizi sulla vita quotidiana dei suoi protagonisti.

 

 

 

 

 

         Il racconto è estremamente articolato, con fatti e personaggi che si muovono su piani diversi e distanti, che poi fatalmente si incontrano, vuoi per lo snodarsi delle vicende in sé, vuoi perché inaspettatamente si rivelano collegamenti che rimandano al passato dei protagonisti. Tanto che solo una mappa potrebbe descrivere appieno la trama dei rapporti tra i vari protagonisti che entrano via via in gioco e che appaiono inesorabilmente condotti dal destino ad incontrarsi, in un accavallarsi vorticoso di eventi, che si chiudono con un finale inaspettato.

 Il primo nucleo narrativo è quello che fa perno sulle cosiddette casalinghe, che tali non sono affatto (c’è qualcosa che non ha funzionato nella traduzione dal giapponese? Le protagoniste sono, in effetti, delle operaie che lavorano nei turni di notte in uno stabilimento che prepara colazioni preconfezionate ed hanno ben poco delle casalinghe): Masako (la protagonista principale), Yoshie, Kuniko ed Yayoi.

Ammirevole la tecnica dell’autrice, che riesce a raccontarci con “naturalezza” quel particolare tipo di “lavoro”, cui si dedicano le prime due delle donne che abbiamo citato: smaltiscono cadaveri, facendoli a pezzi.

Kuniko è perennemente perseguitata dai debiti ed è, di conseguenza, in rapporto con un piccolo usuraio, Jumonji, che, nel passato ha avuto una sorta di rapporto di lavoro con Masako, con cui riprende contatto, diventando suo socio-procacciatore nel traffico dello smaltimento dei cadaveri.

Il marito di Yayoi, Kenji, ucciso dalla moglie e successivamente fatto a pezzi dalle nostre operaie-casalinghe, aveva avuto rapporti con Satake, un malavitoso che gestisce un night club ed una sala da gioco. Satake (un personaggio dalla psicologia singolare, che assurgerà, alla fine del romanzo, a principale coprotagonista) viene, in prima istanza accusato dell’omicidio di Kenji ed incarcerato, vede i suoi affari andare a rotoli (night club e sala da gioco chiudono), vuole vendicarsi e questo lo porta ad incrociarsi con Masako.

Poi ci sono due storie parallele e secondarie, quella di Anna, una entreineuse che ama Satake e Kazuo, un brasiliano-giapponese che si è innamorato di Masako.

Libro gradevolissimo, che si legge tutto di un fiato, anche se ben di 620 pagine, ci fornisce indizi sulla vita nel lontano Giappone, che rompono con lo stereotipo del Paese ricco, presentandoci tutta una serie di personaggi, la cui vita è segnata da problemi economici e che ha continuamente a che fare con il denaro. Tra l’altro il continuo riferimento allo yen (il 31 luglio 2004 un euro era pari a 134,19 yen, ciò che significa che uno yen era pari circa 14 delle vecchie nostre lire) ed ai prezzi degli oggetti che i protagonisti acquistano, ci rende edotti dell’elevato costo della vita in Giappone (siamo comunque nell’area di Tokio). Tutti hanno forti difficoltà a “tirare avanti” (cosicché chiudono il condizionatore, per risparmiare sull’aria condizionata), e specialmente le donne sole (è un continuo citare la mancanza dello stipendio del marito o del compagno).

Altro elemento significativo (che ci conferma, questa volta, uno dei più forti stereotipi sui giapponesi) è la formale cortesia in uso in Giappone, laddove quasi sempre tutti si rivolgono all’interlocutore con il lei, anche quando il colloquio non è assolutamente amichevole (e qua e là, appare anche il consueto inchino). Poi i sentimenti religiosi, che nel libro si manifestano nella rituale usanza di esporre in casa, in una camera, il ritratto del defunto, circondato da bastoncini di incenso, da accendere in sua memoria (anche agli estranei è concesso di porgere, in questo modo e con accompagnamento di un regalo o di un’offerta in denaro, le loro condoglianze ai parenti dei defunti).

Non sapevamo nulla dell’immigrazione nel Giappone (qui ci sono dei brasiliani, per giunta con nazionalità giapponese, figli, cioè, di giapponesi emigrati), ma si ha l’impressione che siano isolati, dei “gajin”, degli stranieri, assolutamente non considerati dai giapponesi; il nostro Kazuo (che alla fine sogna di tornare in Brasile) vive in un piccolo locale, che divide (letti a castello) con un compagno. Veniamo a sapere, infine, che molte ragazze vengono reclutate in Cina, per essere avviate alla prostituzione.

Sul lavoro osserviamo che accanto ad una scrupolosissima osservanza delle norme igieniche (le “nostre” lavorano in un’azienda che prepara cibi precotti), le operaie a part-time (un lavoro che ha tutta l’aria della flessibilità portata all’estremo, dato che esplicitamente non è regolato da alcun contratto), hanno un salario relativamente più alto (trattandosi di turni di notte, e con un lavoro duro, che non può essere svolto senza un aiuto reciproco), ma non sono per nulla protette dalla legislazione sul lavoro, dato che possono prestare la loro attività anche sette giorni su sette (con qualche preoccupazione dei dirigenti, per eventuali verifiche dell’ispettorato del lavoro). Le donne hanno difficoltà ad essere assunte a tempo pieno, in relazione al fatto che potrebbero, poi, assentarsi dal lavoro per le possibili malattie dei figli. Apprendiamo che sul lavoro c’è una rigida gerarchia: al gradino più basso i lavoratori part-time, poi gli operai (che hanno diritto un armadietto personale, ma solo dopo tre anni di servizio, mentre le donne part-time non hanno nemmeno un locale per cambiarsi d’abito) e gli impiegati (che sono in assoluta minoranza). Il lavoro dei part-time è considerato simile ai lavori forzati: “ … era proibito chiacchierare … e se si doveva soddisfare un bisogno fisico era necessario chiedere il permesso; gli operai dovevano fare il loro dovere e basta, preferibilmente in silenzio …”. Sappiamo che non è sconosciuta la pratica del cosiddetto mobbing, di cui è stata vittima, a suo tempo, Masako, quando lavorava in un’azienda di credito (che, tra l’altro, si serviva, di dubbio personale, per far rientrare i crediti). Ci viene confermata l’importanza “sociale” dell’azienda in Giappone: “Il nome dell’azienda era famoso, ma in realtà la filiale era segnata dalla recessione e i dipendenti soffrivano da un forte complesso di inferiorità nei confronti della casa madre”; le aziende organizzano feste, utilizzando, senza dare loro alcuna retribuzione ed in periodi di ferie, impiegati ed impiegate come camerieri. Del resto quella che si intravede è tutta la società ad essere fortemente regolamentata (ne abbiamo un accenno anche quando si parla della raccolta delle immondizie, cui i suoi turni prestabiliti e formalizzati).

L’ambiente non ha nulla di quello propagandato dalle agenzie turistiche: gli odori che escono dagli stabilimenti, le folate dello smog, angusti appartamenti in affitto (gli unici accessibili a dei lavoratori non qualificati), vecchie e fatiscenti case di legno, con i tetti in lamiera ossidata.

Siamo, così, sempre più d’accordo con coloro che sostengono che non c’è narrativa, più di quella “gialla” o del noir, che riesca a spargere indizi sulla realtà che fa da sfondo alla storia raccontata, ciò che porta il lettore attento a rivestire, in un certo senso, un ruolo di detective sociale.

 

 

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