05 ottobre 2013, Dario Ghelfi

SUD DALMAZIA E MONTENEGRO:

IL PARADISO DELLA PORTA ACCANTO

 

 Settembre 2013

Percorso

10 martedì

Modena - Ancona.

Imbarco Blueline  20.30

11 mercoledì

Spalato arrivo traghetto.

Verso Dubrovnik.

Passaggio frontiera della Bosnia-Erzegovina a

Neum.

Dubrovnik

12 giovedì

Dubrovnik

13 venerdì

Dubrovnik – Kotor

Passaggio traghetto Kamenari-Lepetani. Bordo sud del fiordo.

Kotor

14 sabato

Kotor – Budva – Korkula, attraverso Stone e la penisola di Peljesac. Traghetto a Orebic per Korkula.

Korkula

15 domenica

Korkula, penisola di Peljesac, Trpanj (traghetto) per Ploce. Gradac,

Makarska

16 lunedì

Makarska, Trogir, Spalato

17 martedì

Spalato.

Alle 20.30 Bluline per Ancona

18 mercoledì

Arrivo traghetto.

Ancona - Modena

 

 

Una vita fa, assieme ad un amico (ora scomparso), “a cavallo”, ciascuno, di una vespa 125 (un’icona, assieme alla “500”, del miracolo italiano), attrezzati per il campeggio, sono sceso da Trieste (raggiunta da Modena, il che, già, non è poco) lungo la costa dalmata. I ricordi sono un po’ appannati; sicuramente abbiamo fatto sosta a Rijeka, forse ad Opatija, sicuramente ai laghi di Plitvice Jezera, poi a Zadar, a Sebenik ed infine a Split. L’idea era quella di raggiungere Dubrovnik, la perla della Dalmazia, ma allora la  Jadranska Magistrala era mal ridotta, piena di buche e, nonostante non fossimo in un’epoca di motorizzazione privata forsennata, trafficatissima. Non ce la sentimmo di procedere e Split fu l’ultima tappa.

 

 

 

Anni ed anni sono passati e sempre è rimasto il rammarico di non avere visto Dubrovnik, impegnato, a livello di viaggi, ad uscire dall’Europa. Però mai il proposito fu dimenticato ed ho avuto occasione, se non di studiare, almeno di venire a conoscenza dell’incredibile storia di questa città mercantile, la grande Ragusa, abilissima a destreggiarsi tra la Serenissima[1] e l’Impero Ottomano, una città di cui poco si sa in Italia (rarissime le opere storiche a lei dedicate; con difficoltà, addirittura, si trovano sulla rete carte storiche che la individuano).

 

 

                                          Uno dei rari testi editi in Italia su Ragusa[2]

 

 

Ragusa nel 1580

 

Eppure molteplici sono stati i rapporti di Dubrovnik-Ragusa e l’ ”Italia”, a parte, la difficile convivenza con Venezia. La città perse la sua indipendenza pochi anni dopo la Serenissima, nel 1808, sempre a causa dei francesi, che l’avevano occupata nel 1806. Entrò a far parte del Regno d’Italia napoleonico, per poi passare alle francesi Province Illiriche, nel 1809. Divenne dominio austriaco nel 1815, dopo il crollo napoleonico e all’Austria rimase sino al 1919, per far parte, infine, dal 1919 del Regno di Jugoslavia. Da notare che nel corso della 2° guerra mondiale fu occupata, dal 1941 al 1943, dall’Italia. La passione geostorica che da sempre connota il mio vivere mi ha fatto accettare con immediatezza una proposta familiare di intraprendere un breve viaggio a Dubrovnik; a tutti ho lasciato ampia discrezione di scegliere le varie tappe del percorso, fermo restando, che non si sarebbe dovuta escludere la perla del sud Adriatico, cui ho aggiunto, in seguito, solo Kotor, le famosissime Bocche di Cattaro.

A parte alcune puntate in Istria, non ero mai rientrato nei territori della ex Jugoslavia ed in questo viaggio c’è stata una punta di nostalgia per quei tempi. Le cose sono cambiate; dal 1991 al 1995 una feroce guerra inter-etnica-religiosa ha martoriato quelle contrade, fatto riaffiorare gli odi “esercitati” nella seconda guerra mondiale (nella qual forse sono stati più gli “jugoslavi” uccisi da “jugoslavi” , che non dai tedeschi), mentre una pletora di piccoli stati ha sostituito il capolavoro di Tito.

Ora la Croazia, dal Luglio 2013, è entrata a far parte dell’Unione Europea, ma non dell’area di Schengen, per cui funzionano ancora, tra Italia e Croazia, i controlli di frontiera, per quando ridottissimi, almeno per i turisti. Non c’è l’euro (inaspettatamente lo troviamo nel Montenegro, che è al di fuori dell’Unione e dell’area della moneta unica). Un primo cambiamento lo si avverte subito quando si scende lungo la Magistrala (ora rifatta ed allargata, una bella strada, tutto sommato) e quando, poi, si incappa nel corridoio di Neum, circa 10 chilometri di territorio della Bosnia-Erzegovina, che si insinua nella Dalmazia croata, con effetti devastanti sulla circolazione. Una frontiera all’entrata (controlli croati e bosniaci, con richiesta, da parte dei bosniaci, anche dei documenti dell’auto, per contrastare la vendita delle auto rubate nei Paesi dell’Europa occidentale e smistate nell’area balcanica) ed una all’uscita; dicono che d’estate l’ingorgo sia terrificante. A noi è andata bene, perché a metà settembre la stagione turistica è ormai alla fine e non ci sono file; perfino la Magistrala è quasi deserta.

C’è un’altra via per superare l’ostacolo, ma è lunga e comporta l’imbarcarsi in un traghetto a Ploce. Di lì si sbarca, dopo un’ora circa di navigazione, a Trpanj, sulla penisola di Peljesac (la “vecchia Sabbioncello), che si spinge molto avanti, verso a Dubrovnik.

 

 

 

Passaggio per Peljesac e corridoio di Neum

 

Un primo dettaglio sulle atmosfere cambiate; sulla nave della Blueline, una delle tre compagnie che servono il tragitto Ancona-Spalato, campeggia una foto di Papa Giovanni Paolo II; in un cartello si legge che ai pellegrini a Medugorje è praticato uno sconto. La sera del 10 settembre 2013 ci sono gruppi di pellegrini che si recano a Medugorje, accompagnati da religiosi e religiose. Stessa situazione troveremo al ritorno.

Su un punto i ricordi del passato non sono affievoliti: la straordinaria bellezza della costa, con le sue isole che la fronteggiano, con il suo cielo azzurro. E’ il mare che si insinua nella terraferma, è la costa che si protende verso il mare: terra e acqua si confondono. Forse l’esempio più calzante è quello della penisola di Peljesac (coperta da vigneti e pullulante di “vinerie”) che a Stone (un centro con una cinta muraria formidabile, che si perde nel verde della montagna, fuori dall’abitato) è quasi saldata alla costa, separata dallo strettissimo Malostonski Kalan, che poi si allarga nel Neretljanski Kanal; in realtà non capisci mai se sei su un’sola o su una penisola! Forse più che il nostro termine “penisola” si addice quello francese di presqu'île, “quasi” un’isola, “partie saillante d'une côte, reliée à la terre par un isthme”.

Il Neretljanski Kanal fronteggia il delta della Neretva, verso cui siamo discesi, quando siamo giunti alla fine dell’autostrada, che avrebbe dovuto proseguire verso Dubrovnik, interrotta dal corridoio di Neum e senza molte prospettive di soluzione.

I croati stavano pensando ad un ponte, ad un grande ponte, come quello maestoso, che supera l’insenatura di Dubrovnik, dedicato a Franjo Tudjman (il primo Presidente della Repubblica croata), che collegasse il settentrione di Peljesac alla costa, superando il Malostonski Kalan, nel punto più stretto. Ma a parte l’opposizione della Bosnia-Erzegovina, che teme per il suo unico accesso al mare, sembra che manchino i fondi. Il bello è che storicamente il corridoio di Neum apparteneva alla Repubblica di Ragusa, che qui aveva la sua frontiera con i territori della Serenissima. Un confine delicato e così Ragusa, formalmente tributaria dell’Impero Ottomano, cedette quel territorio (di fatto allora senza alcuna importanza economica) ai Turchi, per evitare un pericoloso contatto con Venezia. E le cose sono rimaste!

 

Scendendo per una strada secondaria, all’uscita dell’autostrada, abbiamo attraversato il delta della Neretva, un paesaggio incredibilmente bello, una sorta di “venezia rurale”, con i campi verdissimi tagliati da innumerevoli canali di irrigazione, che fanno della zona un’area di produzione intensiva di frutta e verdura. Ai bordi della strada verso Ploce, una miriade di bancarelle (ne abbiamo contate, in certi punti, una ogni 50 metri) che vendono prodotti agricoli, in particolare frutta essiccata.

 

 

 

 

 

Ma per chi ha una certa età, il nome di Neretva richiama una delle più grandi battaglie della Seconda Guerra Mondiale, combattuta tra le truppe partigiane di Tito e quelle dell’Asse[3].

Un episodio bellico, ripreso dal cinema, in un film prodotto da Jugoslavia, Italia e Germania (la Jugoslavia era in certo qual modo apprezzata dall’Occidente, dopo la rottura di Tito con Stalin), diretto da Veliko Bulajic, del 1969, con attori notissimi, Curd Jurgens, Franco Nero, Sylva Koscina ed anche hollywoodiani (Yul Brynner, Orson Welles).

Passato il corridoio di Neum si giunge rapidamente a Dubrovnic.  La città è splendida ed è sostanzialmente inutile descriverla, perché iconograficamente notissima. Dalla città moderna, si arriva alle porte della cinta muraria, la città vecchia; la porta principale è la “pili”, vicina a un terminal degli autobus e lungo un viale occupato da grandi alberghi. Il visitatore è, comunque, colpito dallo Stradun (termine veneziano), la strada principale della città, in pietra liscia (“placa” in greco), come quella dei palazzi che la cingono; è la sua vetrina, centro di attrazione per artisti di strada (un po’ come la piazza antistante il Centro Pompidou, a Parigi), da cui si diramano innumerevoli viuzze, che ospitano innumerevoli ristorantini e bar (saranno centinaia). La città, parliamo della città vecchia, è gremita di turisti e circondata interamente dalle mura; un vero e proprio gioiello. E le mura  si possono percorrere tutte, tutto intorno allo Stari Grad, con una duplice visione, quella sull’esterno (le isole ed il mare) e quella sull’interno; qui lo sguardo viene catturato dal colore dei tetti, alcuni di un rosso scuro, la maggior parte di un rosso mattone vivo (come in quasi tutta la Dalmazia).

 

 

Le diverse tonalità di rosso hanno una loro ragione, e drammatica. Durante il conflitto nell’ex Jugoslavia tra serbi e croati, la città venne bombardata ed ovviamente molti edifici, anche della città vecchia, vennero colpiti. Ora i tetti sono stati sostituiti da nuove tegole; ecco il perché del diverso colore. All’entrata della città vecchia una “lapide” ricorda l’avvenimento, con una mappa che indica gli edifici colpiti ed i tetti distrutti.

 

 

          Da Dubrovnik la strada scende verso quella che è una vera e propria meraviglia della natura: il fiordo delle Bocche di Cattaro, Kotor. Siamo in Montenegro, ancora una frontiera, che si passa comunque velocemente. La cittadina, con il solito Stari Grad veneziano, è colma di turisti, perché ogni giorno, nel periodo estivo (e anche ora,  a Settembre) arrivano due o più navi crociere; qui fanno meno effetto, anche perché si suppone non causino danni come i “mostri” a Venezia, nel Canal Grande. Ne abbiamo vista arrivare una al mattino, aprendo la finestra della camera del nostro albergo, posto sul fiordo sud.

 

E così nel giorno della nostra presenza a Kotor, é alla fonda una nave piena di spagnoli ed ovunque si sente parlare castigliano.

Dobbiamo dire che ci stupisce questo Montenegro; non c’è soluzione di continuità con la costa croata; da Herceg-Novi, a Risan, a Kotor, tutto pulito, ordinato, e si ha l’impressione di un buon livello di vita. Il fatto è che queste aree sono investite da milioni di turisti, che portano denaro e benessere. Noi però non siamo entrati nel cuore del Paese; il nostro è stato un viaggio senza pretese di tipo sociologico, teso solo a visitare città eccellenti e a vedere bellezze naturali. Con un’ultima constatazione, lo ripetiamo: il Montenegro non fa parte del’Unione europea, tantomeno della zona euro e la moneta è l’EURO (così come, abbiamo letto, anche in KOSOVO). La qual cosa la dice lunga, sulla nascita e la reale indipendenza di questi Stati.

A proposito di quello che in economia si può cogliere, lungo tutta la riviera dalmata, anche solo facendo i turisti, è l’offerta privata di ricezione turistica. Lo vedremo, in particolare, quando, ritornando in Croazia, troveremo alloggio nei piccoli centri, laddove, letteralmente, pullulano le offerte private di camere, sobe, apartments, room, zimmer. Il tutto anche organizzato, perché le camere noi le abbiamo prenotate con www.booking.com, e supponiamo che quelle presenti nel sito siano una esigua minoranza. Sul grande viale che fronteggia il porto di Spalato, decine di donne (alcune anche in età avanzatissima, sedute su una sedia, con un cartello in mano) offrono stanze. A Korkula l’apartment era situato in una periferia collinosa, connotata da edifici costruiti “a semina”, con le strade che si attorcigliano su loro stesse; impossibile districarsi. Non volevamo credere al fatto che la figlia del proprietario (che ci aveva invitato, all’atto della prenotazione, a contattarla, per facilitarci il raggiungimento dei locali offerti) ci telefonasse da Zagabria, sollecitandoci ad aspettare sulla banchina del porticciolo l’arrivo del padre che ci avrebbe guidato. Come se uno cercasse una casa ad Imola e ti telefonassero da Roma! Chi scrive ha una certa esperienza di viaggio, avevamo sull’auto il navigatore, ma mai comunque avremmo raggiunto la nostra meta, senza una guida, anche perché il proprietario si era ben guardato dal mettere qualche cartello agli incroci più indecifrabili. Alla sera quando siamo rientrati dopo la nostra escursione a Korkula città e Lombarda, ci siamo quasi persi e al mattino dopo abbiamo avuto difficoltà a scendere al porto! A Makarska la situazione è stata leggermente meno tragica, ma anche qui una fatica terribile a trovare l’indirizzo dell’apartment; il tutto complicato verso il centro dai sensi unici. Tutti hanno costruito; su quasi ogni casa si legge “sobe” e si tratta di camere in genere buone e confortevoli, a buon prezzo (le matrimoniali non hanno mai superato i 50 euro), con frigo. Unica difficoltà la mancanza degli ascensori (i turisti, e specialmente le mogli dei turisti, hanno valigie, spesso, molte valigie). Deve esserci stata alle spalle una precisa politica di investimenti , perché il tutto deve aver comportato l’impiego di fondi cospicui: sono, in genere, edifici nuovi, costruiti appositamente per accogliere clienti. Un amico, espertissimo dell’ex Jugoslavia mi ha riferito che quello delle camere offerte ai turisti da privati è sempre stato un fenomeno molto diffuso, anche ai tempi della Repubblica di Tito; ma qui non si tratta di camere “di risulta” e l’offerta è stupefacente. Siamo sicuri che cercando direttamente “in loco” si sarebbero trovate le stesse sistemazioni ad un prezzo notevolmente inferiore (prenotare dà sicurezza, specie alle signore, ma in definitiva costa di più e “ingessa” il viaggio; se devi arrivare a quel determinato albergo ogni giorno, le varianti non sono possibili).

          Ma torniamo a noi: che il turismo sia ormai diventato una delle più importanti fonti di reddito lo connota anche la massiccia presenza di hotel, che come in tanti altri Paesi, danno il proprio contributo a deturpare le bellezze della natura.

 

Spiaggia a Budva, dove, però, abbiamo trovato un buon self-service

 

          Certo è che il sud della Dalmazia è splendido; il cibo è buono, il vino eccellente, la viabilità passabile (ovviamente, parlando di maggio-giugno e di settembre), nessun problema per la lingua (molti conoscono un certo “italiano d’uso”, come noi conoscevamo un certo “inglese d’uso”). L’aspetto paesaggistico è unico e possiamo dire che poche sono le coste che l’uguagliano nel mondo. E poi c’è la storia, la storia ovunque, nelle città e nei piccoli centri, una storia millenaria cui hanno contribuito tanti popoli, ma che conserva fondamentalmente l’impronta della Serenissima! Citiamo solo alcuni gioielli urbani, tra le località minori, che abbiamo visitato: Korkula (sede di una “supposta” casa di Marco Polo), Stone, Markuska, Trogir. Ma tanti altri avrebbero meritato una visita.

Poi Spalato, la città di Diocleziano e del suo palazzo. Al di là dei resti delle rovine romane, si può ammirare lo scempio che nel corso della storia gli uomini hanno fatto su quanto i loro antenati avevano costruito. D’altra parte sappiamo come le pietre dei palazzi romani servissero ovunque come materiale di costruzione e qui sono intervenuti i bizantini, i croati, i magiari, i veneziani (che hanno lasciato però l’impronta delle loro belle case, dei loro bei palazzi), per giungere poi ai giorni nostri. Senza togliere nulla agli interventi delle banche, che elargiscono fondi per restaurare, lascia un po’ perplessi che delle rovine romane, siano “chiuse” all’interno delle sale di un istituto di credito, così come colpisce l’immagine della scritta “HOTEL”, che sovrasta i resti di un muro romano.

 

 

Spalato, con il suo Palazzo romano, con il suo Stari Grad veneziano, è molto bella; è piena di turisti, molti con l’immancabile guida tra le mani a verificare scrupolosamente il nome del potente di un tempo (di cui nessuno sa nulla e che nessuno poi ricorderà), celebrato da una statua. Attorno e dentro alla Spalato storica, innumerevoli bancarelle espongono mercanzie di ogni genere. Al mattino abbiamo comunque visto un bel mercato della frutta e della verdura, a fianco della mura del Palazzo. Accanto a negozi che potremmo chiamare “ufficiali” (alcuni veramente signorili), una distesa di “banchetti” (una tavola che poggia su due supporti), con le mercanzie che i contadini portano dalla campagna. Alcuni sono ben forniti di frutta e verdura varia, altri espongono, ad esempio, poche verze, un “pugno di fagiolini”, qualche mela, frutta e verdura che evidentemente il contadino ha “raccolto” il mattino. Un segno, un ricordo della cogestione socialista jugoslava, quando ai contadini veniva permesso di portare i loro prodotti al mercato, per incrementare le loro rendite. Niente elettronica, ma vecchie bilance con i pesi.

 


 

[1]  Ragusa è stata sotto il dominio di Venezia, dal tempo della IV Crociata (1204) fino al 1358 (con brevi interruzioni).

[2] Nel testo si cita un saggio di particolare interesse: Lucio Toth, Per una storia della Dalmazia tra Medio Evo ed età contemporanea (804-1944), su www.arcipelatoadriatico.it

[3] La cosiddetta battaglia della Neretva fu lo scontro tra le forze dell'Asse e l'Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia durante la fase culminante delle operazioni belliche svoltesi nel teatro balcanico dopo l'inizio dell'offensiva tedesca Fall Weiss ("Piano Bianco"), un'operazione strategica lanciata dai Tedeschi, all'inizio del 1943 durante la seconda guerra mondiale. L'offensiva ebbe luogo tra il gennaio e l'aprile 1943. Il nome della battaglia deriva dal fiume presso cui si sviluppò, il Narenta.

L'operazione è anche conosciuta col nome di "quarta offensiva antipartigiana", mentre viene definita "quarta offensiva nemica" in serbo-croato e bosniaco (četvrta neprijateljska ofenziva/ofanziva) ed in sloveno (četrta sovražnikova ofenziva) o "battaglia per i feriti" (bitka za ranjenike) nelle fonti ex-jugoslave. La battaglia costituì un successo strategico per le forze partigiane jugoslave che, nonostante la situazione apparentemente disperata e le gravi perdite, riuscirono a sfuggire alla manovra d'accerchiamento tedesca e ad infliggere una dura sconfitta ai reparti italiani e dei collaborazionisti cetnici schierati sul fiume. Da http://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_della_Neretva

 

 


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